Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Noir, Racconti, Recensioni

Oltre le Vite Immaginarie: i racconti semisconosciuti di un raffinatissimo simbolista

IlRedallaMascheradOroRecensione de Il re dalla maschera d’oro e altri racconti, di Marcel Schwob

SugarCo, Tasco, 1983

Marcel Schwob è un autore fondamentale per comprendere quella stagione della letteratura francese (e non solo) che va sotto il nome di simbolismo. In Italia è conosciuto soprattutto per Le vite immaginarie, di cui sono disponibili numerose edizioni; altri volumi, editi per lo più da piccole case editrici, consentono di farsi un’idea più completa della produzione letteraria di questo eclettico autore, che nella sua breve vita (morì a soli 38 anni nel 1905) scrisse moltissimo. Una parziale lacuna dell’offerta editoriale relativa a questo autore è rappresentata dai racconti. Schwob ne pubblicò infatti due raccolte, Cuore doppio nel 1891 e Il re dalla maschera d’oro l’anno successivo. La prima raccolta è ancora disponibile nell’edizione Kami (2005) mentre la seconda non è mai stata pubblicata per intero. E’ quindi prezioso questo vecchio volumetto di SugarCo, che raccoglie una scelta di racconti da entrambe le raccolte, perché rappresenta l’unica possibilità per il lettore italiano di farsi un’idea organica della produzione novellistica di Schwob. Purtroppo non è più in catalogo da anni, e da una breve ricerca fatta risulta difficilmente reperibile anche sul mercato online dell’usato.
Dico subito che i 17 racconti compresi in questo volume sono molto belli e, grazie anche alla traduzione di Maria Teresa Giaveri che ho apprezzato molto, ci restituiscono tutta la sapienza narrativa e stilistica di questo raffinatissimo autore.
Schwob in genere traeva spunto, per i suoi racconti, dalla sua sterminata erudizione, che gli consentiva di trarre storie dalle fonti più disparate e da letture di testi di varie epoche. Così, accanto a racconti ambientati nell’epoca in cui viveva l’autore, ve ne sono altri situati nel rinascimento e nell’antichità classica, e non mancano quelli che non possono essere ascritti ad un’epoca precisa. Ognuno dei racconti, anche in virtù della diversa ambientazione, è caratterizzato da un preciso tono narrativo, da uno stile di scrittura che si diversifica anche nettamente. Molti racconti riguardano storie tragiche ed anche macabre (Schwob era un grande ammiratore di E. A. Poe), altri hanno un tono più leggero, quasi fiabesco, e qua e là affiora anche l’ironia, C’è però un sottile filo rosso che lega tutti questi racconti, dato dall’evocatività dello scritto, dal suo essere capace di offrirci, in piena coerenza simbolista, suggestioni e rimandi che vanno ben al di là della storia narrata, toccando le corde dei sentimenti profondi e soprattutto delle angosce dell’uomo di fronte alla caducità della sua vita, di fronte alla morte, di fronte alla straniazione ed alla crudeltà indotte dalla falsità e dalla complessità dei rapporti sociali.
In questo senso credo che, se Schwob può essere considerato uno dei massimi rappresentanti letterari del simbolismo, allora non si può considerare il simbolismo stesso come una tendenza artistica volta alla ricerca dell’arte pura, dell’arte non contaminata dalla realtà sociale, come qualcuno ha scritto: il simbolismo, che nasce come reazione al naturalismo positivista intriso di fiducia nella scienza e nel progresso, rappresenta come il decadentismo, cui è strettamente apparentato, la prima presa di coscienza a livello artistico della crisi della società borghese e dei suoi valori, ed in questo senso pone le basi di molta della letteratura posteriore. Non avendo i simbolisti ancora a disposizione gli strumenti di analisi della psicologia umana di cui disporranno gli autori novecenteschi, la loro reazione alla crisi è quasi mistica quanto a forma, ma strettamente ancorata alla critica della realtà che vivevano quanto a sostanza.
Il volume si apre con il racconto forse maggiormente esemplificativo di quanto detto: la bellissima storia de Il re dalla maschera d’oro, fiaba tragica, disperata e simbolista quasi per antonomasia, è la storia delle fondamenta del potere, che si reggono sinché non viene messo in discussione il ruolo immutabile che ciascuno deve esercitare nella società, rappresentato dalle maschere che sia il re sia i suoi sudditi devono portare. Quando il re si toglie la maschera e si scopre lebbroso, quando buffoni, sacerdoti e donne a loro volta si tolgono la maschera e si vede come chi pareva ridere in realtà pianga e viceversa, il potere cristallizzato non può più reggersi, ed il re è costretto ad accecarsi ed a fuggire per affrontare la realtà, non sapendo però coglierla e venendone annientato.
Il racconto che segue, Le imbalsamatrici, di ambientazione esotica, è notevole per il suo tono notturno e macabro, ma soprattutto per come sviluppa una tematica chiave della letteratura di ogni tempo, quella del doppio.
La peste, ambientato in Italia settentrionale nel 1374, è scritto sotto forma di cronaca medievale in prima persona, e rimanda, non senza una buona dose macabra ironia di stampo quasi boccaccesco, alla classica morale del chi di spada ferisce…
Uno dei racconti più belli e misteriosi della raccolta è senza dubbio Le maschere. In poche pagine Schwob è in grado di descrivere un mondo di desolazione e di crudeltà a tinte tanto vivide e forti da ricordare certi quadri di Brueghel o Bosch. Anche in questo racconto, che significativamente riprende il tema della maschera, il richiamo alla violenza su cui si basa il potere è l’elemento centrale dell’oscura storia narrata.
Splendido è anche Le milesie, nel quale il suicidio delle giovani vergini di Mileto è causato dall’impossibilità di sopportare ciò che diventeranno da vecchie. Questo racconto può essere peraltro accostato a Lo zoccolo, che – sia pure con un tono da fiaba romantica – tratta esso pure dell’ineluttabilità dell’invecchiamento e della tragedia del vivere.
Con La macchina per parlare la polemica antipositivistica assume caratteri espliciti: la descrizione della macchina e del suo funzionamento è infatti ironicamente quasi naturalistica, e la catastrofe completa che ne segue, quando l’inventore pretende di far dire alla macchina che lui ha creato il verbo, è altrettanto ironica nella sua ineluttabilità.
Tra gli altri racconti della raccolta, come detto tutti molto belli ma che lascio alla scoperta di chi ha già il volume o di chi riuscirà a procurarselo, voglio citare solo I senza faccia e Uno scheletro.
Il primo perché emerge sicuramente quanto ad intreccio narrativo. E’ la storia di due soldati che a seguito dell’esplosione di una granata sono divenuti irriconoscibili, con le facce ridotte a ad una superficie informe con tre buchi al posto di narici e bocca. Si esprimono con suoni gutturali e l’unica attività che possono compiere è fumare la pipa. Una signora, moglie di uno dei due, nell’impossibilità di riconoscere il marito accudisce entrambi. Accanto alla tremenda denuncia della crudeltà della guerra moderna, che drammaticamente anticipa ciò che accadrà all’inizio del nuovo secolo, Schwob ci offre in questo racconto una delicatissima, ancorché paradossale, analisi dei rapporti umani che si stabiliscono tra i due senza faccia e la moglie, ed ancora una volta ci dice come le convenzioni sociali non reggono di fronte all’irruzione della realtà.
Uno scheletro, con cui la raccolta si chiude, è sicuramente il più leggero dei racconti, e ci aiuta a ritrovare il sorriso dopo l’ininterrotta processione di storie drammatiche, tragiche e macabre. Qui il gusto del macabro è utilizzato da Schwob in senso comico, ed indubbiamente il racconto ci offre una ulteriore prova delle grandi e poliedriche capacità narrative dell’autore, che qui si ispira ad uno dei suoi numerosi amici, Mark Twain.
Oltre alla perizia nelle traduzioni, la curatrice Maria Teresa Giaveri ci offre un bellissimo saggio finale, che ci aiuta ad avvicinarci alla vita, all’epoca e alla poetica di questo grande e non troppo conosciuto autore.
Con questi racconti Schwob si rivela a mio avviso, come detto, uno dei grandi anticipatori del novecento letterario. E’ stato infatti strano, dopo avere letto alcune novelle di Arthur Schnitzler, autore nel quale il tema della maschera gioca un ruolo centrale, avere a che fare con le numerose maschere che Schwob, alcuni decenni prima, mette in campo nei suoi racconti. La letteratura è affascinate anche per questo: per i numerosi rimandi e confronti che si possono fare tra autori ed epoche diverse, per come i grandi autori, pur ciascuno immerso appieno nell’epoca in cui vive, si affidino ad alcuni archetipi, a simboli riconoscibili dal lettore anche di secoli dopo per affidarci i loro messaggi nella bottiglia.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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