Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Recensioni, Romanticismo, Vienna

Il Biedermeier in letteratura

StoriedellaVecchiaViennaRecensione di Storie della vecchia Vienna, di Adalbert Stifter

L’editore, 1990

Adalbert Stifter è uno dei cantori della restaurazione, di quel periodo di ritorno alla normalità che andò dal congresso di Vienna ai moti rivoluzionari del 1848. La sua produzione letteraria si caratterizza infatti per il minimalismo, per l’esaltazione dei valori semplici che si ritrovano nelle piccole comunità rurali in contrapposizione alla disgregazione morale che caratterizza la vita cittadina, per l’importanza data all’armonia del rapporto tra uomo e natura. Vi è subito da dire che – nonostante questo tratto sinceramente reazionario dell’opera di Stifter – siamo comunque di fronte ad un grande scrittore, dotato di una grande sensibilità: nei suoi racconti e romanzi si possono infatti anche rintracciare elementi di ambiguità e di inquietudine che lo hanno fatto apprezzare tra gli altri da Friederich Nietzsche e da Thomas Mann, il quale disse che Stifter era stato uno dei narratori più straordinari, enigmatici, segretamente audaci della letteratura universale, che ti prende in maniera strana. Questo giudizio, anche se appare un po’ troppo generoso, ci dà comunque sicuramente l’idea – vista la fonte – di trovarci di fronte ad un autore non di secondo piano. Del resto l’esperienza di vita di Stifter, che non fu certamente facile e felice e che si concluse tragicamente con il suicidio, non poteva non riflettersi in qualche maniera nel tono complessivo della sua opera.
Quello che è certo è che Stifter fu uno dei maggiori rappresentanti del biedermeier, il movimento artistico – ma non solo, un vero e proprio stile dell’epoca – che caratterizzò i paesi di area germanica nel periodo seguente l’avventura napoleonica. Si tratta come detto di uno stile che riflette il tentativo delle classi dominanti di ritornare all’ordine prenapoleonico e prerivoluzionario, non potendo però rinnegare in toto alcuni degli stilemi tipici proprio delle epoche che si intendeva esorcizzare. Così, nell’arredamento e più in generale nella produzione di oggetti di serie il biedermeier si caratterizza come una semplificazione dello stile impero, una ricerca della funzionalità e della semplicità degli oggetti anche in funzione della crescente industrializzazione della loro produzione. E’ forse – non a caso – il primo momento della storia in cui la forma degli oggetti è condizionata dal profondo cambiamento in atto nelle loro modalità di produzione. Lo stile biedermeier testimonia quindi a livello estetico – tra l’altro – l’intima contraddizione del tentativo di restaurazione della società aristocratica nell’Europa occidentale: la società, il modo di produzione è ormai saldamente borghese, siamo in piena prima rivoluzione industriale, ed a questa non potrà che seguire, entro pochi anni, la rivoluzione sociale che porterà definitivamente al potere la borghesia.
Le Storie della vecchia Vienna rappresentano apparentemente un elemento contraddittorio all’interno della produzione letteraria di Adalbert Stifter: esse infatti si occupano di un contesto urbano, anzi dell’Urbe per eccellenza dell’impero asburgico, quella Vienna che era allora una delle più popolose città europee. Questa contraddizione è però solo apparente, perché Stifter, come vedremo, tratta Vienna, il suo paesaggio, il suo popolo, esattamente con la stessa affettuosa e paternalistica bonomia che userebbe per descrivere uno dei piccoli villaggi in cui ambienta le novelle di Pietre colorate o degli Studi: un piccolo mondo, dotato di una sua armonia intrinseca, dove ognuno recita la sua parte consapevole di essere piccola porzione di un ordine che ha le sue radici in una immutabile e perfetta legge divina. Ci dice Stifter nelle primissime pagine del volume: ”… il popolo, che […] svolge gioioso le proprie mansioni, costruisce infaticabile e solerte, di padre in figlio, di generazione in generazione, qualcosa che non conosce, secondo un piano a lui ignoto. […] Occhi competenti dirigeranno i lavori, ma anch’essi avranno solamente una visione parziale dei fatti, poiché finora nessuno ha mai veduto colui che dispone e vigila su tutto.”
La struttura del libro è quella di una vera e propria guida alla città, intesa sia come paesaggio urbano sia come umanità che la abita. Del resto questo era l’intento perseguito dall’editore quando pubblicò – prima a dispense poi – nel 1844 – in volume quest’opera, che si compone di 12 capitoli ciascuno inteso a descrivere un aspetto particolare della città e della vita che la anima.
Il primo capitolo, a mio avviso uno dei più belli, porta il lettore, poco prima dell’alba, sul campanile della cattedrale di Santo Stefano, dalla cui sommità viene osservato il risveglio della città e la sua animazione giornaliera. E’ una pagina intrisa di lirismo cromatico, nella quale Stifter ci dà prova delle sue capacità narrative, riuscendo a infondere un tono epico alla descrizione dei colori e dei suoni percepiti, facendoci assaporare la geografia urbana della Vienna ottocentesca: emerge qui, come in altre pagine ma più che in altre pagine, il fatto che Stifter oltre che scrittore, prima che scrittore, sia stato un valente pittore.
Il capitolo seguente, dedicato alla visita alle catacombe che si trovano nel sottosuolo della cattedrale, fa emergere – nella analitica descrizione dello sfacelo dei corpi dei morti, dell’atmosfera delle stanze, dei rumori provenienti dall’esterno – il realismo di Stifter, la sua capacità di trasmetterci emozioni attraverso piccoli particolari che, susseguendosi con ritmo incalzante, determinano il tono claustrofobico del capitolo, profondamente diverso da quello generale del libro. Forse è leggendo pagine come questa che Mann ha formulato il suo entusiastico giudizio su Stifter.
Segue il capitolo dedicato ad una giornata di festa al Prater, in cui la vivace descrizione dell’umanità che si rilassa e si diverte è messa al servizio dell’intento di trasmetterci l’idea di una Vienna felix e democratica nella quale persino la carrozza della coppia imperiale si mescola alla folla.
I millantatori, che segue, è un capitolo anch’esso eccentrico, perché si addentra nel terreno della satira sociale, prendendo di mira, sia pure garbatamente, la smania di apparire di molteplici soggetti sociali.
Segue la divertente e divertita descrizione della scoperta di Vienna da parte di tre studenti di provincia, giunti in città per iscriversi all’Università: probabilmente in questo capitolo si sono riversati episodi autobiografici del giovane Stifter, giunto a Vienna dopo il liceo in provincia.
Tra gli altri capitoli che compongono il libro sicuramente da citare a mio avviso è Annunci e vetrine, con il quale – forse per una delle prime volte nella storia della letteratura – Stifter ci descrive con tono ironico il ruolo crescente che la pubblicità sta assumendo nel determinare i comportamenti delle persone, e come essa possa essere un fattore di mistificazione rispetto alla intrinseca qualità dei prodotti. E’ un indubbio tributo – non privo di spirito critico – alle profonde trasformazioni in senso borghese che la città e il comportamento dei cittadini stavano conoscendo.
Un altro capitolo molto divertente è Il clima di Vienna, che oltre ad illustrarci l’organizzazione del sistema di rilevazioni meteorologiche dell’epoca, già molto sviluppato, ci parla con molto acume dei fattori di inquinamento e di alterazione climatica che la città comporta rispetto agli ambienti naturali.
Il libro termina con un capitolo che, in maniera sempre molto garbata e quasi scusandosi, descrive l’atmosfera vuota e noiosa di molti salotti viennesi, non mancando di evidenziare come altri siano importanti luoghi di elaborazione culturale.
Questo Storie della vecchia Vienna è in definitiva una gradevole guida alle atmosfere di una città mitica, vista con il benevolo occhio di un intellettuale organico, che la concepì pensando ad un pubblico borghese bisognoso di rassicurazioni dopo le tempeste napoleoniche. Il tratto fondamentale è quindi quello della descrizione di una città armonica e felice, nella quale le varie classi convivono condividendo gli stessi obiettivi di progresso (in una pagina Stifter si lancia nella previsione palingenetica di un mondo senza guerre) e in cui non esistono conflitti, ma solo difficoltà momentanee che l’autorità (imperiale o divina) saprà senza dubbio superare per il bene di tutti. La peculiarità di Stifter sta nel saperci descrivere questo affresco (perlomeno ottimistico, come la Storia avrebbe dimostrato) utilizzando elementi minori, descrizioni tratte dalla quotidianità, dall’attenta osservazione dei particolari, piuttosto che dalla grandiosità dello scenario urbano e sociale che caratterizza la città. E’ come se esistesse un profondo iato tra il realismo dei soggetti che stanno alla base della poetica di Stifter e la poetica stessa, posta al servizio della descrizione di un rassicurante migliore dei mondi possibili. In questo quadro generale non mancano, come detto, gli elementi di ambiguità e contraddizione, che se sono forse maggiormente ravvisabili nelle opere maggiori, anche in queste Storie fanno il loro capolino, in particolare in alcuni dei capitoli più riusciti.
Oggi questo volume non è più disponibile in libreria, ma chi volesse approfondire la conoscenza di questo scrittore ha comunque a disposizione numerose sue opere, anche se non completamente esaustive della sua vasta produzione.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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