Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura italiana, Libri, Novecento, Racconti, Recensioni

Oltre i romanzi: vecchiaia, malattia e morte nelle opere “minori”

novellesvevoRecensione di Novelle, di Italo Svevo

Orsa Maggiore Editrice, I classici dell’Orsa Maggiore, 1988

Questo volume dell’Orsa Maggiore Editrice, da lungo tempo introvabile se non forse in alcune librerie remainder, ha il pregio di raccogliere alcune delle più significative novelle di Italo Svevo, di quella parte della sua produzione letteraria che non si identifica con i tre romanzi, con il teatro e con i saggi.
Peraltro questo pregio è pagato a caro prezzo: come spesso capita nelle edizioni di questo tipo, destinate ad una diffusione parallela rispetto a quella garantita dai normali circuiti librari, il volume non ha presumibilmente avuto una preventiva correzione delle bozze, per cui è zeppo di termini errati, che a volte creano degli effetti comici: così a un certo punto la venditrice di tabacchi diviene la vendicatrice. Con uno sforzo di ottimismo si potrebbe quasi dire che la presenza di questi errori renda più attenta la lettura, perché è richiesto uno sforzo supplementare per capire dove sia l’errore e come lo si può correggere. Ovviamente il volume, dall’aspetto molto curato nella sua copertina rigida, non presenta null’altro che i testi e l’indice. Nei risguardi della sovracoperta si trovano invero una brevissima nota biografica e quindici righe di presentazione di una delle novelle più note di Svevo: L’assassinio di Via Belpoggio, della quale viene raccontata in breve la trama. Peccato che L’assassinio di Via Belpoggio non faccia parte della raccolta di novelle presentate in questo volume!
Preliminarmente alla recensione dei testi contenuti in questo volume, quindi, mi sento di suggerire, a chi volesse arricchire la sua biblioteca con i racconti di Svevo, di rivolgersi alle numerose edizioni che molte case editrici serie mettono a disposizione, evitando l’errore da me fatto tanti anni fa di acquistare libri come questo.
Il volume è composto sia di testi brevi, sia di novelle che possono essere considerate piccoli romanzi, sia infine di quell’insieme di materiale letterario, anche disomogeneo, che avrebbe dovuto far parte de Il vecchione o Le confessioni del vegliardo, il quarto romanzo di Svevo mai completato per la tragica morte dell’autore. Tutti questi racconti, tranne il frammento L’avvenire dei ricordi, ci presentano come protagonisti figure di anziani e di vecchi, perché questo è uno dei soggetti tipici di analisi della prosa di Svevo: attraverso la vecchiaia Svevo veicola infatti in molte sue opere le tematiche a lui più care, quella della malattia individuale come epifenomeno della malattia sociale, quella dell’inadeguatezza e dell’inettitudine, quella della memoria e della percezione del passato.
Il primo racconto presentato è Vino generoso. E’ un breve racconto che ci introduce subito nelle tipiche atmosfere sveviane, anche se a mio avviso in un tono minore. E’ narrato in prima persona da un protagonista anziano, sottoposto a una dieta che considera punitiva. Ad un pranzo di nozze si ribella all’imposizione del medico, ma soprattutto all’atteggiamento protettivo di parenti ed amici, che vorrebbero impedirgli per il suo bene di mangiare e bere ciò che vuole. Tratta male in particolare moglie e figlia per affermare la propria libertà di scelta. La notte gli effetti dell’eccesso si manifestano in un terribile sogno, durante il quale immagina di sacrificare la figlia per salvare la sua vita. Svegliatosi, si ripropone di farsi docile e di adattarsi alla dieta, per non provare più gli orrendi sensi di colpa del sogno. Anche se il racconto venne pubblicato nel 1927, a mio avviso è frutto di una scrittura molto antecedente, in quanto, se pure è presente il tema del rapporto tra sogno e realtà, e quindi si può ricondurre all’interesse dell’autore per la psicanalisi, non sfugge ad una vena di naturalismo, tipica delle prove letterarie del giovane Svevo.
Di ben altro spessore, anche nella consistenza in pagine, è la novella successiva, Una burla riuscita. Si tratta di un racconto spiccatamente autobiografico, a cominciare dal nome dato da Svevo al protagonista, Mario Samigli, uno degli pseudonimi usati dal giornalista Hector Schmitz. Nelle vicende di questo impiegato sessantenne, autore quarant’anni prima di un romanzo passato inosservato, (che veniamo a sapere si intitola Una giovinezza, titolo tipicamente sveviano) si ritrova tutta la delusione di Svevo per l’insuccesso dei suoi romanzi (il che fa pensare che sia stato steso prima dell’eco internazionale avuta da La coscienza di Zeno). Svevo costruisce attorno al personaggio di Samigli una serie di piccoli mondi interiori ed esteriori che fanno di questo racconto forse il più complesso dell’intera raccolta. Samigli vive con un fratello malato, più anziano di lui, con il quale ha un rapporto di amore-odio il cui sviluppo nel racconto è descritto in pagine che forse sono tra le più belle della nostra letteratura del primo ‘900, per la capacità che ha l’autore di svelarci i risvolti psicologici della relazione tra i due fratelli. I pochi altri personaggi di questo racconto sono tratteggiati con la maestria del grande autore, che è capace di farcene percepire i tratti caratteriali attraverso tratteggi netti del loro aspetto e piccoli particolari del loro comportamento. La crudele beffa subita da Samigli fornisce a Svevo anche il pretesto per togliersi molti sassolini dalle scarpe rispetto al ruolo della letteratura nella società, soprattutto al già preponderante risvolto commerciale dello scrivere, ed il lieto fine, sia pure un po’ posticcio, ha quasi il sentore di un gesto liberatorio da parte di uno Svevo letterato ancora ignorato da tutti.
Il testo che segue, La novella del Buon vecchio e della bella fanciulla, è uno dei racconti più famosi di Svevo. E’ anche uno di quelli nei quali il sarcasmo dell’autore nei confronti dell’ipocrisia borghese si esprime con maggiore nettezza: il buon vecchio protagonista non è altri infatti che un cinico affarista, che a più riprese dimostra la sua indifferenza nei confronti della guerra in corso, che anzi lo favorisce sia negli affari sia nei suoi inconfessati desideri. La sua ipocrisia lo spinge ad ammantare d’amore e filantropia quello che è a tutti gli effetti un rapporto a pagamento, reso possibile solo dalla sua ricchezza. Svevo, d’altro canto, non salva neppure la bella fanciulla, pronta a sua volta ad illudere il vecchio rispetto al suo amore. Anche qui, come in generale nella sua opera, Svevo è lontano dall’attribuire alle classi subalterne, cui la fanciulla (e sua madre, che pur apparendo solo di sfuggita nel racconto gioca un ruolo non secondario) appartengono, un ruolo liberatorio. Significativamente, il vecchio cercherà la redenzione attraverso la letteratura, ma questo lo porterà alla fine, sia pure ad una fine in qualche modo da purificato.
L’avvenire dei ricordi è un breve racconto, un frammento incompiuto, in cui fa prepotentemente il suo ingresso in scena il tema della memoria e della sua ricostruzione: Svevo fu infatti uno dei primi estimatori italiani dell’opera di Marcel Proust.
Di Corto viaggio sentimentale, il successivo racconto, ho parlato diffusamente qui.
Proditoriamente è anch’esso un breve racconto, amaramente sarcastico rispetto al prevalere, nei rapporti tra galantuomini borghesi, delle ragioni dell’interesse rispetto a quelle dell’amicizia.
Un altro bel racconto, sia pure di minore forza rispetto ad alcuni dei precedenti, è La morte, dove un tema così scabroso viene trattato scandagliandone coraggiosamente e crudamente le implicazioni psicologiche sia di chi sente avvicinarsi la fine, sia di chi lo circonda.
Il volume si chiude, come detto, con una serie di testi, alcuni frammentari ed incompiuti, che avrebbero dovuto far parte del romanzo che mai Svevo terminò. Il protagonista è Zeno Cosini che, giunto alla soglia dei 70 anni, decide raccontare l’ultima parte della sua vita, quella da vecchio. Egli ormai si è ritirato, in modo non indolore, dagli affari, e rievoca le vicende proprie e della sua famiglia, dall’ultima amante alla morte del genero, dai difficili rapporti con i figli all’amore per il nipotino.
Si tratta di capitoli come detto a volte frammentari ed anche incompiuti, ma che ci permettono di comprendere perché Svevo avesse deciso di scrivere una continuazione de La coscienza di Zeno: l’assunto principale che sta alla base di queste pagine è a mio avviso il cambiamento della percezione, della modalità di costruzione della memoria da parte di Zeno. All’uomo maturo de La coscienza si è sostituito il vegliardo, e questo cambia il rapporto che Zeno ha con il suo passato. Egli quindi in qualche modo va oltre Proust (anche se la sua prosa e la sua analisi non raggiungono forse le vette assolute dell’autore della Recherche) quando ci dice che i mondi che possiamo ricostruire a partire dalla nostra memoria sono molteplici a seconda di come li percepiamo nelle varie fasi della nostra vita. Zeno è divenuto più cinico, più distaccato, sa che la morte può ghermirlo ma cerca di tenerla lontana, e questo suo affanno condiziona il suo modo di trasmetterci la sua esperienza di vita. Sono pagine da leggere con attenzione, che si possono ritrovare, anche diversamente ordinate, in altre edizioni delle opere di Svevo, ed a mio avviso andrebbero lette in parallelo con La coscienza per apprezzarne ancora di più le analogie e le sottili differenze. E’ davvero un peccato che Svevo non sia riuscito a darci l’intera opera, ma anche qui, come in altre occasioni, l’incompiutezza sveviana può essere vista come un elemento di fascino della sua scrittura.
Concludendo, sia pure in un’edizione infelice la lettura di queste Novelle di Svevo ha rappresentato un’ulteriore possibilità di approfondire la conoscenza di questo grande autore, che proprio per il suo essere poco italiano ha permesso alla letteratura italiana di arricchirsi di pagine memorabili.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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