Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura svedese, Libri, Recensioni

La crudele satira del fallimento di una generazione

lasalarossaRecensione de La sala rossa, di Johan August Strindberg

Rizzoli, I classici della BUR, 1986

Non so se mi sbaglio, ma ritengo che un sentimento piuttosto comune quando si pensa ad autori scandinavi, e ai classici dell’800 e del primo ‘900 in particolare, sia quello di associar loro una cifra stilistica caratterizzata dal rigore, dall’asciuttezza e da un certo formalismo, insomma da quelle caratteristiche che molti giovani (ma non solo) recensori che troviamo in rete chiamerebbero lentezza e pesantezza del testo. Molti di costoro (almeno quelli che sanno cos’è il cinema d’autore) avranno davanti agli occhi qualche scena dei film più celebri di Bergman, quali Il settimo sigillo o Il posto delle fragole come archetipo (per loro) negativo di cosa potrebbe riservare il romanzo di uno scrittore norvegese o svedese.
Probabilmente questo (pre)giudizio, – ammesso che esista davvero – deriva da una molteplicità di fattori, primo fra tutti il fatto che noi, animali mediterranei e cattolici, fatichiamo a trovarci in sintonia con popoli che passano buona parte dell’anno al buio e che hanno fatto dell’etica protestante il fulcro del loro essere comunità (a tutti i livelli sociali ed economici cui questo termine può essere attribuito) ed anche di una parte preponderante delle loro riflessioni critiche, filosofiche ed intellettuali.
Bene, la prima cosa da dire de La sala rossa di Johan August Strindberg è che si tratta di un romanzo che sembra fatto apposta per smentire radicalmente questo luogo comune, trattandosi di un romanzo non certo leggero, tutt’altro, ma dotato di una carica ironica e satirica che lo rende estremamente gustoso e a tratti decisamente divertente.
La sala rossa è il primo romanzo di Strindberg, che lo pubblica, trentenne, nel 1879: prima di allora una sua opera teatrale era stata a più riprese rifiutata dai teatri svedesi. Il libro narra della ribellione del giovane Arvid Falk, funzionario all’Ente per il pagamento degli stipendi ai funzionari civili, che si licenzia per divenire letterato, avendo come ideale l’artista politico, in grado di cambiare con i suoi scritti la società in cui vive. Diverrà così amico di alcuni giovani artisti e pensatori che vivono à la bohémienne in un villaggio appena fuori Stoccolma, attendendo di divenire famosi, e che di sera spendono i pochi soldi che hanno nella cosiddetta Sala rossa di un locale della capitale, ritrovo della gioventù intellettuale. Arvid andrà incontro a continue delusioni via via che entrerà in contatto con i mondi dell’editoria e del giornalismo, del teatro, degli affari e della politica, trovando in tutti gli ambienti solo avidità, ignoranza, meschinità, servilismo ed opportunismo: anche alcuni dei suoi compagni si riveleranno degli opportunisti; altri continueranno a barcamenarsi più o meno stancamente e solo uno porterà alle estreme conseguenze la sua coerenza. Ritroveremo lo stesso Arvid alla fine del romanzo fidanzato con una buona borghese e insegnante.
L’uscita del romanzo fu un successo editoriale, ma provocò un acceso dibattito e si attirò feroci critiche da parte dell’establishment letterario svedese (ci fu chi invocò l’intervento dell’autorità per il sequestro dell’opera), fondamentalmente per due ordini di motivi.
Da un lato vi è la tematica trattata: l’opera mette infatti alla berlina la società e la cultura svedese dell’epoca, non risparmiando nessuno. I mercanti gretti ed avidamente senza scrupoli, il parlamento che difende gli interessi delle classi dominanti ammantandosi di una finta democraticità, i giornali e i giornalisti pronti a vendersi al miglior offerente, le leghe operaie create per contrastare i veri interessi del proletariato, i giovani intellettuali che apparentemente sfidano le convenzioni ma sono pronti ad integrarsi alla prima occasione, sono altrettanti bersagli della critica e della satira che Strindberg snoda attraverso i 29 serrati capitoli del romanzo. Non manca uno dei tratti che finirà col tempo per appiccicarsi addosso a Strindberg come un cliché: quello della misoginia.
Il secondo motivo di critica è relativo alla forma del romanzo: venne giudicato confuso, senza una chiara linea conduttrice, con personaggi – in particolare il protagonista Arvid Falk – deboli e non ben caratterizzati. In realtà oggi si può tranquillamente affermare che questi tratti, la particolare modalità di Strindberg di scrivere, i suoi repentini cambi di ritmo per cui a descrizioni ambientali accuratissime seguono improvvisi serratissimi dialoghi, l’abbandono prolungato del protagonista per seguire le vicende di altri personaggi, l’alternanza di toni satirici e momenti anche drammaticamente epici, costituiscono uno dei maggiori elementi di fascino del romanzo, sono pienamente coerenti con ciò che lo scrittore ha voluto raccontarci e ne fanno un’opera che per molti versi, ponendo esplicitamente la questione del rapporto tra ciò che è scritto e come lo si scrive, anticipa il ‘900 letterario. Come sappiamo dalla bella, ampia e utilissima prefazione di Franco Perrelli, lo Strindberg giornalista riempie il romanzo di pagine concepite rielaborando dati ed informazioni attinte da statistiche, cronache e verbali parlamentari, resoconti di assemblee societarie e associazionistiche, mettendone in evidenza la drammatica carica satirica: l’autore sfugge però al rischio di consegnarci un romanzo realista – il cui esito sarebbe stato sicuramente meno felice dato l’intento corrosivo e nichilista perseguito – proprio attraverso la struttura formale del racconto. Seguendo coerentemente l’asserzione di una sua lettera, secondo cui L’arte dello scrittore consiste nell’ordinare diverse impressioni, memorie ed esperienze, nello scartare l’inessenziale e nel mettere in rilievo ciò che più conta Strindberg organizza il romanzo con salti temporali e tematici, facendo come detto entrare, uscire e rientrare in scena i vari personaggi più volte, costruendo ogni breve capitolo quasi come una storia a sé. Questa confusione formale è – come accennato – perfettamente simmetrica rispetto alla confusione esistenziale e sociale oggetto del romanzo, e contribuisce ad accrescere l’effetto satirico dell’insieme.
Come detto, una delle grandi capacità di Strindberg è quella di utilizzare i dati del reale per costruire la sua feroce e disperata satira della società. Ciò emerge appieno in alcuni capitoli, quali quelli che descrivono la seduta del parlamento o quelli dedicati al mondo dell’editoria, ma raggiunge a mio avviso apici assoluti nella caratterizzazione di alcuni personaggi di contorno, quali il fratello mercante di Arvid, con relativa signora, il potente editore Smith e il direttore del teatro, che sono forse i personaggi più riusciti del romanzo. La loro grandezza sta proprio nell’essere tragicamente reali: non c’è alcuna forzatura nella loro descrizione e nei loro comportamenti, e proprio per questo raggiungono vette di cinismo e di amara comicità difficilmente superabili. A riprova, si provi, nel capitolo in cui compare l’editore Smith, a sostituire al suo nome quello di un notissimo editore italiano, che fu anche uomo politico, e si vedrà come le personalità, i meccanismi logici combacino perfettamente. Strindberg non ha quindi la necessità di costruire i personaggi come caricature: essi sono giornalisticamente presi per come essi sono nella realtà, non c’è bisogno di aggiungere nulla per farceli apparire come i latori di una logica ferrea: quella del loro interesse coniugata spesso alla loro stupidità ed ignoranza. Questa modalità di caratterizzazione ha per Strindberg un antecedente illustre da lui molto amato: Charles Dickens, i cui personaggi si caratterizzano proprio per essere tragicamente reali, tanto più credibili e comici quanto più lontani da tratti caricaturali. Strindberg annotò infatti che aveva inizialmente concepito La casa rossa come una sorta di Pickwick svedese che aveva preso poi altre strade. Forse più ardua è l’identificazione di Arvid come una sorta di Amleto moderno, fatta dallo stesso Strindberg e che Perrelli avvalla: dovendo trovare un fratello letterario ad Arvid Falk, opterei per alcune analogie con lo Stephan Dedalus joyceiano, l’artista da giovane per antonomasia di cui Arvid pare anticipare alcuni tratti.
Non sono ovviamente caricature neppure i personaggi principali del romanzo, Arvid Falk ed i suoi amici intellettuali: in essi si possono ritrovare – ci dice Franco Perrelli – pur senza corrispondenze univoche, i giovani artisti che intorno agli anni ‘70 del XIX secolo contribuirono a svecchiare e a sprovincializzare la cultura svedese; in Arvid Falk si ritrovano in particolare alcuni tratti intellettuali dell’autore, e la sala che dà nome al romanzo era davvero il loro luogo di ritrovo. Questo tratto autobiografico è quello che colpisce di più, visto il contenuto totalmente pessimistico del libro: Strindberg rifugge da ogni tentativo consolatorio e di autoassolvimento, come pure sarebbe stato comprensibile trattando di sé e di suoi amici, ma ci descrive il fallimento di una generazione come assoluto, perché basato sull’assoluta incapacità di comprendere i veri meccanismi di funzionamento della società cui (a parole) dicono di opporsi. Questi meccanismi Strindberg ce li espone, come detto, basandosi su dati e fatti, ma il gruppo di intellettuali, che anche simbolicamente vive lontano dalla città che Arvid ha nel primo capitolo sfidato, è troppo chiuso in sé stesso, nel proprio piccolo mondo autoreferenziale per rappresentare davvero una forza eversiva. La risposta non potrà quindi che essere l’integrazione, il rinnegamento degli (pseudo)ideali o – nel caso del povero Olle Montanus – il suicidio. Spetterà al cinico e disincantato Dottor Borg certificare la morte di ogni velleità nel finale epistolare e cronachistico del romanzo.
Come ogni grande classico, anche La sala rossa può essere letto con un occhio attento al nostro presente: in questo senso rivela alcune inquietanti ma anche divertenti analogie con la nostra epoca, i cui fondamentali del resto non sono cambiati rispetto ai tempi di Strindberg. Il gioco che ho proposto sopra rispetto al capitolo sull’editore Smith, funziona anche se applicato a molte altri parti del libro: leggiamo ad esempio il capitolo della seduta della lega operaia immaginando un discorso di chi oggi al governo si dice di sinistra, oppure trasferiamo il comportamento del direttore di teatro all’odierno mondo dello spettacolo e vedremo che l’amaro sorriso che Strindberg ci procura diverrà ancora più amaro, per la coscienza che le cose stanno veramente così ancora oggi e che nulla sembra destinato a cambiare.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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