Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Novecento, Racconti, Recensioni

La doppia maschera, sociale e privata, impossibile a levarsi

LaMogliedelGiudiceRecensione de La moglie del giudice, di Arthur Schnitzler

SE, Piccola enciclopedia, 1994

La moglie del giudice è una novella scritta da Schnitzler nel 1925: non è molto nota, e non deve essere confusa con La moglie del saggio, che è del 1896.
In quel periodo finale della sua vita artistica l’autore ci regala alcune delle sue opere più significative: nel 1924 La signorina Else, e nel 1926 Doppio sogno e Gioco all’alba. In questo contesto di grandi prove letterarie La moglie del giudice rappresenta sicuramente un’opera che potrebbe apparire minore, un intermezzo anche stilisticamente rilassato rispetto allo sperimentalismo dei capolavori citati.
La novella, piuttosto breve, è ambientata nel XVIII secolo nel ducato di Sigmaringen, uno dei tanti staterelli in cui la Germania era allora suddivisa. Questa ambientazione storica trova la sua corrispondenza nello stile di scrittura adottato dall’autore, che è anch’esso antico, quasi apologico, e richiama esplicitamente, a mio modo di vedere quasi facendone ironicamente il verso, alcuni degli autori del romanticismo tedesco, in particolare Heinrich Von Kleist.
Emerge quindi ancora una volta, leggendo questa novella, la sapienza narrativa di Schnitzler, che è in grado di trovare il tono e l’accento adatto ad ogni suo racconto, con una grande duttilità, senza tuttavia che questo incida sulle tematiche profonde che vuole proporre al lettore, che sostanzialmente, soprattutto in quel tardo periodo della sua vita, sono coerentemente sviluppate in ciascuno dei suoi racconti, e che come detto concorrono a dare una grande unitarietà tematica alla sua opera complessiva, arricchita dalla differenza di toni e accenti che caratterizza i singoli episodi che la compongono.
La trama si sviluppa, come spesso capita in Schnitzler, lungo pochi giorni della vita di Adalbert Wogelein, giudice della cittadina di Karolsmarkt, nel ducato di Sigmaringen. Da poco è morto il vecchio Duca, che più che degli affari di stato si è sempre occupato del suo harem di dieci-quindici signorine nel vicino castello di caccia di Karolslust. Si attende l’arrivo nel ducato dell’erede, che ha vissuto a Parigi frequentando l’ambiente illuministico della capitale francese.
Il giudice Wogelein, di modeste origini, è apprezzato per la saggezza e la lungimiranza con cui amministra la giustizia, ed ha sposato alcuni anni prima la mite e bella Agnes, figlia del borgomastro, dalla quale non ha ancora avuto figli. Ogni tanto torna in città un suo vecchio amico d’infanzia, Tobias Klenk, che professa idee rivoluzionarie conducendo una vita errabonda ed avvolta di mistero fuori dai confini del ducato. In quelle occasioni il giudice Wogelein, che da sempre è psicologicamente succube dell’amico, passa le serate con lui all’osteria, condividendone sguaiatamente le idee.
Emerge subito quindi il contrasto tra il ruolo di tutore dell’ordine costituito esercitato da Wogelein e il suo bisogno di uscire da questo ruolo per provare ad essere davvero sé stesso. Un altro elemento che emerge immediatamente, anche se in una forma molto mediata dal linguaggio che Schnitzler adotta, è la mancanza del sesso nell’unione tra Adalbert e Agnes: il matrimonio come detto non ha dato figli, e tutte le volte che tra i due si fa strada una certa intimità, il sonno o il bisogno di recarsi all’osteria prevalgono. Fuggevoli e rituali baci in fronte sono le uniche manifestazioni di affetto tra i coniugi.
Tobias Klenk viene arrestato per sospetto bracconaggio, e il giorno seguente il giudice Wogelein deve tenere il processo. Annuncia alla moglie che lo assolverà, in quanto crede che la giustizia del Duca non corrisponda alla giustizia vera. In tribunale, però, si trova a giudicare Tobias alla presenza del giovane Duca, giunto in città per una visita, e lo condanna ad una pena severa. La sera si giustifica con la moglie dicendo di avere in questo modo salvato Tobias da una condanna a morte che il Duca avrebbe voluto gli fosse inflitta in quanto sovversivo. Poco dopo, però, il Duca, a seguito di un incidente alla sua carrozza, entra nella casa del giudice, e nel colloquio che ne segue Agnes capisce la pusillanimità di Adalbert e le sue bassezze, tanto più che il Duca rivela di aver già provveduto a liberare Tobias, avendo ritenuta ingiusta la sua condanna. Agnes, affascinata dalla personalità del Duca, gli chiede esplicitamente di poter diventare la sua favorita e se ne va con lui. Più tardi Adalbert, Tobias e il Duca si incontrano ancora ed anche stavolta Adalbert cade vittima della sua viltà e dell’incapacità di esprimere una posizione che non sia quella che ritiene più adatta a compiacere chi ha davanti. Nell’ironico finale, Agnes, che torna a casa per un chiarimento definitivo con Adalbert, lo trova a letto con la domestica e se ne va definitivamente. Il giudice continua comunque ad esercitare la sua professione nella cittadina, apprezzato per la sua saggezza; il Duca perde presto il giovanile senso di giustizia e diviene la fotocopia del padre, avendo figli legittimi ed illegittimi, mentre di Tobias Klenk di viene a sapere che è stato impiccato in un paese straniero.
Uno dei temi centrali della narrativa di Schnitzler, quello della maschera sociale che ciascuno di noi deve indossare, è qui trattato con una buona dose di pacata ironia, ed impersonato dalla grottesca figura di Adalbert, vero protagonista della storia. La gestione ordinata del distacco tra la sua personalità pubblica e quella privata, che si poggia essenzialmente sull’accettazione da parte di Agnes del proprio ruolo subalterno, è messa in crisi dall’irrompere sulla scena di due personaggi che non rientrano nelle categorie precostituite entro le quali Adalbert si ritrova a suo agio: Tobias e il Duca. Entrambi si comportano diversamente da come lui si aspetta, ed egli letteralmente si avvita su sé stesso incapace di nascondere ancora le proprie contraddizioni. Agnes diviene allora il vero giudice, e comprende tutta la falsità della sua vita coniugale. La sua è una risposta di grande libertà intellettuale e morale: dà tra l’altro al marito una seconda chance, ma questi è come detto ormai incapace di uscire dalle sue contraddizioni. Finirà però anche lei per rientrare nei ranghi, assumendo un altro ruolo rispetto a quello di sposa fedele e sottomessa, ma in ogni caso un ruolo aderente agli immutabili schemi sociali.
Uno Schnitzler sessantenne che veniva dal divorzio con la moglie analizza quindi anche in questa novella, sia pur con toni diversi che in Doppio sogno, il tema dell’istituzione matrimoniale come maschera di rispettabilità borghese che ha essenzialmente il compito di coprire, ottundere e guidare verso lidi socialmente accettabili la libido individuale.
La sua analisi della società e dei rapporti sociali tra gli individui viene condotta in questo caso, come detto, sotto forma di apologo, nel quale mette in scena dei veri e propri archetipi dell’articolazione sociale: il Duca, che rappresenta il potere apparentemente aperto ma in definitiva volto alla sua conservazione immutabile nel tempo; il giudice, che questo potere ha il compito di custodire applicando la legge; il sovversivo, che vorrebbe rovesciare il potere ma è sostanzialmente impotente, come la benevolenza del Duca nei suoi confronti e la sua oscura fine si incaricano di dimostrare. Agnes è lo spirito critico rispetto a questo triangolo di potere maschile, ma anche la sua ribellione si consuma all’interno di esso, e finirà per non essere altro che una delle tante favorite del Duca che nel frattempo ha sposato come giusto una nobildonna, dandogli uno dei molti figli illegittimi.
Schnitzler quindi, se da un lato è perfettamente conscio del potenziale sovversivo del sesso e quindi della necessità che l’ordine sociale ha di incanalarlo attraverso il matrimonio, dall’altro è parimenti consapevole della capacità dello stesso ordine sociale di assorbire le perturbazioni che si creano quando il canale tracima. La storia di questi ultimi cento anni non può che dargli ragione: la cosiddetta liberazione sessuale non ha portato e non può portare ad intaccare sostanzialmente i meccanismi di potere su cui si basano le relazioni sociali, perché questi hanno a loro volta una giustificazione ultima di tipo economico, ed è quindi solo cambiando i rapporti sociali di produzione che si potrà giungere ad una vera liberazione dell’uomo. Nel frattempo, ci daranno tutto il sesso che vogliamo, basta che non rompiamo le palle a lorsignori.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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