Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Parigi, Recensioni, Romanticismo

Frammenti di un mondo vacuo che ritorna

RicordidiEgotismoRecensione di Ricordi di egotismo, di Stendhal

SE, Piccola Enciclopedia, 1989

Stendhal, scrittore caotico e disordinato, lasciò molte opere incompiute, tra le quali spicca sicuramente il Lucien Leuwen, uno dei suoi indubbi capolavori letterari. Fra queste vi sono anche i Ricordi di egotismo, frammento di un’opera di memorie cui lo scrittore lavorò per poche settimane all’inizio dell’estate del 1832, quando si trovava, in qualità di console, a Civitavecchia.
Nelle intenzioni dell’autore i Ricordi avrebbero dovuto coprire quasi un decennio della vita di Stendhal, il periodo che va dal giugno del 1821 – quando lascia Milano per non cadere nelle grinfie della polizia austriaca che lo sospettava di appoggiare i carbonari, rientrando a Parigi – al novembre 1830 – allorché parte per Trieste essendovi stato nominato console dal nuovo regime orleanista. Come andò è noto: Metternich non espresse il gradimento per il console liberale e Stendhal fu inviato nella noiosa Civitavecchia come console presso lo stato pontificio.
Proprio per sfuggire alla noia che prova nella sonnacchiosa città di estrema provincia Stendhal, che ha da poco dato alle stampe Il rosso e il nero, inizia a scrivere le memorie della sua vita durante la restaurazione, durante il regno degli odiati Borboni, che rappresentava per Stendhal la negazione di tutto ciò in cui credeva, il trionfo – ancor prima che della reazione – della stupidità e della vacuità. Come detto, i Ricordi d’egotismo sono poco più di un frammento, in quanto le poche settimane in cui Stendhal ci lavorò gli permisero di descrivere di fatto solo il primo anno della sua vita parigina, e sono un frammento anche dal punto di vista stilistico, in quanto il manoscritto non fu mai rivisto dall’autore (fu pubblicato per la prima volta solo nel 1892) e si presenta quindi abbastanza disomogeneo e a volte sconnesso, colmo di divagazioni, di spunti che probabilmente Stendhal intendeva sviluppare in seguito, di appunti e note dell’autore in alcuni casi di difficile interpretazione senza le (per la verità stringate) note a margine del curatore di questa elegante, vecchia edizione SE.
Pur con questi limiti, i Ricordi di egotismo rappresentano un testo molto importante per comprendere da un lato la personalità di Stendhal, il suo pensiero politico e i tratti della sua psicologia, dall’altro lo spirito di un mondo talmente antistorico che sarebbe presto stato spazzato via dalla logica ferrea della realtà, ed infine per conoscere alcuni dei personaggi che in tale mondo si trovavano a vivere, molti dei quali essendosi riciclati per far dimenticare il loro passato napoleonico quando non rivoluzionario.
Stendhal riesce quindi, in queste pagine sia pur frammentarie, nell’intento – dichiarato nel primo capitolo – di …far dimenticare al lettore gli eterni “Io” che qui troverà scritti, presentandoci una galleria di personaggi colorita e a tratti picaresca, riuscendo attraverso questi a descriverci la Francia smarrita e vacua del dopo-Napoleone.
Tutto è ovviamente filtrato dallo sguardo dell’autore, dalla sua capacità analitica e critica, che si esercita anche verso sé stesso, soprattutto nei primi capitoli, che ci parlano della sua disperazione per aver dovuto lasciare Milano e Metilde, la donna tanto amata che non gli concesse mai più di un’intima amicizia. Stendhal in quei primi mesi parigini vive di dolore e di noia, trova Parigi peggio che brutta, insultante per il mio dolore ed accarezza l’idea del suicidio, oltre a quella di approfittare del suo dolore per uccidere Luigi XVIII. Toccante, a mio avviso, per il candore con cui l’autore si confessa, è l’episodio raccontato nel terzo capitolo. Tre suoi amici di allora, vedendolo malinconico, organizzano una serata con alcune prostitute: Stendhal si apparta con Alexandrine, una ragazza molto bella che gli piace, ma non riesce a combinare nulla, perché il pensiero di Metilde si impossessa di lui. Gli amici naturalmente lo prendono in giro e per anni lo soprannomineranno babilano.
Tra i personaggi che Stendhal ci presenta ricordando il primo periodo del suo ritorno a Parigi un rilievo particolare assume La Fayette, che frequentava – al pari del nostro – il salotto della Signora De Tracy, moglie del filosofo illuminista. Stendhal dice di venerarlo per il suo coraggio e per il suo passato, ma non gli risparmia gli strali acuminati della sua pungente ironia, descrivendolo mentre ultrassessantenne, nel 1821, viveva alla giornata, tra pensieri scarsi… non si occupava d’altro che di strofinarsi da dietro alle sottane di qualche bella ragazza (vulgo tastarle il culo).
Le descrizioni del salotto De Tracy e degli altri luoghi in cui si ritrova una società varia ma in generale vuota di valori, intellettualmente e moralmente corrotta, sono tra le pagine più intense e divertenti dell’opera, e rappresentano tra l’altro un topos letterario che diverrà in qualche modo centrale nella letteratura francese del XIX e dell’inizio del XX secolo. L’emarginato Stendhal, che in quell’epoca sopravvive con pochi soldi, guardato con sospetto tanto dalle autorità quanto dai salotti per il suo radicalismo politico, si vendica così a posteriori delle grettezze e degli opportunismi che lo circondavano.
Annoiato dalla società Parigina, pochi mesi dopo il suo arrivo Stendhal compie un viaggio in Inghilterra, sulle tracce dell’amatissimo Shakespeare. Se da un lato sarà soddisfatto dall’aver avuto la possibilità di vedere alcune opere del bardo interpretate dal grande Kean, dall’altro non manca di farci notare come nell’Inghilterra della rivoluzione industriale, dove la borghesia ormai domina incontrastata, accumulare denaro è ormai la sola preoccupazione delle classi dominanti, che vedono la cultura e l’arte come una inutile perdita di tempo, mentre gli operai inglesi, con la loro giornata lavorativa di 18 ore, sono molto più poveri dei poveri francesi od italiani, che almeno hanno più tempo libero. Durante questo viaggio inglese, quasi a dimostrarci un equilibrio in via di recupero rispetto al dolore dovuto alla separazione da Metilde, Stendhal ci racconta di un altro incontro con una prostituta, durante il quale tutto va bene.
Stendhal dedica anche alcune pagine a Giuditta Pasta, la celebre cantante che riuniva nel suo salotto parigino i rifugiati milanesi, che per Stendhal fu una carissima amica e che rappresentava per lui il legame con Milano. Anche in queste pagine l’autore prende lo spunto per parlarci dei suoi gusti in ambito artistico, specialmente quelli musicali: venera Cimarosa e Mozart, mentre definisce fanfaronate le opere rossiniane.
Molti altri sono i personaggi e le situazioni che questo breve volumetto ci presenta, ma la sua accennata frammentarietà, accentuata dalla tendenza di Stendhal a divagare continuamente per analogia o per associazione, rende difficile seguire un filo logico anche di rendiconto, ragion per cui lascio al lettore inoltrarsi nei meandri della narrazione stendhaliana. Basti dire che a mio avviso i Ricordi di egostismo rappresentano probabilmente il primo tentativo della letteratura romantica dell’800 di affrontare un tema – quello del recupero della memoria soggettiva che si fa anche affresco sociale – che quasi un secolo dopo sarebbe stato portato per così dire a compimento da Marcel Proust, non a caso francese e non a caso figlio di Stendhal e di Balzac.
Stendhal probabilmente concepisce i Racconti di egotismo insieme come un esorcismo ed una vendetta rispetto al periodo più difficile della sua vita, quando si trovò solo e sbandato sia in senso personale sia in senso sociale. A differenza di quanto avviene in genere nei suoi romanzi, non racconta in media res, ma subito dopo che il mondo da lui descritto si è dissolto con la rivoluzione di luglio. Ciò gli permette probabilmente di apparire un buon profeta rispetto al destino di quel mondo, alla sua vacuità e vanità, che egli riassume ad un certo punto magistralmente così: l’unica loro preoccupazione era che i loro capelli, aggiustati in modo da formare un rotolo sulla fronte, non s’appiattissero. Oggi, che viviamo in un clima culturale e politico per molti versi simile a quello della restaurazione, nel quale senza alcun Congresso di Vienna ci viene imposto di tornare a modelli sociali ed economici prebellici, quanta gente che pensa solo a non permettere che i propri capelli si appiattiscano ci circonda?

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

2 pensieri riguardo “Frammenti di un mondo vacuo che ritorna

  1. Mi piace, questo tuo approfondire un testo, un autore. Mi piace questo tuo privilegiare la dimensione “verticale” della lettura (leggi=approfondimento) più che l'”orizzontale” (leggi=leggere tutto e di tutto e non facciamoci scappare le ultime novità). Ti leggo sempre con grande piacere. Il “Leuwen” è uno degli Stendhal più stupefacenti e — almeno dal mio punto di vista — più moderni per quanto riguarda ahinoi l’atteggiamento nei confronti della politica.

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    1. Ciao Gabrilu.
      Ancora grazie per l’apprezzamento dei miei soliloqui. Dovrò prima poi decidermi a rileggere i romanzi “maggiori”, letti con entusiasmo ormai alcuni decenni fa (ma quanti sono i libri che dovrei rileggere?). Per me, anche per le mie convinzioni politiche, Stendhal rappresenta un punto fermo imprescindibile. All’esperta, che sicuramente “approfodisce” molto più di me, chiedo: che ne pensi del fatto che sia uno dei grandi “padri spirituali” di Proust, forse più di Flaubert?

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