Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Recensioni, Teatro

Commedie sgradevoli e gradevoli, ma soprattutto grande teatro

TeatroShaw1Recensione di Teatro – vol. 1, di George Bernard Shaw

Fratelli Melita, Club del libro, 1984

Per qualche strano caso, mi trovo ad avere in libreria alcuni volumi del Club del libro Fratelli Melita, una casa editrice oggi scomparsa che si caratterizzava per la scarsissima qualità dei suoi libri, in genere infarciti di errori tipografici e di traduzioni approssimative.
Devo dire che nel caso del Teatro di George Bernard Shaw, tre volumi editi nel lontano 1984 come ristampa di una analoga edizione Newton & Compton di una decina d’anni prima, questo giudizio negativo non vale, perché, a parte alcuni lievi errori di stampa ed un aspetto decisamente da mass market, i volumi si presentano curati. Questo primo tomo è arricchito anche dalle preziose e divertenti prefazioni di Shaw alle commedie che presenta, raccolte dallo stesso autore sotto i titoli di Commedie sgradevoli e Commedie gradevoli, oltre che da una Ovazione per Shaw scritta a suo tempo da Bertolt Brecht.

Le commedie sgradevoli
Shaw riunisce sotto questo titolo le prime tre commedie che scrisse, alla fine del XIX secolo: Le case del vedovo, L’uomo troppo amato (conosciuta anche come Il cascamorto) e La professione della Signora Warren, senza dubbio la più nota delle tre.
Le case del vedovo, prima prova teatrale di Shaw, scritta nel 1892, è senza dubbio la commedia più esplicitamente politica di questa fase della produzione teatrale dell’autore. Shaw è un socialista militante nella Fabian society, un movimento tipicamente anglosassone che, contrariamente ai movimenti operai di ispirazione marxista, si proponeva la graduale evoluzione della società verso la proprietà comune dei mezzi di produzione e l’elevazione delle condizioni di vita delle classi lavoratrici per mezzo di riforme di sistema. Come illustra lo stesso autore nella citata prefazione alle Commedie sgradevoli, il teatro gli sembra la forma artistica migliore per denunciare i mali della società e l’ipocrisia ed il cinismo delle classi dominanti rispetto all’essenza economica del loro potere, basata sullo sfruttamento dei più poveri. Ne Le case del vedovo tutte le armi dell’ironia e del sarcasmo, tipiche di questo autore, sono già presenti ad un livello molto elevato, e vengono messe al servizio di un’opera di scoperta denuncia sociale. Il protagonista, Sartorius, è presentato inizialmente come un gentleman che si è fatto da sé, rivelandosi nel corso della commedia un avido e cinico speculatore, che deve la sua ricchezza all’affitto di interi quartieri di catapecchie cadenti della periferia londinese agli operai. Shaw, che conosce bene quella realtà, infarcisce la commedia di dati puntuali, come quando ci fa sapere che l’affitto avviene di settimana in settimana, per singole stanze o anche per porzioni di esse, che le case vengono lasciate senza manutenzione, che questa attività rende più che l’affitto di case signorili. Henry Trench, il giovane apparentemente idealista che si innamora della figlia di Sartorius, quando conosce la provenienza delle ricchezze del padre di lei vorrebbe ribellarsi, ma amaramente comprende di essere anche lui una ruota dell’ingranaggio sociale ed economico, ed alla fine accetta di compartecipare alle speculazioni del futuro suocero. Bellissima, di diretta discendenza dickensiana la figura dell’esattore di Sartorius, meravigliosamente chiamato Lickcheese. Le case del vedovo è in definitiva una commedia che ci introduce appieno nell’universo teatrale di Shaw, pur con il suo intento quasi dichiaratamente didascalico.
La commedia seguente, L’uomo troppo amato, è una divertente commedia di costume, nella quale viene preso in giro l’ibsenismo, ovvero l’ammirazione superficiale e dovuta quasi ad una moda dell’opera teatrale di Ibsen quale base teorica della liberazione della donna e del sovvertimento delle convenzioni sociali nel rapporto tra gli individui e tra i due sessi. Shaw era un fervente ammiratore di Ibsen, ed il suo teatro è fortemente influenzato dall’opera dell’autore norvegese, soprattutto per la sua carica di denuncia delle ipocrisie e contraddizioni della società borghese e della condizione della donna. Nella commedia (che è a mio avviso la meno forte, la meno sgradevole delle tre) Shaw denuncia, attraverso la figura di Charteris, la falsità con cui gli intellettuali e i rappresentanti delle classi elevate, per apparire moderni ed evoluti, si appropriano degli stereotipi della denuncia ibseniana applicandoli a modi di agire, soprattutto nei confronti delle donne, che conservano la più assoluta convenzionalità.
La professione della Signora Warren, del 1894, è senza dubbio uno dei capolavori dell’autore. Affronta (in epoca vittoriana!) un tema scabroso e rimosso dalla società, quello della prostituzione, con una grazia ed una eleganza straordinarie, che per contrasto esaltano la durezza delle cose che vengono dette. Il colloquio centrale tra la Signora Warren e la figlia Vivie, vero e proprio manifesto della condizione femminile nella società dell’epoca, nella quale la prostituzione e il matrimonio sono considerati forme diverse ma sostanzialmente analoghe con le quali la donna si garantisce un avvenire concedendo ad altri il proprio corpo, credo sia uno dei capisaldi del teatro moderno. La squallida figura di Sir George Crofts, socio in affari della Signora Warren, fa il paio con quella di Sartorius nel descrivere l’abiezione delle classi dominanti inglesi il cui unico fine è il profitto. La Signora Warren, così umana nella sua volgarità e nella sua sconfitta finale nei confronti della figlia, si staglia a mio avviso nell’olimpo delle grandi figure femminili del teatro di ogni tempo.

Le commedie gradevoli
In questa sezione del volume sono presentate le quattro commedie che Shaw chiamò gradevoli perché in generale, pur trattando egualmente le tematiche legate alle ipocrisie nelle relazioni umane indotte dalle convenzioni sociali, queste sono affrontate con un tono più leggero, più scanzonato rispetto alle commedie viste sopra.
La prima commedia, Le armi e l’uomo, già dal titolo e dal sottotitolo – una commedia antiromantica – preannuncia che si tratta di una satira della guerra e dell’atteggiamento retorico verso di essa, intriso di esaltazione dell’eroismo e dell’amor di patria. E’ di ambientazione esotica (la scena si svolge in Bulgaria) e questo, insieme ad uno spiccato andamento da commedia degli equivoci, contribuisce non poco a darle un carattere essenzialmente comico. Oserei dire che, fatte le opportune distinzioni in merito all’epoca di scrittura, è una commedia che avvicina Shaw ad un grande classico come Moliere. La figura del protagonista Sergio Saranoff, tronfiamente vanaglorioso e intriso di romanticismo, in realtà inetto e meschino, potrebbe infatti appartenere al repertorio dei grandi personaggi negativi del commediografo francese. Il suo alter ego svizzero, il capitano Bluntschli, con il suo spirito pratico ed antiromantico manda in crisi l’artificiosità delle convenzioni su cui si basano i rapporti tra i personaggi del microcosmo della famiglia Petkoff, costringendo ognuno a svelarsi per ciò che realmente è (spesso, come nel caso del maggiore o dello stesso Saranoff, un più o meno simpatico idiota). La commedia dà anche lo spunto a Shaw per stigmatizzare il dominio che i padroni esercitano sui servitori e per mettere in ridicolo (per la verità anche attraverso stereotipi che rasentano una certa punta di razzismo) il provincialismo di quella estrema parte d’Europa.
Candida, un mistero in tre atti è il vero capolavoro di queste Commedie gradevoli, ed il personaggio femminile che ci presenta ha molte analogie, a mio avviso non casualmente, considerando lo stretto rapporto tra Shaw ed Ibsen, con Nora di Una casa di bambola. Le premesse sociali sono molto simili: alla atmosfera grettamente borghese del dramma ibseniano corrisponde in Candida un ambiente intellettualmente aperto, molto ben descritto nell’ampia premessa all’azione scenica e nel primo atto. La natura vera del legame tra Candida e il marito, Padre Morell, che scopriamo grazie all’irrompere della disperata ingenuità del giovane poeta Merchbanks ci dice che le convenzioni e l’assoggettamento della donna sono di casa anche nei nuclei familiari aperti e progressisti, addossando in pratica all’istituzione matrimoniale in quanto tale la divisione dei ruoli tra uomo e donna. Provenendo da un sostrato culturale nettamente diverso da quello rigidamente protestante di Ibsen, Shaw fa compiere a Candida una scelta meno radicale di quella di Nora: essa infatti decide di rimanere all’interno del ruolo che le è stato assegnato e, partecipando all’asta di cui è oggetto, sceglie il marito, perché essendo il più debole non sopravviverebbe senza di lei.
L’uomo del destino è un atto unico, definito da Shaw stesso nella prefazione poco più di un pezzo di bravura per mettere in risalto il virtuosismo dei due protagonisti principali. In effetti è la plastica esposizione della sottile lotta psicologica tra un Napoleone giovane generale impegnato nella campagna d’Italia ed una signora, probabile spia, che gli ha sottratto degli importanti dispacci di guerra. Forse il frammento più significativo e pieno di sarcasmo della godibile pièce sono le iniziali pagine descrittive del contesto in cui si svolge la scena; non manca comunque di mostrarci i meccanismi psicologici che guidano l’azione dell’uomo di potere.
Il volume termina con Non si può mai dire, la commedia dal punto di vista teatrale sicuramente più esplosiva tra quelle gradevoli ma anche quella che, avvicinandosi maggiormente ai meccanismi della commedia sofisticata di costume, mi ha convinto di meno quanto a contenuti. Indubbiamente le capacità ironiche e sarcastiche di Shaw vi sono dispiegate al massimo livello, ed alcuni personaggi (su tutti il cameriere William e i due gemelli) sono memorabili, ma a mio avviso manca quella tensione morale che fa grande il teatro di Shaw. Ancora una volta Shaw prende in giro gli stereotipi di chi, in nome del proprio progressismo, cerca di negare i propri sentimenti, ma lo fa con uno sguardo morbido ed accattivante. Del resto è lo stesso autore, nella prefazione, ad ammettere di averla voluta scrivere tenendo conto delle richieste dei registi alla ricerca di commedie alla moda per i teatri del West End. Non so se sia mai successo, ma sarebbe stato un soggetto perfetto per un film di Billy Wilder interpretato da Jack Lemmon.
In definitiva in questo volume si ritrovano alcuni dei titoli più importanti e più divertenti di uno degli autori che maggiormente ha innovato il teatro tra ‘800 e ‘900, dotato di una brillantezza e di una arguzia tipicamente anglosassoni, che possono essere paragonate a quelle di Oscar Wilde; un autore che mise queste sue straordinarie capacità al servizio della giustizia sociale e della critica alle convenzioni sociali dominanti, che si impegnò in prima persona in politica e che contribuì a fondare (fatto non sufficientemente puntualizzato) la London School of Economics quale luogo di formazione politica ed economica. Insomma un intellettuale a tutto tondo, specie di cui da tempo si è perso lo stampo.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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