Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Novecento, Recensioni

La piccola tessera di un grande mosaico narrativo

LaSignoraBetaGarlan.jpegRecensione de La signora Berta Garlan, di Arthur Schnitzler

Rizzoli, I classici della BUR, 1990

Ci sono quadri che ci affascinano per la potenza del loro segno, per l’unitarietà e la perfezione della composizione, per la sapienza con cui la luce diviene elemento di comunicazione o per altri elementi che riusciamo a percepire immediatamente, non appena li osserviamo. Pensiamo alla grande pittura italiana del rinascimento, a Caravaggio o alla Cappella Sistina. In genere questi quadri si offrono a noi per essere guardati da una certa distanza, in quanto è l’insieme dell’immagine che ci colpisce in particolar modo. Viceversa, ci sono quadri che per essere apprezzati necessitano di uno sguardo attento e ravvicinato, perché sono composti di tanti minuti particolari ciascuno dei quali potrebbe anche essere isolato dal contesto per raccontarci una storia, ma che acquistano un significato maggiore in relazione agli altri piccoli particolari che compongono l’opera complessiva. Appartengono a questa categoria ad esempio le opere di alcuni maestri di scuola nordica, come i Brueghel o Bosch.
Ritengo che questa grossolana classificazione possa valere anche per le grandi opere letterarie ed i loro autori: alcuni ci offrono grandi romanzi epici, singole opere nelle quali riversano tutto il loro pensiero, affreschi onnicomprensivi di epoche e personaggi nei quali ritroviamo sentimenti e visioni del mondo che possiamo riconoscere come espressione compiuta del nostro patrimonio culturale. Altri autori, per costruire e proporci la loro narrazione del mondo, accumulano piccoli tasselli, episodi che possiamo gustare singolarmente ma che tuttavia messi insieme costruiscono un affresco non meno affascinante ed esaustivo di quello rappresentato dai grandi romanzi.
A questa categoria di scrittori appartiene sicuramente Arthur Schnitzler, perlomeno lo Schnitzler narratore (egli fu anche, soprattutto nella prima fase della sua attività letteraria, scrittore di teatro). La sua produzione è fatta soprattutto di novelle, racconti più o meno lunghi, spesso incentrati su un singolo personaggio, in ciascuna delle quali ci offre una piccola tessera del suo mosaico letterario, che solo ricomposto complessivamente ci permette di comprendere la sua capacità di descrivere un’epoca, quella del passaggio dall’800 al ‘900, della prima guerra mondiale, della fine delle illusioni positivistiche e nello specifico della fine della società austro-ungarica, dello sviluppo e dell’affermazione della psicanalisi, un’epoca cruciale nella storia della letteratura moderna.
La produzione letteraria di Schnitzler si protrasse per oltre un trentennio, ed in questo arco di tempo egli attraversa naturalmente varie fasi esistenziali ed espressive, che portano ad una evoluzione della sua opera, ma credo che comunque prevalga, in essa, un senso di unitarietà complessiva, per le tematiche trattate, che va al di là delle pur evidenti differenze stilistiche e di accento che si possono trovare tra le prime novelle e quelle della maturità, il che consente a mio avviso di poter affermare che Schnitzler lungo tutta la sua produzione letteraria ha perseguito coerentemente la finalità di descriverci il mondo in cui viveva, la perdita delle sicurezze sociali ed esistenziali, l’irrompere delle pulsioni contrapposte alle convenzioni sociali soprattutto attraverso le piccole storie, spesso tragiche, di personaggi a loro modo emblematici di quel mondo.
La signora Berta Garlan fa parte a pieno titolo delle piccole tessere del grande mosaico schnitzleriano. La novella fu scritta nel 1901, quasi contemporaneamente ad uno dei grandi capolavori dell’autore viennese, Il sottotenente Gustl. A differenza di questo, però, La signora Berta Garlan non fa ricorso al monologo interiore, come forse pure avrebbe potuto vista la focalizzazione del racconto attorno ad alcune settimane della vita di un singolo personaggio, ma si avvale di uno stile di scrittura più convenzionale, il che fa dire ad Italo A. Chiusano, nella prefazione a questa edizione della BUR, che la novella è uno degli ultimi prodotti di una narrativa che rientra ancora nella grande tradizione dell’Ottocento. A mio avviso questo non è vero; in tal caso infatti si dovrebbe supporre in Schnitlzer una sorta di schizofrenia narrativa, che lo vedrebbe da un lato inventare di fatto la più tipicamente novecentesca delle tecniche narrative e pressoché contemporaneamente rifugiarsi in una prosa ottocentesca. La spiegazione di questo indubbiamente diverso accento stilistico in due opere così vicine nel tempo può a mio avviso essere ricercata quasi paradossalmente proprio nel carattere unitario dell’opera narrativa di Schnitzler: ogni novella, come detto, può essere vista come il capitolo di un unico grande romanzo, ed allora (esattamente come farà Joyce nell’Ulisse) ciascun capitolo può assumere una sua precisa connotazione stilistica, in relazione al tono generale della storia. Così, due delle novelle più drammatiche quanto a destino dei protagonisti (il citato sottotenente Gustl e La signorina Else, scritte a più di vent’anni di distanza) non possono che rendere il tumulto interiore dei protagonisti attraverso il monologo interiore, mentre in altre novelle, più piane e tranquille, il tono narrativo deve giocoforza cambiare per essere aderente a quanto narrato. Del resto che La signora Berta Garlan sia opera pienamente novecentesca è attestato, anche a livello stilistico, da segni inequivocabili, seppur meno radicali che in altre novelle: le bellissime pagine nelle quali Berta riflette con sé stessa attraversando Vienna, come pure il repentino passaggio, nei momenti di maggiore attività emotiva della protagonista, dall’impiego del passato remoto a quello del presente indicativo appartengono appieno a canoni narrativi tipicamente novecenteschi.
La storia narrata in questa novella è quella di una giovane vedova, con un figlio cinquenne, che vive apparentemente serena nella piccola città della Wachau nella quale si era trasferita, da Vienna, dopo il matrimonio con un impiegato più anziano di lei, morto improvvisamente un paio d’anni prima. Veniamo a sapere che in gioventù ha studiato pianoforte, ma che ha dovuto abbandonare il conservatorio dopo un rovescio finanziario della famiglia, e che ha accettato di sposarsi per non rimanere sola dopo la morte quasi contemporanea dei genitori. La sua ristretta ma tranquilla esistenza nell’ambiente piccolo-borghese di provincia è interrotta dal rapporto riallacciato a Vienna con Emil, un fidanzato dell’epoca del conservatorio, nel frattempo divenuto famoso violinista. Berta sogna di diventare sua moglie e gli si concede al primo incontro nonostante sia rimasta sino ad allora del tutto fedele alla memoria del marito. Emil invece vede in Berta solo l’avventura di una notte e respinge le sue successive offerte d’amore. A Berta non rimane che tornare nella sua piccola città, dove la sua amica Anna Rupius, moglie di un funzionario rimasto paralizzato (e impotente) a seguito di un incidente, muore in seguito al procurato aborto del figlio concepito con un amante viennese.
Detta così la trama sembra quella di una banale storia d’amore tra una donna ingenua e sincera e un uomo cinico e profittatore. In realtà, come sempre in Schnitzler, il contesto in cui la storia si svolge assume un ruolo centrale, ed in questo caso il contesto, oltre che dall’ambiente fisico, nel quale emerge il forte contrasto tra la cittadina di provincia e la grande capitale, è dato anche e soprattutto dal panorama umano che ruota attorno a Berta e che disvela tutta la sua ipocrisia rispetto alla grande rimozione sociale: quella del sesso come una delle forze che condiziona le relazioni umane.
Berta per prima ha rimosso il sesso dal suo orizzonte vitale, anzi ci dice esplicitamente che questo non era mai apparso, se non come dovere coniugale, neppure durante il matrimonio con l’anziano marito. Questa rimozione però è innaturale: Berta sente oscuramente che le relazioni tra le persone che la circondano sono basate sul sesso, sulla sua ingombrante presenza o sulla sua assenza. Emil è quindi in qualche modo lo strumento di questa scoperta, l’oggetto che Berta utilizza per scoprire la gioia e la soddisfazione sessuale. Ella però è conscia del ruolo sociale che le convenzioni attribuiscono al sesso ed alla sua pubblica rimozione, non può concepirlo solo in funzione utilitaristica, per quanto cerchi a tratti di convincersi di ciò, in alcune che sono tra le più belle pagine del racconto, e quindi non può che rifiutare sdegnata la proposta di Emil di essere la sua amante occasionale, una donnaccia.
Parallelamente alla sua storia scorre quella, più drammatica, dei coniugi Rupius, i cui contorni reali conosceremo solo alla fine del racconto. Tra i due la funzione utilitaristica del sesso è accettata, nel senso che il paralitico e impotente Rupius accetta – sia pure con un profondo dolore interiore – che la moglie lo tradisca, considerando la soddisfazione sessuale un diritto in una donna ancora giovane ed attraente. Anche questa strada si rivelerà tuttavia impercorribile, ed alla fine, nello splendido finale sospeso, i due reduci siederanno sconfitti l’uno accanto all’altro.
Nel racconto compaiono altri personaggi e vengono accennate altre storie, tutte caratterizzate da meschinità e ipocrisia, quando non da squallore, rispetto al tema delle relazioni sessuali.
Schnitzler ci offre in questa novella uno spaccato di come la società piccolo-borghese del suo tempo fondasse le relazioni interpersonali sull’uso di maschere (che non a caso diverranno reali in Doppio sogno) volte a nascondere e sterilizzare l’istintualità e le pulsioni profonde dello stare insieme, ma ci dice come la caduta di queste maschere sia inevitabile. Come in altre sue opere egli tuttavia si ferma nel momento in cui le maschere cadono, e noi non riusciamo a vedere cosa c’è davvero sotto di esse, perché in quel momento l’autore cala il sipario e lascia a noi immaginare cosa accadrà. Come detto da Reinhard Urbach, grande studioso di Schnitzler citato da Chiusano nella prefazione, ”La maschera – la finzione sociale – era il suo tema preferito, non lo smascheramento.” E’ anche questo rifiuto di ogni didattica a mio avviso il segno che ci troviamo di fronte ad un grande autore.

Annunci

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

4 pensieri riguardo “La piccola tessera di un grande mosaico narrativo

  1. Belle, molto belle queste tue pagine (mi riferisco anche ai post precedenti) su Schnitzler, autore che amo molto, del quale ho letto tutto quello che da leggere era disponibile in italiano ma… ormai troppo tempo fa. E’ davvero giunta l’ora di riprenderlo seriamente in mano.

    Mi piace

    1. Grazie Gabrilù: sai quanto apprezzi i Tuoi commenti.
      Anche io mi sono ritrovato a rileggere Schnitzler dopo molti anni, e devo dire che l’entusiasmo giovanile, dato anche da una certa dose di snobismo e di atteggiamento sostanzialmente acritico che avevo negli anni ’80 nei confronti di qualsiasi autore del primo novecento nato dalle parti del Danubio, mi è stato confermato da queste letture indubbiamente più posate e mature.
      Alla prossima
      Vittorio

      Mi piace

  2. Davvero molto bella anche questa recensione di Schnitzler. Molto interessante la riflessione citata di Reinhard Urbach : l’ interesse per la maschera e non per lo smascheramento.

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...