Pubblicato in: Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Noir, Novecento, Recensioni

Un apparente paradosso: il gotico positivista

LaTanadelVermeBiancoRecensione de La tana del Verme Bianco di Bram Stoker

Mondadori, Piccoli classici, 1995

Ho iniziato a leggere La tana del Verme Bianco con molte aspettative: Abraham (Bram) Stoker, l’autore, è infatti il padre di uno dei personaggi letterari entrati nell’immaginario collettivo (anche e soprattutto grazie al cinema) – il conte Dracula – e quindi, non avendo ancora letto il romanzo maggiore, pensavo di trovare in quest’altra opera, molto meno nota ma forse per questo anche più intrigante, gli elementi narrativi, i risvolti psicologici, i rimandi che toccano le segrete corde del nostro inconscio, che hanno permesso a Stoker ed al suo vampiro di divenire dei classici a tutto tondo.
Queste mie aspettative sono andate del tutto deluse, perché mi sono trovato tra le mani non solo un romanzo del tutto di genere, ma anche e soprattutto un romanzo mal scritto, confuso e frammentario nella trama, con tutta evidenza destinato unicamente ad un pubblico voglioso di sensazioni forti, quello che potremmo tranquillamente definire un romanzo d’appendice e neppure dei migliori. Questa delusione ha aumentato in me l’urgenza di leggere Dracula, al fine di scoprire se anche il romanzo più celebrato dell’autore sia in realtà così povero di contenuto e di stile, e se conseguentemente il successo del personaggio non sia il frutto di successive rielaborazioni interpretative che prescindono dal valore del prototipo, oppure se La tana del Verme Bianco non sia che il risultato della scrittura stanca di un autore ormai svuotato di creatività, (il romanzo è l’ultimo scritto da Stoker, e fu pubblicato nel 1911, un anno prima della morte dell’autore), costretto dal successo a cercare di ripetersi. Se molti elementi accomunano infatti i due romanzi, primo fra tutti il fatto che entrambi si basano su miti e leggende popolari lungamente approfonditi dall’autore, altrettante sono le differenze, a cominciare dalla struttura dei due romanzi: mentre Dracula è costruito come un collage di lettere, pezzi di diario, telegrammi etc., La tana del Verme Bianco è un romanzo anche strutturalmente molto più convenzionale, narrato in terza persona da un Io onnisciente.
In breve (per quanto possibile) la trama. Un giovane e ricco australiano, Adam Salton, giunge in Inghilterra per la prima volta perché un vecchio zio, possidente terriero, ha deciso di farlo suo erede. La tenuta dello zio, Lesser Hill, è nel cuore di quello che fu il regno di Mercia, la più potente entità statale dell’Inghilterra dei primi secoli dell’era cristiana: nei dintorni di Lesser Hill altre tenute, dagli evocativi nomi di Castra Regis, Mercy’s Farm e Diana’s Grove, rivelano che tali luoghi rimandano alle epoche antecedenti il regno di Mercia, alla dominazione romana e prima ancora alle civiltà druidiche. Castra Regis è proprietà della famiglia Caswall, il cui rampollo sta per giungere dopo aver vissuto all’estero come il padre. Diana’s Grove appartiene invece ad una giovane ed affascinante vedova, Lady Arabella March, che veste sempre di bianco ed ha un ché di glaciale nell’aspetto e nel comportamento. Mercy’s Farm è abitata da una famiglia di fattori dei Caswall, e vi vivono due giovani e belle cugine. Subito Alan – cultore di storia antica – entra in contatto, grazie ai colloqui con un amico dello zio, l’ex diplomatico Sir Nathaniel de Salis, con la storia della regione e con le sue leggende, in particolare quella, risalente al primo medioevo, della presenza di un gigantesco animale, un verme bianco (dove l’inglese worm è da intendersi con una accezione diversa da quella che assume nella nostra lingua, più simile a quella di drago) che vivrebbe da millenni nelle profonde cavità del suolo, emergendo periodicamente per nutrirsi di esseri umani. L’erede dei Caswall, Edgar, giunge a Castra Regis accompagnato da un enigmatico e truce servo nero; durante la festa per il suo arrivo Adam si innamora di Mimi, una delle due cugine di Mercy’s Farm, mentre Lady Arabella – la cui proprietà è oberata dai debiti – trama per farsi sposare da Edgar Caswall. Egli però, cerca di sottomettere a sé Lilla, l’altra cugina di Mercy’s Farm, usando la forza dell’ipnosi, che sembra conoscere molto bene essendo cultore del mesmerismo come i suoi antenati: la grande forza magnetica di Mimi salva però la cugina dagli assalti di Caswall. Nel corso di lunghi colloqui, perlopiù serali, sorseggiando un buon tè o fumando un ottimo sigaro, Adam e Sir Nathaniel si convincono che Lady Arabella non è che una sorta di reincarnazione del terribile Verme Bianco, e quindi decidono di annientarla. Tra colpi di scena ed episodi sempre più inquietanti e drammatici il romanzo giunge all’inevitabile lieto fine.
Già da quanto detto emergono alcuni degli elementi di ingenuità e completa inverosimiglianza della storia. Intendiamoci, le novelle gotiche sono strutturalmente inverosimili, e la maestria dello scrittore sta proprio nel trasformare l’inverosimiglianza in un elemento secondario rispetto al pathos e alle emozioni che il racconto trasmette: qui l’inverosimiglianza è invece elemento che sovrasta tutto, e la sconnessione tra le varie parti della storia denota il tentativo, goffamente non riuscito, di trasformare una serie di leggende popolari in una storia unitaria, che però non prende mai il lettore, per il suo sapore posticcio e raffazzonato. I vari personaggi sono solo dei bozzetti stereotipati, funzionali ad un disegno precostituito che però risulta anch’esso alquanto sbiadito. Si tenga conto che quando Stoker scrive questo romanzo siamo ormai già nel novecento, e si confronti questo romanzo ad esempio con Il giro di vite di Henry James, di poco precedente, per capire meglio come ci si trovi di fronte ad un’opera indubbiamente minore rispetto allo zeitgeist.
Nondimeno, La tana del Verme Bianco è un’opera importante perché appartiene appieno – sia pure con un clamoroso ritardo – al clima positivista che aveva caratterizzato buona parte della letteratura della seconda parte dell’800 europeo e in particolare l’epoca vittoriana in Gran Bretagna. Che un romanzo gotico possa avere come sostrato culturale il positivismo può apparire una contraddizione in termini, un paradosso, ed il fatto che lo sia può forse contribuire a spiegare le strutturali lacune del romanzo.
Stoker è irlandese, ma è protestante; politicamente è un liberale, moderato e conservatore, e pur sostenendo la necessità di una riforma dei rapporti tra Irlanda e Gran Bretagna è comunque convinto che l’Eire debba rimanere sotto l’ombrello della monarchia britannica, vista come fattore di stabilità e progresso. E’ pienamente organico al positivismo britannico, convinto quindi che la scienza e l’ordine economico e sociale vigenti portino l’umanità verso un futuro radioso. Questo approccio positivistico al romanzo gotico emerge a vari livelli ne La tana del Verme Bianco. Innanzitutto lo troviamo nel significato stesso che Stoker attribuisce all’elemento misterioso e orrifico su cui il romanzo si fonda: non vi è infatti alcun approfondimento problematico, alcuna ambiguità circa il ruolo che esso gioca nel contesto del racconto. Per Stroker il Verme Bianco è un retaggio del passato, un residuo di tempi oscuri che deve essere annientato innanzitutto perché inattuale, perché in profondo contrasto con la direzione presa dal progresso moderno. In questo senso il modo estremamente prosaico con cui l’annientamento avverrà assume il connotato di simbolo preciso della lotta della moderna civiltà contro le forze oscurantiste del passato. L’ansia positivistica di Stoker si concretizza anche nella base storiografica che egli attribuisce al suo racconto: i riferimenti storici di cui il romanzo è intriso sono reali, e la funzione dei lunghi dialoghi tra Adam e Sir Nathaniel che caratterizzano i primi capitoli del racconto è proprio quella di introdurre il lettore in un contesto di verità storica.
Vi è poi – a riprova del conservatorismo che sottintende la visione del mondo di Stoker – la scelta dell’ambientazione e la caratterizzazione (come detto largamente bozzettistica) dei personaggi. La storia si svolge tra la piccola nobiltà terriera inglese, la classe che più di ogni altra rappresentava il collante identitario della società vittoriana: il vecchio Salton e Sir Nathaniel (ma anche il sia pur australiano Adam) sono dei veri e propri stereotipi dell’autorappresentazione di tale classe, che si vede colta, pratica, capace di mantenere l’ordine e di agire nell’ambito di un rispetto assoluto di regole di bon ton e di riti laici che assumono un preciso connotato sociale. Fa oggi forse sorridere che la sera stessa di un orrendo delitto o dei tragici fatti che mettono fine alla storia i protagonisti si trovino a discuterne pacatamente mentre sorseggiano il tè, ma questo particolare era funzionale all’invio di un preciso messaggio sociale e politico ai lettori.
Chi, pur appartenendo a tale classe, si pone al di fuori delle regole che i tempi impongono, inseguendo fantasmi del passato (Lady Arabella e Edgar Caswall) è condannato alla inevitabile distruzione.
I personaggi appartenenti alle classi inferiori sono descritti o come dei selvaggi furbi, crudeli ed anche a tratti ridicoli (il servo nero Oolanga, che per come viene tratteggiato non è azzardato a mio parere parlare di razzismo dell’autore) o tramite il filtro di un paternalismo protettivo (gli abitanti di Mercy’s Farm, con la notevole eccezione di Mimi, il personaggio forse più complesso e sfaccettato della storia).
La piccola nobiltà terriera protagonista del romanzo è tutt’altro che ancorata a schemi del passato, ma pienamente organica ad uno sviluppo sociale nel quale il valore borghese per eccellenza, quello del denaro, è stato fatto pienamente proprio. Più volte nel romanzo emerge il tema dell’importanza del denaro e del suo possesso quale fattore di promozione sociale. Il finale, con la scoperta di un giacimento di caolino che renderà una fortuna ad Adam è la riprova (se ce ne fosse stato bisogno) dell’importanza che Stoker attribuisce al denaro e di come questo sia visto (significativamente dal protestante Stoker) come la giusta ricompensa di chi agisce in grazia di dio.
Molti altri sarebbero gli spunti analitici da approfondire rispetto a questo a mio parere non riuscito romanzo, a cominciare da quelli legati all’identificazione della donna attraente e sensuale con il serpente, ma ciò richiederebbe un lungo capitolo che renderebbe ancora più noiosa questa recensione.
Chiudo quindi rimandando innanzitutto me stesso alla prossima lettura, che spero più intrigante, di Dracula, per affinare il giudizio su questo scrittore che tante perplessità mi ha al momento suscitato.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

2 pensieri riguardo “Un apparente paradosso: il gotico positivista

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