Pubblicato in: Gialli, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Noir, Novecento, Recensioni

Argomenti scomodi affrontati con armi inadeguate

MementoMoriRecensione di Memento mori, di Muriel Spark

Adelphi, Fabula, 1993

Memento mori, del 1959, è il terzo romanzo pubblicato da questa prolifica autrice, della quale Adelphi ha curato la pubblicazione in Italia di buona parte dell’opera. La Spark, di origine scozzese, convertitasi al cattolicesimo prima di iniziare a scrivere romanzi, visse a lungo in Italia, per la precisione in Toscana, dagli anni ‘60 alla morte, avvenuta nel 2006.
Il titolo rivela che Memento mori è un libro che parla di morte, o meglio di vecchiaia e di morte. Lo fa con un tono e uno stile di scrittura tipicamente anglosassoni, che a mio avviso risente sin troppo di un certo dickensismo di ritorno, francamente anacronistico in un’opera scritta nella seconda metà del XX secolo. E con questo dico subito che questo libro non mi è piaciuto.
Lo spunto è tuttavia interessante: alcune persone iniziano a ricevere periodicamente telefonate anonime nelle quali gli viene detto “Ricordati che devi morire”. Le prime vittime telefoniche dello sconosciuto molestatore sono Lettie Colston, dama della corona, suo fratello Godfrey, ex industriale in pensione, e la moglie di lui Charmian, famosa scrittrice. Tutti e tre sono anziani o molto anziani, e ciascuno di loro reagisce diversamente alle telefonate. Il romanzo diviene in breve corale, perché attorno a questo nucleo centrale di personaggi iniziano a ruotare parenti, amici e servitori (siamo nell’high society inglese), nessuno con meno di settant’anni, i cui reciproci rapporti ci portano a scoprire gli equivoci e le ambiguità che hanno caratterizzato, nei decenni precedenti, le relazioni apparentemente affettuose e formalmente corrette tra i vari personaggi, in realtà fatte di odii repressi, di amori e tradimenti risalenti ai primi anni del secolo, di inconfessabili vizi e anche di ricatti. Nel corso della storia numerosi personaggi moriranno, la più parte per cause naturali e comunque nessuno a causa del misterioso personaggio che telefona.
L’atmosfera da thriller con cui si apre il libro, data dal mistero delle telefonate anonime, è accompagnata e presto soppiantata dal tono leggero e ironico con cui la Spark narra le vicende dei protagonisti. Ciascuno di essi è infatti alle prese con gli acciacchi fisici ed anche mentali dell’età, e questo stato senile, descritto con crudeltà leggera dalla Spark, condiziona il loro essere ed il loro modo di relazionarsi agli altri. Così Charmian, la scrittrice che ormai da decenni non scrive più, sembra stia perdendo la memoria e questo irrita in particolare suo marito; Godfrey è ormai ridotto a soddisfare ciò che resta dei suoi trascorsi appetiti sessuali pagando una giovane donna perché gli faccia vedere le cosce; la fedele cameriera e dama di compagnia di Charmian ormai è costretta a vivere nel reparto geriatrico di un ospedale, in compagnia di un gruppo di combattive ultraottantenni; la paranoica Dame Lettie cambia continuamente il suo testamento sospettando di volta in volta l’uno o l’altro dei suoi amici di essere il misterioso molestatore telefonico. Il libro si trasforma quindi presto in una sorta di commedia di costume, nella quale complicate questioni di eredità e di famiglia divengono il pretesto per scavare a fondo nelle piccolezze e nelle debolezze dei personaggi e forse, nelle intenzioni della Spark, di un’intera classe sociale. Tra le singole vicende che compongono questa storia corale ve ne sono di buffe, di laide e di macabre, ma il libro a mio parere si sfilaccia in tanti episodi, come detto di sapore vagamente dickensiano, senza riuscire a darsi una precisa e credibile fisionomia. Tutte queste storie non costituiscono una vera e propria trama, cosa che di per sé potrebbe non essere un male; tuttavia leggendo non si sfugge all’impressione che l’autrice si avviti su sé stessa, e che al termine di ogni capitolo il lettore si trovi ancora al punto di partenza, e che quindi la mancanza di trama derivi da una incapacità dell’autrice di sviluppare coerentemente ed in profondità il tema centrale del romanzo, quello della senilità e della morte, ragion per cui è costretta ad affastellare spunti, storie, personaggi che divengono man mano sempre meno credibili. Alla fine comunque le telefonate non avranno un autore: ciascuno dei personaggi le riceve infatti, sembra di capire, da persone diverse, tanto che l’ispettore (in pensione) che indaga sul caso dirà che a suo modo di vedere l’autore è la morte stessa, rivelando in modo goffo e quasi didascalico la funzione metaforica delle telefonate.
Un ulteriore elemento di caduta narrativa è dato a mio modo di vedere dal finale, in cui la Spark – conclusa la serie di episodi e di storie individuali – è costretta a dirci cosa ne sarà dei personaggi rimasti vivi. Una conclusione alla American graffiti che francamente consacra la sensazione di avere di fronte un romanzetto forse ben scritto ma di poco spessore.
Non ha spessore come romanzo che descrive una classe o un gruppo sociale ormai al tramonto, perché la coralità del romanzo è data, come detto, dall’affastellarsi a mio avviso disordinato e quasi casuale di singoli episodi, molti dei quali decisamente di genere. Non ha spessore neppure come romanzo che voglia descriverci il dramma individuale della vecchiaia, perché nonostante alcuni personaggi siano indubbiamente ben caratterizzati (su tutti a mio avviso quello di Jean Taylor, la ex cameriera di Charmian) prevale la sensazione che la maggior parte siano poco più che delle forzate macchiette, messe lì in maniera del tutto strumentale (si pensi alle figure del poeta Percy Mannering, del critico Guy Leet e del sociologo Alec Warner). In alcune pagine, è vero, il romanzo ci parla in maniera molto diretta e senza falsi tabu della vecchiaia e della morte, (a mio avviso le pagine migliori sono quelle dedicate al reparto geriatrico Maud Long) ma ciò non basta ad elevarlo a capolavoro, anche perché questo pasticcio (nel senso culinario del termine) ci è servito in una salsa stilistica che non si eleva al di sopra della correttezza formale.
Ritengo che nella scelta stilistica e nel modo in cui il romanzo si sviluppa si possa anche vedere in trasparenza una forte attenzione dell’autrice per il pubblico: temi ostici come la vecchiaia e la morte, di cui l’autrice sentiva probabilmente l’urgenza di parlare in quanto religiosa, vengono quasi anestetizzati da uno stile di scrittura facilmente riconoscibile dal pubblico britannico come domestico, oltre che dall’uso del formato thriller come catalizzatore dell’attenzione.
Non dimentichiamoci che siamo negli anni ‘50, in un’epoca quindi in cui le convulsioni della guerra erano alle spalle da poco, ed in cui al pubblico era necessario fornire prodotti culturali rassicuranti e funzionali allo sviluppo dell’incipiente società affluente. Con questo romanzo Muriel Spark a mio avviso dimostra di collocarsi in una terra di mezzo, equidistante rispetto agli intellettuali che rifiutano il ruolo di veicolo dell’ideologia dominante e quelli che la assecondano: è come se proponesse all’attenzione del pubblico un tema scomodo pur non avendo il coraggio di portare alle dovute conseguenze questa scomodità, per cui si limiti ad indagarlo superficialmente e per di più avvalendosi di armi narrative del tutto convenzionali.
Muriel Spark asserì che il suo essere divenuta cattolica era stata la premessa del suo essere divenuta scrittrice di romanzi, perché attraverso la religione aveva potuto guardare alle cose nel loro insieme. Credo che questo Memento mori (che peraltro è il primo romanzo della Spark che leggo, per cui il mio giudizio potrebbe essere parziale) dimostri come questo sguardo d’insieme mancasse alla scrittrice, perlomeno nel 1959. Dando per assodato che alla Spark non interessasse essere realistica, ritengo di poter dire che il suo tentativo di ricordarci attraverso questo romanzo l’ineluttabilità e nello stesso tempo l’inaccettabilità della morte sia sostanzialmente fallito, proprio perché il non realismo in tutte le sue varianti richiede, per elevarsi oltre il genere, una cifra narrativa ed una coerenza interna che qui mancano.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

4 pensieri riguardo “Argomenti scomodi affrontati con armi inadeguate

      1. e cmq., anche stendendo tutti i teli pietosi e impietosi che vogliamo… io me la tengo cara L’Adelphi e il suo Calasso. Perdòno loro quasi tutto. Si, certo, a volte mi imbestialisco pure io per certe scempiaggini che fanno. Non tanto nelle scelte editoriali ma in quanto alla cura del singolo libro. Potrei scrivere a lungo sul tema “cara Adelphi ti scrivo”.
        …Ma Adelphi io me la tengo stretta. Se sprofondano loro, mi dici a chi posso rivolgermi poi per un certo tipo di autori? Dico così, eh, tanto per dire.

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        1. Concordo con te: resta comunque un’ottima casa editrice, e bisogna sperare che non discenda la china di Sellerio (per Te siciliana deve essere una gran sofferenza vederla trasformata nella casa del giallo…).
          In ogni caso, a dispetto del mio catastrofismo rispetto all’editoria italiana, sto notando da qualche tempo che alcune case edtrici piccole e medie (Fazi, Elliot e altre) si sono lanciate nella pubblicazione di autori (per me) stimolanti: sconosciuti e minori dell’9800, soprattutto. Io che compro libri guardando all’anno della prima edizione mi sto imbottendo di volumi a 15.00 – 19.00 euri al colpo, senza sapere di che qualità siano. Il problema è che non lo saprò prima del 2036, approssimativamente….

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