Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Racconti, Recensioni, Romanticismo

Cronache del passato per capire il presente

CronacheItalianeRecensione di Cronache italiane, di Stendhal

Newton, Tascabili economici, 1993

Le Cronache italiane sono una raccolta di racconti ordinati dopo la morte di Stendhal, e che hanno trovato la loro sistemazione definitiva sotto questo titolo solo nel 1947. Vi compaiono infatti alcuni testi pubblicati singolarmente dall’autore quando era ancora in vita – anche avvalendosi di alcuni dei suoi numerosi pseudonimi – accanto ad altri che furono pubblicati postumi, due dei quali incompiuti.
Non è quindi lecito supporre che la loro pubblicazione unitaria fosse tra gli intenti dell’autore, ed il titolo stesso fu dato ad una prima parziale raccolta comparsa oltre dieci anni dopo la morte di Stendhal.
Nonostante questo, è indubbio che gli otto racconti che oggi formano l’edizione integrale delle Cronache italiane siano caratterizzati da una unitarietà tematica e strutturale che ne fa qualcosa di più di una semplice raccolta di racconti sparsi. L’elemento tematico più appariscente è (come del resto indica il titolo) l’ambientazione italiana di tutti i racconti. E’ noto che Stendhal visse a lungo in Italia, a più riprese, e quanto amasse il nostro Paese, che considerava non solo la patria delle arti ma anche un luogo in cui i sentimenti umani si erano a lungo espressi, ed in parte si esprimevano ancora, in una forma primordialmente sincera, non ancora mediata da quel misto di ipocrisia, di leggerezza e di egoismo che formava secondo lui il tratto distintivo dei rapporti sociali ed umani nella Francia dei suoi tempi e che egli riassume sotto il nome di vanità. Questa immediatezza del sentimento italiano si traduce nella possibilità che passioni brucianti possano generare, come logica conseguenza, le più efferate crudeltà. Stendhal, da acuto osservatore della realtà, contestualizza storicamente questo sentimento, legandolo indissolubilmente alle peculiari vicende storiche italiane, in particolare al ruolo del papato in quanto potere politico che affonda la sua legittimazione sulla perpetuazione di un ordine sociale sostanzialmente medievale, nel quale una teocrazia tanto assoluta quanto dissoluta dispone a piacimento del destino degli uomini per condurre l’incessante lotta per il potere. In questo senso i primi quattro racconti della raccolta, pubblicati nell’arco di due anni – dal 1837 al 1839 – sono quelli nei quali Stendhal esprime in maniera compiutamente unitaria quel misto di ammirazione e di esecrazione verso il carattere italiano che tutto sommato rappresenta ancora oggi la modalità usuale con la quale veniamo percepiti all’estero. Essi rappresentano un piccolo ciclo nel ciclo delle Cronache italiane innanzitutto perché sono tutti prevalentemente ambientati nello Stato Pontificio nella seconda metà del XVI secolo, in secondo luogo perché derivano le loro storie, alcune delle quali realmente accadute, dalla lettura fatta da Stendhal – quando attorno al 1833 si annoiava come console francese a Civitavecchia – di manoscritti italiani stesi quasi contemporaneamente ai fatti narrati, ed in terzo luogo perché sono tutti preceduti da brevi introduzioni dell’autore volte a spiegare al pubblico francese le motivazioni per cui Stendhal propone storie così lontane nel tempo e dal sentire comune della Francia postnapoleonica.
Proprio queste brevi introduzioni sono illuminanti anche per noi sotto vari aspetti. All’inizio del primo racconto, intitolato Vittoria Accoramboni, Stendhal ci avverte che L’ignoto autore del manoscritto è un individuo circospetto, non giudica mai un fatto, non lo prepara mai; il suo unico intento è di raccontare nel rispetto della verità; e poco più avanti: …verso il 1585 la vanità non avvolgeva ancora ogni azione umana in un’aureola di affettazione; …Non si diceva ancora: Morrò ai piedi di Vostra Maestà, proprio mentre si erano appena mandati a cercare dei cavalli di posta per svignarsela. …Si parlava poco, e ciascuno prestava la massima attenzione a ciò che gli dicevano. A mio parere queste frasi sono dei veri e propri avvisi ai naviganti che riassumono concisamente le motivazioni complessive dello Stendhal narratore.
All’inizio del racconto successivo, I Cenci, Stendhal si fa ancora più pungente nei confronti dell’ipocrisia sociale e di quella religiosa in particolare, dicendoci in sostanza che la figura di Don Giovanni (Francesco Cenci, padre di Beatrice, la protagonista del racconto, è una sorta di Don Giovanni spaventoso) con i suoi sensi di colpa è il risultato dell’oscurantismo in campo sessuale e dell’ascetismo predicato dalla chiesa in particolare dopo la controriforma.
I quattro racconti ci si presentano unitariamente, oltre che per il fatto di essere vere cronache riprese da resoconti dell’epoca, anche perché narrano tutti di amori e tradimenti, di giochi di potere ed efferati delitti, di cui sono vittime le protagoniste femminili. Come sempre in Stendhal, la vernice romantica è corrosa dall’ansia del realismo, che si esprime sia nella trascrizione fedele dei manoscritti solo sporadicamente intervallata dall’intervento dell’autore (…non aspettarti le emozioni travolgenti di un romanzo di George Sand, così viene subito avvertito il lettore) sia nella già accennata lucidità, tipicamente stendhaliana, con la quale vengono smascherate le motivazioni sociali e politiche del susseguirsi degli avvenimenti. Ogni racconto è immerso in un preciso contesto politico, descritto minuziosamente (tanto che a volte si fa fatica a seguirlo), e le tragiche conseguenze dei sentimenti dei protagonisti hanno la loro causa profonda e coerente nelle lotte per il potere e nelle condizioni sociali dei personaggi.
Il racconto più lungo e articolato di questa prima quartina, La Badessa di Castro è esemplare da questo punto di vista. L’intera storia è immersa nel contesto della lotta all’ultimo sangue tra i Colonna e gli Orsini, e l’amore tra Elena di Campireali e Bruno Branciforte è reso impossibile, oltre che dai campi avversi in cui militano le due famiglie, anche dal differente status sociale dei due giovani. Come non vedere in questo bellissimo racconto, che può essere reperito – come altri della raccolta – anche in edizione singola, una sorta di omaggio di Stendhal a Shakespeare, non a caso uno degli autori da lui più amati, ed al suo Giulietta e Romeo?
I quattro racconti che seguono, sia pure accomunati come detto dall’ambientazione italiana e dall’attenzione al sentimento come risultato delle condizioni materiali di un’epoca, sono sicuramente più disomogenei quanto a risultato artistico. Due sono incompiuti, e di questi il primo Troppo favore uccide, storia di giovani donne rinchiuse in convento per poter favorire economicamente i fratelli in quanto primogeniti di nobili famiglie, a mio avviso quasi nulla aggiunge a quanto già mirabilmente raccontato da La badessa di Castro; forse non è un caso che Stendhal ne interruppe bruscamente la stesura. Più interessante è senza dubbio Suora Scolastica, se non altro per l’ambientazione settecentesca e napoletana, che ci introduce in un mondo politicamente e culturalmente molto diverso dai racconti precedenti, di cui Stendhal sa indubbiamente cogliere le peculiarità, anche a costo di indulgere ad alcuni luoghi comuni. Purtroppo anche questo racconto è rimasto incompiuto, ed è particolarmente commovente che tutta l’ultima parte, sotto forma quasi stenografica, sia stata dettata da Stendhal il giorno prima di morire.
Una vera piccola chicca è secondo me è il successivo San Francesco a Ripa, di ambientazione pure settecentesca ma romana. In questo breve racconto, scritto nel 1831 ma rimasto inedito sino al 1854, la contrapposizione tra lo spirito tragico italiano e lo spirito galante e frivolo francese, che sarà pochi anni dopo l’impulso che spingerà Stendhal a scrivere le novelle di cui abbiamo parlato sopra, è evidenziata in maniera quasi didascalica. Il giovane cavaliere di Sénecé, che si illude di condurre il suo rapporto amoroso con la bellissima ed altera Principessa di Campobasso come se si trattasse di una galante avventura parigina, subirà le estreme conseguenze di un modo di concepire i rapporti umani che non può comprendere.
Chiude la raccolta il racconto in realtà scritto per primo da Stendhal: Vanina Vanini fu pubblicato infatti del 1829. Con questa storia abbiamo lo Stendhal che scrive in presa diretta come nei grandi romanzi: infatti essa è ambientata nel 182*, e narra del tragico amore di Vanina, rampolla dell’aristocrazia romana, per un carbonaro, Pietro Missirilli, che organizza la rivolta contro lo Stato Pontificio. Anche in questo caso il fascino del racconto è dato dalla capacità di Stendhal, che solo un anno dopo ci avrebbe regalato Il rosso e il nero, di narrarci non il semplice intreccio tra sentimenti individuali e contesto sociale, ma come l’evoluzione dei primi sia la diretta conseguenza del secondo. Meraviglioso è a mio modo di vedere il contrasto tra la figura di Vanina, che in nome dell’amore per Pietro non esita a tradire la sua fiducia, e Pietro, che al contrario sacrifica il suo amore alla causa. Il fulminante finale ci illumina ancora una volta sulla straordinaria lucidità di giudizio di questo grandissimo autore.
Le Cronache italiane ci regalano quindi, come farà – sia pure in altra forma – La Certosa di Parma – il piacere di assaporare l’intreccio di due delle grandi tematiche che ispirarono l’intera opera di Stendhal: l’urgenza di descrivere la realtà e l’amore per l’Italia. I racconti parlano per lo più di epoche lontane rispetto a quelle in cui l’autore visse, ma egli non manca mai di farci capire che conoscere luoghi e tempi diversi dai nostri è il modo migliore per capire il mondo in cui viviamo. In fondo, se ci pensiamo bene, l’Italia di oggi non è poi così diversa, nei suoi meccanismi sociali e culturali fondamentali, da quella raccontataci da Stendhal.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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