Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Racconti, Recensioni, Romanticismo

Gocce di realismo in salsa romantica

IlBauleeilFantasmaRecensione de Il baule e il fantasma, di Stendhal

Opportunity Book, La Biblioteca Ideale Tascabile, 1996

Nell’ambito della produzione letteraria di Stendhal il racconto Il baule e il fantasma occupa senza dubbio un posto minore. Stendhal pubblicò in vita tre romanzi, ne lasciò un quarto incompiuto (Lucien Leuwen) ne iniziò altri due ( Il rosa e il verde e Lamiel), e sicuramente sono queste opere a segnare la grandezza di questo autore, e a farne uno dei fondatori del realismo in letteratura come lo conosceremo nel corso del XIX e XX secolo. Un’altra porzione di grande importanza nell’opera di Stendhal è rappresentata dai testi di carattere cronachistico, di critica artistica e autobiografici, che ci aiutano a comprendere in modo diretto, non mediato dalla finzione letteraria, la personalità di Stendhal, il suo pensiero e i tratti caratterizzanti la tumultuosa epoca in cui visse.
Oltre a queste opere maggiori Stendhal scrisse però anche numerosi racconti e novelle, i più celebri dei quali sono contenuti nella raccolta delle Cronache italiane, che saranno oggetto di una mia prossima recensione. Anche in questi racconti, come vedremo, si dispiegano alcuni tratti essenziali della scrittura realista di Stendhal, sia pure apparentemente diluiti dall’ambientazione rinascimentale.
Rispetto a questo contesto titanico, Il baule e il fantasma rappresenta quello che si potrebbe definire un fatto marginale. Lo stesso autore è probabilmente cosciente della marginalità di questo racconto rispetto a quanto andava elaborando in quello stesso periodo, quando dice che Il baule non è che una favola. Scritto e pubblicato nel 1830, quindi dopo Armance e poco prima de Il Rosso e il Nero, questo breve racconto, che occupa poco più di una ventina di pagine scritte a larghi caratteri nell’edizione in cui l’ho letto e che per ciò stesso non è in grado di dispiegare la complessità strutturale dei grandi romanzi e delle novelle più lunghe, è comunque di piacevole lettura e permette di fare alcune riflessioni sull’autore, i suoi interessi e le modalità con cui li esprime in letteratura.
La storia narrata è ambientata in Spagna, e come spesso accade in Stendhal si svolge quasi contemporaneamente alla sua redazione, nel 1827-28. L’ambientazione spagnola ha per Stendhal un’aura di esoticità sicuramente maggiore di quella italiana di altre sue opere, in quanto mentre l’Italia – in particolare Milano (ma anche Civitavecchia e Roma) – svolge una parte importantissima nell’esperienza esistenziale di Stendhal (celebre è il fatto che sul suo epitaffio volle scritto Arrigo Beyle, milanese / Visse, scrisse, amò) la Spagna è per lo più una terra sognata, luogo di sentimenti estremi, di eroismi e di onore cavalleresco. E quale luogo della Spagna si presta meglio, anche per noi oggi, a rappresentare l’anima iberica, rispetto all’Andalusia e a Granada? Si potrebbe quindi ipotizzare che Stendhal ci presenti come sfondo alla vicenda una Spagna romantica, idealizzata nei pretesi presunti tratti distintivi dei luoghi, della cultura e delle persone. Ma anche in questo caso, come già visto in Armance e come avviene sempre in Stendhal, il romanticismo, se pur può essere il motivo ispiratore della pagina, viene immediatamente sopraffatto dall’urgenza del realismo, della descrizione di un preciso sviluppo di rapporti personali immersi in un quadro ambientale che li determinano. Questo realismo assume in Stendhal tratti originalissimi per l’epoca e di grande modernità, che questo breve racconto ci aiuta ad analizzare.
Anche nei grandi romanzi Stendhal dedica poco spazio alle descrizioni fatte dal narratore, lasciando che sia lo sviluppo dell’azione a chiarirci, a poco a poco, la realtà oggettiva in cui l’azione stessa è immersa. Qui la brevità e l’asciuttezza del racconto estremizzano in qualche modo questo tratto della scrittura Stendhaliana, e l’azione si svolge in maniera serrata, anche con salti temporali che ce ne presentano solo i momenti salienti. Tuttavia, all’inizio del racconto, Stendhal si premura di contestualizzare con precisione la figura del feroce capo della polizia di Grenada, don Blas Busto y Monteras, vero protagonista della storia, come il prodotto quasi inevitabile della crudeltà caratterizzante l’invasione napoleonica e la successiva restaurazione monarchica spagnola. Don Blas è cresciuto come romantico guerrigliero antinapoleonico, avendo fatto voto di non dormire se durante il giorno i suoi uomini non avessero ucciso almeno un francese. Significativamente Stendhal ci racconta anche che al ritorno della monarchia don Blas fu gettato in prigione per otto anni, accusato di essere stato in gioventù frate e di avere poi gettato il saio alle ortiche, per essere quindi riabilitato sino a divenire capo della polizia di Granada. A questa breve biografia,essenziale per l’economia del racconto, Stendhal accompagna una descrizione dei tratti somatici di don Blas; molto romanticamente infatti il cielo ha punito la sua crudeltà stampandogli nell’aspetto il marchio della sua anima: egli è … un uomo alto sei piedi, scuro di pelle e di una magrezza spaventosa. Stendhal completa questa descrizione fisica del personaggio con l’indicazione che mentre ai tempi in cui era guerrigliero don Blas era considerato uomo di spirito per il sarcasmo e le battute che riservava ai prigionieri prima della loro impiccagione, oggi – divenuto uomo del potere costituito – è famoso per il suo silenzio: non parla mai. Nello spazio di meno di una pagina l’autore è in grado di consegnarci il ritratto di una personalità la cui cristallizzazione è il risultato di un preciso intreccio tra elementi di carattere psicologico e ruolo sociale svolto.
Subito dopo, gli avvenimenti prendono nettamente il sopravvento. La storia narrata è quella – ancora una volta tipicamente romantica, dell’infelice amore tra i due giovani, don Fernando e la bella Ines, contrastato da don Blas, che si invaghisce della ragazza e costringe, con la forza del suo potere e del denaro, il padre di lei a concedergliela in sposa. L’innamorato, dopo essere stato per quindici mesi lontano, essendo riuscito a fuggire dalla galera in cui lo aveva gettato don Blas, torna a Granada e riesce a penetrare nella camera di doña Ines – che non ha cessato di amarlo – nascosto in un baule, cogliendo per la prima volta i frutti carnali del suo sentimento. Seguono una serie di avventure dovute ai sospetti ed alla gelosia di don Blas, sino al repentino, tragico finale.
Più che la trama in sé, come detto quasi convenzionalmente romantica, il maggior motivo di interesse è come Stendhal ce la presenta. Ho già detto dell’incalzare degli avvenimenti, che praticamente da soli si incaricano di farci comprendere appieno le situazioni che ci si presentano. Un esempio concreto contribuisce a chiarire questa tecnica narrativa che tanta importanza assume nel realismo stendhaliano. L’amore tra Don Fernando ed Ines, pur essendo il fil rouge che percorre e determina il racconto, non ci vene presentato, come altri scrittori romantici avrebbero fatto, in una pagina a ciò dedicata. Accade invece che don Blas in chiesa veda un giovane nobile, lo sospetti di essere un sovversivo e lo faccia arrestare. Subito dopo riceve la visita di un anziano accompagnato da sua figlia, che lo supplica di rilasciare il giovane in quanto promesso sposo della figlia: don Blas, colpito dalla bellezza di Ines, concepisce il desiderio di farla sua. Il quadro si è così composto nella nostra mente di lettori non grazie al narratore onnisciente che ci informa di antefatti e relazioni, ma nel corso dello stesso svolgimento dei fatti, limitando la comprensione di questi al punto di vista dei personaggi che in quel momento agiscono. E’ questo uno dei grandi elementi di novità e di modernità della prosa di Stendhal, che appare già in Armance e che troverà pieno sviluppo nei romanzi maggiori. Lungi dall’essere una mera tecnica di narrazione, assume un significato strutturalmente fondante e caratterizzante il realismo stendhaliano, per il quale è stata data la definizione di realismo soggettivo.
Un altro elemento centrale di questo racconto è il tema del potere. Don Blas lo rappresenta nella sua assolutezza, crudeltà e discrezionalità in una forma quasi paradossale, senza mediazione alcuna, ed a questo fine l’ambientazione spagnola appare pienamente funzionale. Dovendo in qualche modo estremizzare la descrizione del potere e dei meccanismi del suo esercizio per metterne a nudo tutta la crudeltà e l’intreccio di fattori strutturali e individuali nel determinarne le manifestazioni concrete, è necessario a Stendhal (anche per ragioni di probabile censura) trovare un’ambientazione non domestica, e la Spagna dei sentimenti estremi appare in questo senso perfetta. E’ però, come detto, una Spagna a lui e ai lettori contemporanea, a ricordarci come questi meccanismi del potere siano sempre vivi e vegeti. Non manca nel racconto anche una certa dose di sarcasmo ed ironia rispetto alla percezione delle modalità di esercizio del potere, come quando l’autore ci dice che dopo il matrimonio con Ines don Blas diviene meno feroce, limitandosi ad impiccare i condannati in luogo di farli fucilare alla schiena.
Insomma, questo piccolo Il baule e il fantasma, che può essere letto in pochi minuti, che sicuramente da solo non basta a farci scoprire la grandezza assoluta di Stendhal, è tuttavia un piccolo gioiello, che nasconde forse troppo accuratamente, sotto il suo dimesso abito di favola romantica ed esotica alcuni dei grandi temi che troviamo nei grandi romanzi del nostro. Oggi, per chi volesse leggerlo, è disponibile in altra edizione con il titolo (sicuramente meno fedele all’originale e a mio avviso un po’ scioccamente cinematografico) di Intrigo a Granada.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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