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I saccheggiatori di civiltà

IlSaccheggiatorediRelittiRecensione de Il saccheggiatore di relitti, di Robert Louis Stevenson

Newton, Tascabili economici, 1993

Il saccheggiatore di relitti è un romanzo poco noto di Robert Louis Stevenson, scritto dall’autore mentre già viveva nelle Samoa, nel luogo da lui chiamato Vailima (i cinque fiumi) dove morirà a quarantaquattro anni due anni dopo la sua pubblicazione.
Stevenson ha quindi già alle spalle gran parte della sua vasta produzione letteraria, compresi capolavori quali L’isola del tesoro, Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde, Il Signore di Ballantree. Ha ormai alle spalle anche la Gran Bretagna vittoriana, della quale ha contribuito a svelare, in particolare nelle due ultime opere citate, la profonda ipocrisia di una superficie moralista e intrisa di positivismo, che richiede la rimozione dei recessi oscuri e delle pulsioni dell’animo umano che costituiscono la faccia nascosta della costruzione sociale.
Stevenson a Vailima si trova bene: è affascinato dalla civiltà indigena, insidiata nella sua stessa esistenza dal colonialismo occidentale volto a depredare le risorse naturali delle isole; è a sua volta amato dagli indigeni, che lo chiamano Tusitala, colui che racconta; è circondato dall’affetto della moglie e del figliastro, e la sua malferma salute sembra molto migliorata. E’ in questo clima di serenità personale che scrive The wrecker, con il quale torna, quasi dieci anni dopo L’isola del tesoro, a narrare di viaggi per mare e di esotiche isole sperdute. Questo ritorno al mare è però intriso di due elementi decisivi, che rendono The wrecker sostanzialmente diverso dal capolavoro dell’esordio: il fatto che ora Stevenson conosce direttamente, per il fatto di viverci, le atmosfere dei tropici, e il suo interesse – che forma il nucleo essenziale di Dr. Jekill e Mr. Hyde e del Master of Ballantree – al tema del doppio, della scissione della personalità umana in elementi fra di loro contrastanti e antagonisti.
Se da un lato quindi Il saccheggiatore di relitti potrebbe essere quasi considerato il romanzo dell’uscita di Stevenson dai toni cupi dei romanzi precedenti, dall’altro è anche un romanzo dalle mille sfaccettature, estremamente articolato – come vedremo – quanto a intreccio, costruzione formale e a significato complessivo. A questa complessità contribuisce probabilmente anche il fatto che il romanzo fu scritto a quattro mani con il figliastro Lloyd Osbourne, sembra secondo una rintracciabile suddivisione dei capitoli, anche se la paternità ufficiale dell’opera è del solo Stevenson.
Il primo elemento di complessità dell’opera si rinviene nella struttura narrativa. Molti sono i romanzi ed i racconti in cui una storia è narrata all’interno di un’altra storia, ma ne il saccheggiatore di relitti i livelli narrativi sono tre: il romanzo si apre infatti in terza persona, con l’incontro a Tai-o-Hae, nelle isole Marchesi, tra due vecchi amici, entrambi marinai, che non si vedevano da decenni. Uno dei due, Loudon Dodd, inizia a raccontare, in prima persona, le proprie avventure all’altro. Queste storie di vita – anzi, la Storia che dà il titolo al romanzo – lo portano ad incontrare un altro personaggio, Norris Carthew, che a sua volta narra, nell’ultima parte del romanzo, la propria vita a Dodd. Si tratta quindi di una struttura a scatole cinesi, ulteriormente complicata dal fatto che nel corso della narrazione si ritrovano tanti altri personaggi e storie collaterali, che contribuiscono a rendere ancora più complesso ed intricato il racconto.
Inoltre, i due personaggi principali, Dodd e Carthew, si somigliano molto: seppure di estrazione sociale diversa, sognano di essere artisti ed abbandonano la famiglia per seguire la loro vocazione che peraltro dovranno abbandonare, sconfitti dalla dura realtà della vita e anche dalla loro mediocrità. Entrambi, infine, incontrano un altro personaggio, una sorta di alter ego spregiudicato e dedito agli affari, anche loschi, con il quale si mettono in società. C’è dunque nel romanzo una sorta di gioco di specchi tra le coppie di amici Dodd – Pinkerton e Carthew – Hadden, un affascinante doppio doppio che in qualche modo rimanda ai temi delle opere precedenti.
Non è facile narrare succintamente la trama del romanzo, la cui scoperta deve essere lasciata al lettore anche in virtù del fatto che si tratta di un thriller, ma qualche elemento è necessario fornirlo per capire meglio di cosa tratta.
La storia di Loudon Dodd è nella prima parte ambientata prevalentemente a Parigi (città che Stevenson conosceva bene) dove il protagonista, giovane statunitense di provincia, approda per fare lo scultore. Conduce una vita bohemienne, diventando amico di James Pinkerton, un ragazzo pure lui statunitense – si potrebbe dire molto statunitense – che ha un unico obiettivo di vita: far soldi. Quando, deluso, Dodd è costretto a lasciare Parigi, raggiunge Pinkerton a San Francisco e si immerge, lavorando con lui, nell’atmosfera di febbrile e spregiudicato affarismo della California di fine ‘800. Puntano tutta la loro fortuna sull’acquisto all’asta – a carissimo prezzo – di un relitto arenatosi pochi mesi prima in un atollo dei mari del sud, convinti che nasconda un favoloso carico di oppio. Dodd quindi parte per recuperare il carico. Quando giunge sul relitto del Flying Scud si rende conto che non c’è alcun tesoro, ma che la nave nasconde un mistero, un tremendo mistero. Deciso a scoprirlo, si mette sulle tracce di uno dei componenti l’equipaggio della nave, che si rivela essere un rampollo della buona società inglese di nome Norris Carthew. Questi gli racconta la propria vita di ribelle e la vera, drammatica storia del Flying Scud.
Si tratta quindi di un romanzo d’avventure, di un romance, di un vero e proprio thriller nel quale la soluzione dell’enigma avviene solo alla fine, ma – come detto – la sua complessità è tale che vi si possono rintracciare numerosi spunti interpretativi che lo agganciano fermamente alle tematiche stevensoniane e alla profonda conoscenza che l’autore aveva accumulato delle conseguenze che il colonialismo occidentale stava producendo sulla società polinesiane.
Innanzitutto, come già accennato, è centrale, nel racconto, l’associazione – contrapposizione delle coppie Dodd – Pinkerton e Carthew – Hadden. Dodd e Carthew vengono sconfitti nelle loro aspirazioni artistiche e diventano, per il tramite dei loro amici, parte integrante del sistema che inizialmente mettevano in discussione. Stevenson punta il dito contro questo sistema, contro la rincorsa alla ricchezza a qualunque costo, che sta tra l’altro distruggendo la civiltà polinesiana, e lo fa con una buona dose di ironia e sarcasmo, come emerge chiaramente dalla vivida descrizione della marea umana di San Francisco e della figura di Pinkerton che vi nuota veloce sempre alla ricerca di nuovi affari: sono queste, a mio avviso, tra le pagine più belle del libro, il quale significativamente – al contrario della grande maggioranza dei romanzi di Stevenson, è ambientato nella contemporaneità dell’autore.
Alla contrapposizione tra i personaggi principali fa inoltre riscontro la contrapposizione tra gli scenari in cui si svolge la vicenda. I luoghi della civiltà occidentale – Parigi, San Francisco, Sidney – che incontriamo nel racconto sono luoghi dove prevalgono relazioni e sentimenti condizionati dal contesto sociale, per cui emergono spesso ipocrisia e falsità. Al contrario il mare e le isole sono luoghi in cui la natura umana ritrova, nel bene e nel male, le sue leggi primigenie: sono quindi i luoghi dove le amicizie e le complicità divengono assolute e dove è in qualche modo naturale che cada ogni freno inibitorio, che il male possa dispiegare la sua forza quasi senza limiti, come esemplarmente accade nel tragico episodio dell’incontro tra l’equipaggio del Flying Scud e quello della Currency Lass.
Vi sono quindi nel libro numerosi piani dialettici, che si sovrappongono e si completano a vicenda, creando sottili corrispondenze tra persone e luoghi: così come Dodd e Carthew perdono la loro ingenuità e sono in qualche modo costretti ad integrarsi, sino a divenire soci in affari, anche luoghi come le isole, sino a poco tempo prima intrisi di una ingenuità primordiale, si stanno ormai corrompendo sotto la spinta dell’occidente predatore, e non tarderanno ad integrarsi anch’essi. Il principale saccheggiatore di relitti è quindi l’uomo occidentale e colonialista, che sta distruggendo per sempre una civiltà millenaria. Questa atmosfera di passaggio, quasi sospesa tra un passato mitico ed un presente assai più prosaico e drammatico è mirabilmente descritta da Stevenson nel prologo del libro, apparentemente inutile rispetto alla successione degli avvenimenti: in particolare resta impressa nella memoria la misteriosa figura del bianco tatuato, primo personaggio presentatoci da Stevenson (nel quale si può forse rintracciare lo stesso autore), che sonnecchiando sul molo ricorda in poche, splendide righe ciò che le isole sono state, ma anche l’Inghilterra della sua infanzia, introducendoci al vero leitmotiv del romanzo, che si dispiega subito dopo con l’arrivo in porto della goletta di Dodd ed i commenti dei vari personaggi del porto.
Un ulteriore elemento di fascino del romanzo è dato dal fatto che – a differenza di quanto accade ad esempio nelle storie del contemporaneo Conan Doyle, qui non esiste un personaggio che abbia il compito di svelare l’enigma che sta alla base della storia: il mistero è svelato da chi conosce l’andamento dei fatti, essendone stato protagonista. Non c’è, di conseguenza, la punizione del reo da parte della società: il male si è scatenato in circostanze eccezionali, in un ambito incommensurabilmente diverso rispetto alle regole del consorzio umano, quindi gli autori di questo male non possono essere puniti. E’ una visione lontana anni luce da quella positivista che impregnava l’epoca, e presuppone il riconoscimento dell’importanza del contesto in cui l’uomo agisce e di come le circostanze possano determinarne il comportamento. E’ questo elemento, che contraddistingue tutta l’opera di Stevenson, che ne fa un grande autore, già proiettato verso le grandi tematiche letterarie che caratterizzeranno il ‘900.
Una annotazione finale sull’edizione. Altre volte ho lodato i Tascabili Newton perché ci hanno proposto a prezzi veramente modici grandi classici della letteratura, anche difficilmente reperibili in altre edizioni. Questa traduzione del romanzo di Stevenson è però a mio avviso veramente insufficiente, soprattutto perché non permette di apprezzare lo stile di scrittura di un autore estremamente attento alla pagina, che non a caso aveva tra i suoi modelli Flaubert. Fortunatamente ho in casa un’altra edizione del romanzo, pubblicata anni fa da Einaudi con il titolo Il relitto, la cui traduzione ha ben altro spessore, e dopo le prime pagine mi sono affidato a questa. Purtroppo, comunque, entrambe queste edizioni, come altre, non sono più disponibili, per cui chi desidera leggere questo romanzo deve affidarsi al mercato dell’usato o reperirlo in biblioteca.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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