Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura italiana, Libri, Novecento, Racconti, Recensioni, Venezia

La compiuta incompiutezza di una tragicommedia borghese

cortoviaggiosentimentaleRecensione di Corto viaggio sentimentale, di Italo Svevo

Newton, Tascabili economici, 1992

Italo Svevo, oltre ai tre romanzi pubblicati in vita, scrisse anche una serie di novelle e lasciò incompiuto un altro romanzo (Il vecchione o il vegliardo), che avrebbe dovuto essere la continuazione de La coscienza di Zeno.
Alcuni mesi prima di morire, però, aveva iniziato a scrivere anche un romanzo breve, o racconto lungo, dal titolo Corto viaggio sentimentale, lasciato anch’esso incompiuto. Come vedremo, l’incompiutezza del racconto non costituisce un ostacolo al pieno godimento di questa opera, che si inserisce appieno nel filo estremamente lineare, ancorché fortemente articolato, della poetica sveviana.
Già nel titolo è a mio avviso chiaro il tributo ad uno degli autori più amati da Svevo: Laurence Sterne. Come il Viaggio sentimentale dell’autore inglese è costituito dall’insieme delle esperienze di Yorick, il protagonista, e ciò che Yorick non vede e non filtra attraverso la sua coscienza semplicemente non esiste, così il viaggio in treno tra Milano e Trieste del Sig. Giacomo Aghios è sentimentale perché esiste solo in quanto egli, con il suo bagaglio culturale piccolo borghese, intraprendendolo lo trasforma da subito in un viaggio interiore, alla ricerca delle proprie contraddizioni, delle proprie ambiguità e della propria inettitudine (per usare un termine tipicamente sveviano), che – come sempre in Svevo, diventano paradigma dell’epoca e della condizione sociale dell’individuo, del carattere di tragicommedia dell’esistenza borghese.
Il Viaggio di Giacomo Aghios, il viaggio di Svevo è però, a differenza di quello di Yorick, un viaggio corto, e mi sembra di poter notare in quell’aggettivo una sorta di deferente omaggio al grande decostruttore del romanzo settecentesco, che non a caso diviene uno dei punti di riferimento assoluti di molti grandi autori del primo novecento, in particolare quelli che più si sono confrontati con la necessità di destrutturare il romanzo ottocentesco (e tra questi vi è sicuramente lo Svevo de La coscienza di Zeno). Svevo, sempre attento al fatto che i titoli delle sue opere fossero significativi, secondo me ci manifesta, con quell’aggettivo, la sua coscienza di non potersi porre che ad un livello inferiore rispetto a Sterne. Quel corto non è quindi forse solo la constatazione quantitativa della distanza che intercorre tra Milano e Trieste, è anche un indizio della innata modestia (caratteriale, non certo artistica), della ritrosia dell’autore triestino.
Il tempo in cui si svolge il racconto è anch’esso corto, esaurendosi in poche ore. Il Signor Aghios, sessantenne, lascia la moglie alla stazione centrale di Milano nel primo pomeriggio di un giorno qualsiasi degli anni ‘20 del novecento. Sale sul treno diretto a Venezia dovendosi recare a Trieste, città di cui è originario, per versare in banca una somma abbastanza consistente, come rata di un debito; la somma (30.000 lire) è in contanti nella tasca interna della giacca. Nello scompartimento in cui si siede nota una donna piacente, conversa con un agente assicurativo, si interessa di una famigliola di contadini veneti che il rigido controllore farà spostare in terza classe, e soprattutto stringe amicizia con un giovane che appare disperato. Visto che anche quest’ultimo è diretto a Trieste, e che a Venezia devono aspettare quattro ore, lo invita ad andare con lui a San Marco, dove deve sbrigare un breve affare. Di ritorno alla stazione, mentre cenano, il giovane si confida con lui. In procinto di sposare la figlia del padrone dell’azienda agricola in cui lavora, ha avuto come amante una contadina, che ora è incinta di lui: è combattuto tra sposare la donna che non ama – accrescendo così il suo status sociale – lasciando che la sua remissiva amante sposi un ingenuo contadino, e mandare all’aria tutto sposando l’amante per la quale il desiderio si è trasformato in amore. Presupposto di questa seconda possibilità è però la restituzione di 15.000 lire che si era fatto prestare dalla promessa sposa. Aghios gli consiglia di seguire i dettami del cuore, parlando francamente al futuro suocero mancato e chiedendogli tempo per la restituzione del debito. L’empatia che prova per il giovane lo spinge a dirgli che ha con sé una cifra che al momento gli serve, ma che avrebbe cercato di aiutarlo in futuro. Ripartiti a mezzanotte, Aghios si addormenta e sogna: svegliatosi di soprassalto a Gorizia si rende conto che il giovane è sceso e gli ha rubato 15.000 lire. Il racconto si conclude con le parole “Alla stazione di Tries”.
Come si può notare, il fulcro assoluto del racconto è il Sig. Aghios. Sin da subito egli attribuisce al viaggio che sta per intraprendere un significato profondo: viaggiando, stando fuori vorrebbe ritrovare sé stesso, la sua autonomia esistenziale, lontano dalla moglie affezionata, a suo modo ancor bella ma mai appassionata, e dal figlio universitario saccente, che ormai lo trattano da vecchio. Egli però è il tipico uomo del novecento di Svevo: se da un lato vive le convenzioni morali e sociali di cui è succube come vincoli allo sviluppo della propria personalità, della propria libertà interiore, dall’altro è un inetto, e da quelle convenzioni non sa staccarsi. Paradigmatico di questo atteggiamento è il suo rapporto con le donne: si allontana volentieri dalla moglie che forse non ha mai amato veramente, sente il richiamo dei sensi quando si trova vicino ad una bella donna ma allo stesso tempo è fiero di non avere mai tradito la consorte, e sublima il desiderio in bisogno di proteggere la donna, essere debole e fragile. Aghios sa che il suo malessere deriva non dalla vecchiaia, ma dalla famiglia, che definisce l’ambiente chiuso ove c’è muffa e ruggine, e tuttavia il suo distacco da questo ambiente è coscientemente breve, è corto, e in pochi giorni tutto tornerà normale. Che il malessere di Aghios, il malessere dell’uomo novecentesco, sia conseguenza della struttura sociale in cui vive risulta evidente, oltre che da questo lucido accenno al ruolo della famiglia, anche da una serie di altri elementi sparsi nel racconto. Centrale infatti, quasi balzachianamente, è nella storia il ruolo del denaro. Per questione di denaro Aghios intraprende il viaggio; di denaro parla essenzialmente con il gretto ragionier Ernesto Borlini, l’assicuratore, che Svevo è in grado di tratteggiare, nelle poche pagine in cui appare, come la quintessenza della meschinità piccolo-borghese, tutta ordine, concretezza e soddisfazione di sé. Aghios sa di essere moralmente e culturalmente superiore al Borlini, ma anche nei suoi confronti non sa far valere questa superiorità, scendendo anzi al suo livello. Il denaro e lo status sociale sono anche al centro della storia del giovane Giacomo Bacis, ed il furto di denaro ne rappresenta la conclusione. Ancora, una questione di carattere commerciale ha condizionato il rapporto tra Aghios e il vecchio amico gioielliere a San Marco. E’ – forse ancora più significativamente – attraverso l’uso che fa del denaro quando deve dare una mancia che Aghios descrive un tratto fondante della sua contraddittoria personalità, quando ci dice che, oltre ad essere avaro, finge di dare di meno per poi aggiungere qualcosa solo dopo avere visto la delusione del ricevente, al fine di assaporare meglio la sua gratitudine.
Ci sono nel racconto, oltre al titolo cui ho già accennato, una serie di messaggi subliminali di grande finezza che a mio avviso devono essere colti per comprendere appieno la grandezza di uno scrittore come lo Svevo maturo.
Il primo è il cognome del protagonista, che è di lontane origini greche: Aghios infatti in greco significa santo. Perché Svevo ci propone come protagonista del suo racconto un triestino greco, che si chiama Santo? Forse la risposta compiuta l’avremmo avuta solo se l’autore avesse completato il racconto, ma è indubbio che anche allo stato delle conoscenze possiamo azzardare qualche ipotesi. Aghios apparentemente è quanto di più lontano da un santo si possa immaginare, ma proprio la sua contraddittoria umanità ne fa il possibile santo per il giovane Bacis, l’unico a cui questi può rivolgersi e l’unico che – sia pure suo malgrado – lo aiuta concretamente. Non è da escludere anche un intento ironico dell’autore, nel presentarci la figura di un santo a sua insaputa.
Sempre in tema di nomi, non deve sfuggire il fatto che anche Bacis si chiama Giacomo: egli è infatti l’alter ego di Aghios, che (forse) riuscirà – grazie all’inconsapevole aiuto di quest’ultimo – a rompere i lacci sociali cui sembra condannato. Giacomo Aghios vede quindi in Giacomo Bacis colui cui affidare il suo testamento di vecchio inetto affinché sappia riuscire dove lui ha ormai definitivamente fallito.
Vi è poi l’estrema finezza narrativa, mutuata dallo Sterne del Viaggio sentimentale di raccontare in terza persona un viaggio che è essenzialmente interiore, in cui non esiste o quasi un paesaggio che non sia quello dello scompartimento (con l’eccezione di una Venezia notturna forse a tratti troppo oleografica): sarebbe forse stato troppo facile proseguire nella prima persona utilizzata ne La coscienza di Zeno: più arduo utilizzare un io narrante che, seppure non coincidente con il protagonista, sente solo attraverso di lui.
Non è da escludere infine che (come accennato anche in una nota finale al volume da me letto) la stessa incompiutezza del racconto (comune a molte altre novelle sveviane) sia da interpretare come una precisa volontà dell’autore per lasciare aperto il finale e comunicarci ironicamente la sua inettitudine: in fondo le cose importanti del racconto sono tutte dette, e quel Tries finale sembra troppo letterario per non essere voluto.
Ritroviamo quindi in questo lungo racconto incompiuto tutti i temi sviluppati da Svevo nella sua letteratura antecedente, e non mancano i richiami alla teoria darwiniana, alla psicanalisi e ad altri elementi che hanno formato la base teorica sulla quale Svevo ha edificato la sua letteratura; vi ritroviamo anche il peculiare uso della lingua italiana che lo contraddistingue, che ai puristi può sembrare approssimativo ma che indubbiamente contribuisce al sottile fascino mitteleuropeo della prosa sveviana. Corto viaggio sentimentale conferma quindi che, se Svevo può essere considerato in qualche modo l’autore di un solo libro, questo libro egli ha saputo declinarlo in molte sfaccettature diverse, ognuna delle quali brilla di una luce propria, contribuendo ad illuminare un universo letterario da cui non si può prescindere per capire la cultura europea del ‘900.

Annunci

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

Un pensiero riguardo “La compiuta incompiutezza di una tragicommedia borghese

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...