Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Novecento, Recensioni, Teatro

La maturità del grande fustigatore

TeatroShaw2Recensione di Teatro – vol. 3, di George Bernard Shaw

Fratelli Melita, Club del libro, 1984

Questo terzo volume del Teatro di George Bernard Shaw contiene quattro commedie, appartenenti al periodo della piena maturità artistica dell’autore: furono infatti scritte tra il 1906 e il 1916. Due di esse sono dei capolavori riconosciuti (Pigmalione e Casa cuorinfranto) mentre le prime due proposte, Il dilemma del dottore e Androclo e il leone, sono senza dubbio meno conosciute dal grande pubblico.
Il dilemma del dottore non è una vera e propria commedia, perché se da un lato presenta tutti gli aspetti di satira brillante tipici del teatro di Shaw, dall’altro applica il potere corrosivo della prosa dell’autore ad un tema drammatico, arrivando a rappresentare – cosa inusitata in Shaw – una morte in scena.
Gli strali di Shaw stavolta si abbattono sulla classe medica inglese, ed in particolare sulla professione medica privata, perché, come ci dice lo stesso Shaw nella lunga postfazione alla commedia, è indubbio che se un medico può guadagnare dalla decisione di operare un paziente, ed a guadagnare tanto più quanto più grave è la mutilazione che gli procurerà, egli tenderà ad operare comunque, indipendentemente dalla reale necessità dell’operazione. Shaw, con il gusto del paradosso aforistico che gli è proprio, dice che anche impiccare qualcuno o abbattere una casa può essere a volte necessario, ma la decisione se farlo o no non viene lasciata al boia o alla ditta di demolizioni.
La vicenda della commedia prende l’avvio dal conferimento ad un medico della Londra bene, Colenso Ridgeon, del titolo di Sir per avere scoperto una cura per la tubercolosi (cura peraltro basata su presupposti scientifici assai discutibili). Il primo atto è occupato dai colloqui tra Sir Ridgeon ed i colleghi ed amici medici che si congratulano con lui: Da questi brillantissimi colloqui emerge l’assoluto pressapochismo scientifico dei medici ed il loro cinismo rispetto alla professione, esercitata solo per il profitto, e per il destino dei loro ricchi pazienti. Solo un vecchio amico di Università, Blenkinsop, si ritrova povero per avere scelto di curare i poveri, e viene guardato con compatimento da tutti gli altri.
Giunge nello studio di Ridgeon una giovane signora, Jennifer Dudebat, che scongiura il medico di curare suo marito, un pittore povero ed ammalato di tisi: Ridgeon dapprima rifiuta, adducendo di avere già abbastanza pazienti poi, attratto dalla donna, acconsente a fare incontrare il marito di lei con il gruppo di medici suoi amici, in modo da avere un consulto corale e decidere chi di essi lo curerà.
All’incontro, che avviene in un albergo di lusso, Louis Dudebat, il pittore, conquista i medici con la sua brillante personalità d’artista, scevra dei pregiudizi moralistici dei ricchi dottori: si rivela però anche un simpatico mascalzone, che chiede soldi in prestito a tutti ed ha anche sposato e rapidamente abbandonato, dopo avere speso tutti i suoi soldi, la legittima signora Dudebat, che ora fa la cameriera nell’albergo.
Quando si viene a sapere che anche Blenkinsop è malato, a Ridgeon, la cui cura è l’unica che ha possibilità reali di guarire la tisi, si pone il dilemma se curare l’amico, onesto ma dalla personalità insignificante, o Dudebat, geniale ma inaffidabile. Ridgeon sceglie la prima opzione, e lascia Dudebat nelle mani di uno dei suoi amici, notoriamente un ciarlatano incapace. Naturalmente Dudebat muore rapidamente divorato dal male e, nell’ultimo atto, un incontro tra il medico e Jennifer chiarisce come questi abbia deliberatamente ucciso per interposta persona Louis nella speranza di sposare poi la donna.
Dicevo del carattere anomalo di questo testo rispetto alla nel quarto atto usuale produzione teatrale di Shaw: esso è plasticamente rappresentato dalla morte in scena di Dudebat, una vera e propria scena madre di grandissima forza letteraria e morale, nella quale l’artista mascalzone demolisce le ipocrisie moralistiche dei medici/borghesi, esprimendo i concetti di una morale altra che è molto più vera di quella corrente. Egli, tra l’altro, si dichiara seguace di Bernard Shaw in un passo che rivela lo straordinario egocentrismo dell’autore: vero fulcro della scena è comunque il credo che Dudebat recita nell’imminenza della morte, un credo nella potenza espressiva e nella forza educatrice dell’arte che sgorga meraviglioso dalla penna di Shaw. In questo atto così drammatico, quasi sacrale, Shaw non ha comunque mancato di inserire una figura, quella del giornalista idiota, che rappresenta un’altra staffilata ad uno dei perni del potere costituito, quello dell’informazione.
Il dilemma del dottore è insomma a mio parere uno dei testi teatrali più complessi di Shaw, dove un intento quasi didascalico comune a molta sua produzione è declinato in modo sublime, affiancandosi a riuscitissimi ritratti psicologici e a sottilissimi incastri di satira e dramma.
Il testo seguente, Androclo e il leone, è invece a mio avviso un’opera minore, sia nello sviluppo (un prologo e soli due atti) sia nel contenuto. E’ una rielaborazione del noto mito romano codificato da Aulo Gellio, trasposto all’epoca delle persecuzioni dei cristiani da parte dell’impero. La commedia è indubbiamente gradevole, ed alcuni personaggi (Androclo, Lavinia, il Capitano) sono molto ben tratteggiati, ma in generale a mio avviso non sfugge ad un cliché un po’ ingessato e prevedibile, nel quale spiccano per una certa stereotipia personaggi come il gigante buono Ferrovio o il cortigiano codardo Lentulo. L’happy end, scontato per chi conosce il mito, è comunque giocato da Shaw in modo tale da spiazzare il lettore: infatti l’iniziale carica rivoluzionaria della religione cristiana, vista come fattore di potenziale scardinamento del potere costituito, viene depotenziata dal potere costituito, l’imperatore, che riassorbe la perturbazione non appena si rende conto che può piegarla a proprio vantaggio.
Anche Pigmalione prende lo spunto da un mito antico, trasponendolo però nella Gran Bretagna contemporanea all’autore. Si tratta di una delle commedie più note di Shaw, dalla quale sono stati tratti anche un musical e un celebrato film: My fair lady. La critica sociale qui lascia il posto, o per meglio dire si mimetizza dietro la sottile caratterizzazione psicologica dei personaggi. La vicenda è quella di una povera fioraia, Eliza Doolittle, del tutto priva di cultura e savoir faire e che si esprime in un colorito cockney, che per scommessa viene presa sotto la protezione di due studiosi di fonetica i quali decidono di insegnarle ad essere una gran dama. La trasformazione della ragazza è stupefacente, ma essa è vista dai due, ed in particolare dal vero Pigmalione, il giovane dottor Henry Higgins, comunque come un esperimento: Eliza, che è invece dotata di umanissimi sentimenti, sente di essere stata usata da Henry ed esplode il conflitto tra i due, che porta al famoso, ambiguo ed aperto finale. Talmente ambiguo ed aperto è questo finale che Shaw, visto lo strepitoso successo della commedia, scrisse in seguito un breve saggio – opportunamente riportato in questa edizione – per spiegare come la storia finisse veramente. Indubbiamente Pigmalione è un’opera di grandissimo teatro: nell’edizione italiana probabilmente si perde molto della freschezza del cockney di Eliza, e leggendola si può solo sfiorare lo straordinario effetto comico dei dialoghi del terzo atto, nel quale una Eliza a metà della cura si esprime con un linguaggio formale e mandato a memoria intercalandolo con improvvise esplosioni del suo spontaneo dialetto (celeberrimo il Walk? Not bloody likely! che scandalizzò il pubblico borghese dell’epoca). Shaw qui raggiunge una delle sue vette espressive, anche perché, come detto, pur evitando ogni elemento didascalico sa contestualizzare l’analisi del comportamento umano rispetto alle condizioni storiche e sociali che lo esprimono e lo condizionano: esemplari da questo punto di vista sono le figure del padre di Eliza e dei parenti di Freddy, l’innamorato di Eliza.
L’ultima commedia del volume Casa cuorinfranto è senz’altro l’opera più complessa tra quelle qui proposte, e probabilmente tra le più ambiziose dell’autore. Shaw la scrive in piena prima guerra mondiale, quando è chiaro il disastro a cui la società capitalista ha portato l’Europa e il mondo intero. Rifacendosi a Cechov ed in particolare a il giardino dei ciliegi i suoi strali si concentrano, con una apparente leggerezza che nasconde giudizi spietati, sulla fatuità della borghesia colta e raffinata e dell’intellighentsia inglese dell’anteguerra, come dice lui stesso nella postfazione, che ha continuato a crogiolarsi nella sua finta ed inutile superiorità morale e culturale lasciando che il potere, quello vero, preparasse la catastrofe. E’ una commedia come dicevo complessa e sfaccettata, nella quale ciascun personaggio rappresenta un preciso tipo delle classi dirigenti inglesi dell’epoca, e nella quale riaffiora – certo non a caso visto il periodo – lo Shaw cinico e spietato delle unpleasant comedies nel descriverne l’abissale vuoto. Il finale della commedia, con le esplosioni della realtà che si avvicinano in un crescendo di suspance, è senza dubbio uno dei pezzi di teatro più forti che abbia mai letto.
Leggere opere destinate ad essere rappresentate in teatro non è mai un esercizio semplice: la presenza di soli dialoghi richiede una applicazione notevole per trarre, solo da ciò che viene effettivamente detto dai personaggi, ciò che l’autore vuole comunicarci. E’ solo a teatro che, attraverso la mediazione del regista, il contatto tra il pensiero dell’autore e la mente del fruitore può completarsi. Shaw era consapevole di ciò, ma era consapevole anche del fatto che il teatro era riservato ad una élite: per questo pubblicò in volume le sue opere accompagnandole con prefazioni e commenti, che come detto questi volumi molto apprezzabilmente ci propongono. Leggerli quindi ci permette da un lato di apprezzare la brillantezza dell’autore, la sua capacità di creare situazioni comiche ed avvincenti, dall’altro di decodificare i messaggi che attraverso quelle situazioni ci ha voluto mandare, messaggi che ancora oggi, tanto più oggi possono aiutarci a riflettere sulle enormi contraddizioni della società in cui viviamo, i cui fondamentali sono purtroppo ancora sostanzialmente identici a quelli della Gran Bretagna che preparava, in buona compagnia, la grande mattanza europea.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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