Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura greca, Libri, Recensioni, Teatro

Colpevole o innocente? Sconfitto o vincitore? Gli interrogativi posti 2.500 anni fa con cui ci confrontiamo ancora oggi

Edipo reRecensione di Edipo Re, di Sofocle

Mondadori, Oscar classici, 1983

Leggere l’Edipo Re di Sofocle significa toccare con mano quanto la nostra civiltà, con tutte le sue contraddizioni, sia debitrice – nei suoi tratti fondamentali – della cultura ellenica. Questa tragedia, non a caso uno dei capolavori assoluti del teatro greco, è infatti di una stupefacente complessità e contiene una straordinaria stratificazione di temi, ciascuno dei quali rimanda a grandi interrogativi esistenziali e sociali, ancora oggi oggetto di dibattito tra differenti scuole di pensiero e strettamente connessi alle fondamenta stesse della nostra costruzione culturale e sociale.
Il mito di Edipo è uno dei più conosciuti dell’antichità, ma visto che è molto articolato e l’Edipo re ne narra solo una parte è bene riproporlo dettagliatamente, anche per iniziare ad addentrarci nei meravigliosi meandri culturali di cui è composto.
A Laio, re di Tebe, viene vaticinato che suo figlio lo ucciderà. Quando sua moglie Giocasta partorisce Edipo, decidono di consegnare il neonato ad un pastore, perché lo abbandoni sul Monte Citerone. Il pastore, mosso a pietà, consegna Edipo ad un altro pastore, di Corinto. Questi porta il piccolo Edipo al re di quella città, Polibo, che non avendo figli lo adotta.
Edipo cresce come figlio di Polibo e futuro re. Da un oracolo viene però a sapere che è destinato ad uccidere suo padre e a giacere con sua madre. Sconvolto, per sfuggire al tremendo vaticinio abbandona Corinto e vaga per le montagne. Un giorno, nei boschi della Focide, ad un trivio Edipo dopo un alterco uccide un vecchio e la sua scorta.
Edipo giunge quindi a Tebe: la città è sotto il giogo della terribile Sfinge, che ne custodisce la porta sottoponendo ai viandanti il famoso insolubile indovinello, uccidendo chi non sa risolverlo. Edipo risolve l’enigma, la Sfinge si uccide e i tebani, grati, proclamano Edipo re della città: egli quindi sposa Giocasta e ha da lei quattro figli, due maschi e due femmine.
Tutti questi fatti sono antecedenti all’azione della tragedia di Sofocle, che inizia con Tebe preda di una pestilenza. Edipo ha mandato il cognato Creonte a Delfi per sapere dall’oracolo cosa fare per liberare la città dal morbo. Creonte torna e rivela ad Edipo che la causa della peste è il fatto che l’assassino di Laio vive in città, e deve essere trovato. Edipo, saputo da Creonte che Laio a quanto si sa è stato ucciso dai briganti mentre si recava dall’oracolo, emana un editto che decreta la maledizione e l’esilio dell’assassino del vecchio re. Creonte suggerisce ad Edipo di ascoltare il vecchio indovino cieco Tiresia, che forse potrà dire chi è il misterioso assassino. Tiresia viene convocato, ma si rifiuta di dire ciò che sa, ammonendo Edipo di non chiederglielo, altrimenti la verità sarà troppo dura da sopportare. Edipo si infuria per il rifiuto, insulta e minaccia Tiresia, che andandosene gli rivela che lui, Edipo, è l’assassino di Laio. Edipo, convinto che Laio sia stato ucciso da briganti, non solo non crede a Tiresia, ma sospetta che il vecchio sia stato lo strumento di un complotto di Creonte per detronizzarlo. Nel drammatico dialogo tra Edipo e Creonte quest’ultimo cerca di discolparsi, rivendicando la sua lealtà. Arriva Giocasta, che cerca di rassicurare Edipo, raccontandogli di come lei e Laio decisero di abbandonare il loro figlio perché morisse, e come in seguito Laio fu ucciso ad un trivio. Edipo chiede a Giocasta di essere più precisa circa la morte del primo marito e dalle risposte di lei comincia a capire di essere davvero l’uccisore di Laio. Siccome c’è un testimone, un pastore che da allora vive in campagna, Edipo lo manda a chiamare per sapere con certezza se sia l’assassino del re; quindi racconta a Giocasta della terribile profezia per cui avrebbe ucciso suo padre e sposato sua madre, e di come questa sia stata la causa che lo spinse ad abbandonare Corinto. Giunge a Tebe un messaggero che porta la notizia della morte di Polibo: Edipo quindi può salire sul trono di Corinto. Giocasta accoglie la notizia come la prova che la profezia di cui le ha parlato Edipo non si avvererà: suo padre è infatti morto di morte naturale. Il messaggero rivela però che Edipo non è figlio di Polibo: lui stesso lo portò alla reggia dopo averlo avuto da un pastore tebano sul monte Citerone. Giocasta, che ormai ha capito tutto, si ritira nella reggia. Giunge il vecchio pastore, che dopo molte insistenze di Edipo racconta di come diede il bambino proprio al corinzio che ha di fronte: quel bambino è proprio Edipo, che ormai, avendo compreso di non avere potuto nonostante tutto evitare l’avverarsi della terribile profezia, si ritira urlando nella reggia, dove scopre che Giocasta si è impiccata, e si acceca con le spille della sposa/madre.
La tragedia si chiude con Edipo cieco che dopo un dialogo con Creonte e uno struggente addio alle figlie abbandona Tebe. Sofocle scriverà anche il seguito della vicenda in Edipo a Colono.
Bellissima e tragicissima storia, quindi, intorno alla quale è stato detto e scritto moltissimo, tanto che oggi – soprattutto grazie alla lettura del mito in chiave psicanalitica – il termine edipico è entrato nell’uso corrente.
Indubbiamente la trasposizione freudiana della vicenda, secondo la quale il figlio, per affermare la propria personalità e la propria sessualità, deve simbolicamente uccidere il padre e giacere con la madre è il lascito oggi più usato, ma anche abusato e banalizzato, del mito di Edipo e della tragedia di Sofocle. Ve ne sono però moltissimi altri, e tra questi, senza pretesa di esaustività di fronte a un così grande capolavoro, cercherò di illustrare brevemente quelli che ritengo più importanti.
La prima considerazione da fare a mio avviso riguarda la struttura dell’opera. Con Sofocle la tragedia greca raggiunge forse l’apice: egli accentua l’importanza degli episodi rispetto al ruolo del coro, ed esalta la funzione del dialogo tra i protagonisti, che a volte avviene anche a tre voci (nelle tragedie di Eschilo molto spesso l’attore interloquisce solo con il Coro o con il Corifeo). Questo fatto, accanto ad un uso del monologo esteso e riflessivo, da un lato esalta l’importanza della personalità del singolo, della sua psicologia nel determinare la vicenda, e dall’altro deprime specularmente l’importanza e l’influenza del sentire collettivo. La tendenza all’emarginazione del coro, che diverrà palese in Euripide, può essere letta come il segno dell’evoluzione della società e della cultura ateniesi (siamo in piena epoca di Pericle e Sofocle ricopre cariche pubbliche) verso modelli nei quali l’uomo, con il suo pensiero, la sua individualità e i suoi bisogni, è l’oggetto dell’azione pubblica e quindi dell’arte. La democrazia ateniese produce forme d’arte che non a caso saranno il modello di quelle prodotte dalla nascente democrazia borghese del XVIII e XIX secolo: il teatro di Sofocle è il grande precursore del teatro moderno anche nella sua struttura scenica.
In questo quadro, la figura di Edipo, la sua humanitas, la sua ribellione di fronte al fato e la sua sconfitta finale pongono come detto una serie di problemi ancora oggi in gran parte irrisolti.
Edipo può essere visto come il loico: si ribella al suo destino sino al punto di lasciare tutto per sfuggirgli. Risolve con la logica ed il ragionamento l’enigma posto da forze oscure, misteriose e che vengono dal passato (la Sfinge viene dal remoto oriente), e grazie alla logica conquista il potere. Potrebbe rifiutarsi di sapere la verità, come gli consigliano Tiresia ed il pastore, ma anche quando intuisce che sapere lo porterà alla disgrazia non si tira indietro: sapere è un imperativo morale, ed egli non può sapere di non sapere.
Formalmente è innocente, perché ha ucciso il padre e sposato la madre senza esserne cosciente, tuttavia non può non subire le conseguenze di ciò che ha fatto, proprio perché non è stato in grado di impedire che la profezia si avverasse, che generasse, attraverso di lui, i suoi macabri frutti.
Egli è quindi innocente e colpevole ad un tempo ma a mio avviso è emblematico che simbolicamente, attraverso la cecità, giunga ad un grado di conoscenza superiore, tanto che nell’Edipo a Colono egli, nel bosco sacro, predirà a Teseo il glorioso avvenire di Atene. L’interrogativo centrale posto dalla tragedia riguarda quindi a mio avviso le nostre responsabilità individuali rispetto alle conseguenze oggettive dei nostri atti, a prescindere dal nostro grado di consapevolezza e di conoscenza. Questa domanda, se ci si pensa bene, costituisce uno dei grandi interrogativi di sempre e in particolare dell’oggi. Quanto ciascuno di noi, con i propri normali comportamenti, con il proprio stile di vita, contribuisce allo sfacelo ambientale e sociale del mondo, allo sfruttamento della parte ricca del pianeta su quella povera, alle guerre che vengono scatenate per mantenere questo status quo? Cosa possiamo fare? Dobbiamo sapere ed essere coscienti, anche se questo ci può generare fastidi e problemi o è meglio continuare a vivere nell’indifferenza? Edipo ci indica una strada, difficile da percorrere, ma che è quella percorsa dai singoli e dalle masse che hanno cambiato la Storia. Edipo è l’opposto degli indifferenti contro cui si scaglierà Gramsci. Come è al tempo stesso colpevole ed innocente, si può dire che sia contemporaneamente sconfitto e vincitore.
Altri ci diranno che quella di Edipo era ὕβϱις, superbia di sapere, e che questa sua hybris è la causa per cui viene punito dagli dei: sono quelli che ci vogliono nell’ignoranza, e sono gli stessi che ci dicono che viviamo nel migliore dei mondi possibili, che l’ingiustizia è giusta perché i migliori sono sempre al posto giusto, che abbiamo il diritto di vivere meglio di altri perché la nostra civiltà è superiore. Non dovremmo ascoltarli, dovremmo edipicamente uccidere questi cattivi padri per sostituirci a loro.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

5 pensieri riguardo “Colpevole o innocente? Sconfitto o vincitore? Gli interrogativi posti 2.500 anni fa con cui ci confrontiamo ancora oggi

  1. “anche quando intuisce che sapere lo porterà alla disgrazia non si tira indietro: sapere è un imperativo morale, ed egli non può sapere di non sapere.”
    […]
    “L’interrogativo centrale posto dalla tragedia riguarda quindi […] le nostre responsabilità individuali rispetto alle conseguenze oggettive dei nostri atti, a prescindere dal nostro grado di consapevolezza e di conoscenza.”

    Magnifica interpretazione.
    Grazie

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  2. I classici greci e latini sono una miniera d’oro, che io per prima do’ colpevolmente fin troppo per conosciuta e quindi per scontata e che invece è tutta da riesplorare, perchè pone problemi eterni e di un’attualità sconcertante. Rileggere certi testi con gli occhi di oggi ma tenendo ben fermo l’occhio anche sul contesto del “ieri” in cui vennero concepiti e scritti è roba che serve anche ad attribuire le appropriate dimensioni a tante opere letterarie di oggi che, alla luce di quei grandi classici, si rivelano troppo spesso in tutta la loro pochezza.
    ciao e grazie

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