Pubblicato in: Classici, Ebraismo, Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Novecento, Racconti, Recensioni

L’unica, limitata possibilità di conoscere un autore presumibilmente grande

LibussaRecensione di Libussa, di Carl Sternheim

Adelphi, Piccola biblioteca, 1995

Carl Sternheim è un autore del primo novecento tedesco quasi del tutto ignorato dall’editoria italiana. Oltre a questa novella, meritoriamente data alle stampe da Adelphi, mi risulta esistano solo una edizione delle cinque commedie che costituiscono il Ciclo dell’eroe borghese (De Donato, 1967) e pochissime altre vecchie edizioni di alcune delle sue opere, reperibili solo sul mercato dell’usato.
Eppure Sternheim è ancora oggi molto popolare in Germania, essendo considerato uno degli esponenti di spicco dell’espressionismo, ed in particolare le sue opere teatrali sono molto rappresentate.
Sternheim, di agiata famiglia ebraica, visse tra il 1878 e il 1942, dal 1912 quasi prevalentemente a Bruxelles; le sue opere vennero messe al bando dal nazismo sia in quanto l’autore era ebreo sia per il loro contenuto. In esse infatti Sternheim denuncia, secondo quanto è possibile desumere dalle notizie reperibili in rete, la grettezza e la corruzione morale della borghesia tedesca dell’età guglielmina. Fu amico di numerosi intellettuali ed artisti tedeschi del primo novecento, tra i quali Franz Wedekind, di cui in seguito sposò la figlia, e collaborò nel 1908 alla fondazione della rivista espressionista Hyperion, la prima a pubblicare scritti di Kafka.
Queste scarne note – condizionate dalla scarsa diffusione della sua opera nel nostro paese – contribuiscono a delineare la notevole personalità artistica di questo autore, personalità che probabilmente non emerge appieno dalla lettura di Libussa, novella probabilmente eccentrica rispetto alla sua produzione maggiore che si identifica con le opere teatrali. In Libussa, infatti, non si rintraccia una connotazione espressionista del testo, che al contrario, come vedremo, si caratterizza per la sua levità e pacata ironia. Forse ciò è dovuto, oltre che alla natura quasi da apologo della novella, al fatto che essa viene scritta nel 1921, da uno Sternheim ormai lontano da anni dalla convulsa realtà della Germania postbellica, ed ormai verso l’esaurimento della sua produzione letteraria (non scriverà praticamente più dopo il 1925).
Se la forma di Libussa non ci fornisce probabilmente una visione completa dei mezzi espressivi tipici dell’autore, il suo contenuto è però sicuramente coerente con la tematica principale dell’opera di Sternheim, vale a dire la critica alla Germania guglielmina e ai suoi connotati sociali.
Libussa è una nobile cavalla bianca, che narra in prima persona la sua avventurosa vita. Il suo racconto è raccolto da colui che l’ha acquistata, ormai vecchia, dopo la fine della guerra, e le ha insegnato ad esprimersi (come nel caso di altri cavalli parlanti) battendo lo zoccolo anteriore. Nata in Russia verso la fine dell’800, ella è stata prima la cavalla preferita dalla zarina Aleksandra Fëdorovna, moglie di Nicola II, quindi da quest’ultimo donata al principe Edoardo del Galles, futuro Edoardo VII, di cui segue le vicende prima a Parigi quindi – dopo l’incoronazione – in Gran Bretagna, per divenire dal 1904, a seguito di un’ulteriore donazione, la cavalcatura del kaiser Guglielmo II, che seguirà sino alla fine della guerra.
Attraverso la vicenda autobiografica di Libussa, Sternheim ci può così narrare, con un tono come detto lieve ed ironico, i vizi (tanti) e le virtù (pochissime) di tre sovrani che sarebbero stati al centro della deflagrazione bellica, fornendoci, anche attraverso resoconti storicamente accurati, notizie importanti sulle motivazioni – soprattutto per la verità incentrate piuttosto riduttivamente sulla psicologia dei protagonisti – che portarono al conflitto. Del resto è lo stesso Sternheim ad avvertirci che le storie narrate dalla cavalla risentono ovviamente di una mentalità cavallina, e delle esperienze concrete, seppur limitate quanto a visione, che essa ha fatto portando sul suo dorso i sovrani.
Le tre fasi della vita della bianca Libussa si susseguono per così dire in ordine di importanza. Il breve periodo in cui, ancora giovane, è la cavalla della zarina è centrato sulla descrizione della crudeltà, della volgarità e della bassezza di un potere autocratico, incapace di rendersi conto della sofferenza delle masse, sofferenza che di lì a poco avrebbe portato alla rivoluzione. Libussa prova inizialmente simpatia per la zarina, donna fragile, assoggettata alla violenza di Nicola che ”firmava migliaia di condanne a morte e alla deportazione con inchiostro rosso e svolazzi”, il quale una volta minaccia la moglie incinta di prenderla a calci in pancia. Quando però Aleksandra Fëdorovna manifesta deliri mistici e si assoggetta al potere perverso di Rasputin la cavalla si ribella, con le armi equine di cui dispone, e pertanto viene donata, come detto, a Edoardo. Il ritratto dell’Edoardo libertino e anticonformista degli anni parigini precedenti l’incoronazione è seguito da una lucida descrizione della politica inglese dei primi anni del ‘900, volta ad isolare la Germania nelle sue mire egemoniche. Edoardo è zio di Guglielmo II (la madre di quest’ultimo essendo sua sorella), ma ne odia la grossolanità, la mancanza di stile. Attraverso gli occhi di Libussa ripercorriamo la partita a scacchi che si svolge in Europa in quegli anni cruciali, lo stringersi e il rapido dissolversi di accordi ed alleanze, gli incontri tra sovrani che erano tutti legati da parentela ma che si sarebbero trovati presto a difendere interessi nazionali opposti. Durante una visita realmente avvenuta nel 1904 di Edoardo in Germania Libussa viene donata a Guglielmo, che ne fa la sua cavalla preferita. Inizia la parte più bella del libro, forse anche perché basata su esperienze di prima mano dell’autore. La personalità distorta del Kaiser, il suo assolutismo, il suo essere convinto di governare per diretta volontà divina vengono messe alla berlina dalle riflessioni, apparentemente giustificazioniste, del suo cavallo. Guglielmo ne emerge come un pericoloso idiota, succube del potere industriale ma convinto di essere un semidio, incapace del potere di riflessione che deve caratterizzare chi detiene il comando. L’ultima parte del breve libro, quella dedicata alla guerra, è la più sarcastica: Libussa si sente pervasa dalla retorica della guerra, ed è esaltata dal parteciparvi portando in sella l’imperatore. Grazie alle osservazioni di un cavallo comunista si rende però conto di essere tenuta lontano dal fronte, nelle retrovie, dove l’imperatore si aggira tra folle di soldati osannanti che non sanno cosa realmente li aspetta. Così, una volta che si trova più vicina alla battaglia, si lancia verso di essa, salvo essere fermata a suon di scudisciate da un kaiser disperato che dopo questo episodio non la vuole più cavalcare. Cadono quindi tutte le illusioni sulla guerra eroica, e plasticamente la bassezza morale di chi l’ha scatenata è evidenziata dal kaiser che tenta di sfuggire alla cattura nascondendosi dietro un’automobile a sei cilindri – episodio che lo accomuna a ciò che farà, meno di trent’anni dopo, un guitto di casa nostra tentando inutilmente di sottrarsi alle sue responsabilità storiche.
Libussa è un libro gradevole, forse incantevole come ci dice il breve commento in quarta di copertina, ma mi sento di dire che non è un capolavoro. Ciò che non funziona è proprio l’elemento narrativo che ne è al centro, vale a dire la pretesa che sia stato scritto da un cavallo. La narrazione è infatti troppo infarcita di precisi richiami storici, di descrizioni del contesto storico e politico in cui gli attori si muovono, per risultare convincente come memorie di un cavallo. Il libro potrebbe benissimo essere avvincente e divertente, come difatti è, senza ricorrere a questo escamotage narrativo, che si rivela essere a mio avviso una inutile sovrastruttura volta solamente a permettere la descrizione sequenziale delle tre monarchie e del carattere dei monarchi. Libussa è quindi innanzitutto la cronaca degli avvenimenti e dei caratteri dei protagonisti politici di un periodo che avrebbe portato alla prima guerra mondiale, ma il fatto che questi avvenimenti e questi caratteri siano raccontati da un cavallo appare del tutto irrilevante, ed in molti casi chi narra sembra essere più il narratore onnisciente piuttosto che l’occhio di chi avrebbe potuto avere solo una visione parziale degli eventi (e per di più una parzialità equina). Al di là di questa critica, è indubbio che la novella ci permette di conoscere meglio alcuni tratti, anche non scontati, dei protagonisti di quel periodo e delle loro relazioni, anche condizionate dalla loro psicologia, e di farci un’idea del quadro delle condizioni che portarono alla grande deflagrazione, anche se di questo quadro mancano nel racconto alcuni tasselli fondamentali.
Resta il rammarico di poter conoscere questo autore, senza dubbio importante, solo attraverso un’opera quale Libussa, che come detto rappresenta un episodio sicuramente minore all’interno della sua produzione letteraria. Attendiamo quindi pazientemente, ma con scarsa fiducia, che anche al lettore italiano sia data la possibilità di leggere e gustare le sue opere più importanti.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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