Pubblicato in: Gialli, Letteratura, Letteratura ungherese, Libri, Noir, Novecento, Recensioni

Il rifugio nei miti e nel genere come fuga da una atroce realtà

laleggendadipendragonRecensione de La leggenda di Pendragon, di Antal Szerb

Edizioni e/o, Tascabili, 1994

– Lei parla come uno che non ha ideali.
– E’ vero. Io sono un neofrivolo.
– In cosa si differenzia dall’antica frivolezza?
– Soprattutto per il fatto che davanti c’è il prefisso «
neo». Così è più eccitante.
Questo dialogo tra la bella e oca Cynthia e János Bátky, il protagonista del romanzo La leggenda di Pendragon dello scrittore ungherese Antal Szerb, riassume secondo me splendidamente lo spirito del libro.
Vediamo innanzitutto chi è stato Antal Szerb, scrittore poco tradotto in italiano e le cui opere sono al momento praticamente irreperibili. Vissuto dal 1901 al 1945, quando morì in un campo di concentramento nazista, Szerb è stato un intellettuale a tutto tondo: giovanissimo docente di letteratura all’Università di Szeged, scrisse una monumentale Storia della letteratura mondiale ed una Storia della letteratura ungherese che ancora oggi sono considerate opere di grande importanza: a 37 anni divenne presidente della società Ungherese di Studi letterari. A margine di questa sua attività accademica e di saggista si dedicò anche alla scrittura di romanzi e racconti: La leggenda di Pendragon è del 1934, mentre è di tre anni successivo Il viaggiatore e il chiaro di luna, che lessi qualche anno fa e che mi convinse molto di più di questa sua opera prima, per i motivi che cercherò più oltre di spiegare. Szerb durante gli anni ‘30 viaggiò molto in Europa, e nei suoi romanzi si ritrova il suo manifesto amore per la società occidentale e per paesi, quali l’Italia e la Gran Bretagna, che per lui rappresentavano dei modelli (culturale nel primo caso e sociale nel secondo) cui l’Ungheria avrebbe dovuto ispirarsi. Un altro dei suoi interessi intellettuali, che come vedremo costituisce uno degli assi portanti de La leggenda di Pendragon era costituito dai movimenti e dalle sette segrete che, tra il XVII e il XVIII secolo, costituirono in una certa maniera l’anticipazione dell’illuminismo, coltivando intenti filantropici e utopie palingenetiche accanto a studi occultisti e alchemici: in particolare si occupò delle prime sette massoniche, quale la misteriosa confraternita dei Rosacroce.
La biografia di Szerb ci dice che innanzitutto egli fu uno studioso delle letteratura , e si può forse affermare che i pochi romanzi e racconti che scrisse rappresentassero per lui solamente un modo per divulgare al di fuori delle cerchie specialistiche le sue vaste conoscenze letterarie.
Questo intento appare appieno, a mio modo di vedere, proprio in questo suo romanzo d’esordio. La leggenda di Pendragon è infatti a tutti gli effetti un noir, un romanzo di genere nel quale sono presenti tutti gli elementi classici di questo tipo di letteratura.
Il protagonista, nel quale non è difficile individuare tratti scopertamente autobiografici, è un giovane studioso ungherese di occultismo che vive a Londra: è goffo ed impacciato, ammira profondamente la società britannica – o meglio, la classe nobiliare inglese – per il suo sovrano disprezzo delle convenzioni borghesi: ad esempio dello spirito britannico egli cita il fatto che nel who’s who l’elemento più importante per caratterizzare un personaggio non è il suo lavoro, ma i suoi hobbies. E’ anche particolarmente ammirato dall’impero, da quella capacità tutta britannica di dominare il mondo rimanendo sempre perfettamente inglesi sotto qualsiasi latitudine. Ad un ricevimento conosce il bizzarro Earl of Gwynned, nobiluomo gallese della stirpe dei Pendragon, i cui antenati avevano avuto a che fare con i Rosacroce: anche l’Earl si interessa della setta e l’affinità intellettuale che prova per per il giovane János lo spinge, inusitatamente data la sua proverbiale riservatezza che confina con la misantropia, ad invitarlo nel proprio castello in Galles, per consultare i rarissimi libri che custodisce nella biblioteca.
Questo invito darà avvio ad una serie di intricate avventure che vedranno coinvolto János suo malgrado, tra storie di favolose eredità contese e tentativi di assassinio dell’Earl, donne bellissime e fatali che guidano favolose Hispano Suiza, giovani rampolli di famiglia effeminati oppure, nel caso di eredi femmine, irrimediabilmente oche, irlandesi tragicamente stupidi e persino una ragazza tedesca scopertamente nazista. Lungo tutto il racconto corre il filo sotterraneo dei Rosacroce, dei quali un Pendragon, si scoprirà, è stato il fondatore, e molti degli avvenimenti che si susseguono, compreso il finale, non possono essere spiegati se non conoscendo la loro storia e assumendo che molte delle loro presunte scoperte, compresa quella della possibilità della resurrezione del corpo, siano vere. L’obiettivo principale di Szerb, dello studioso Szerb, è scopertamente quello di farci conoscere questa storia, di introdurci in un’epoca ed in un’atmosfera culturale cui attribuisce una grande importanza per lo sviluppo del pensiero nei secoli successivi. Szerb quindi infarcisce il romanzo di richiami ai testi rosacrociani, di descrizioni del pensiero di alcuni dei principali protagonisti di quel movimento, occupandosi in particolare di Robert Fludd, fisico, astrologo ed occultista vissuto a cavallo tra XVI e XVII secolo, autore di numerosi trattati in difesa dei rosacrociani, che Szerb immagina abbia vissuto a lungo nel castello di Pendragon al servizio del Gran Maestro della setta. Alcune pagine del libro sono dedicate a riportare integralmente una parte delle memorie di Lenglet de Fresnoy, occultista del XVIII secolo di cui il protagonista recupera il manoscritto originale. Nel romanzo fanno la loro fugace apparizione anche altri irregolari dei secoli passati, quali Casanova e Gilles de Rais.
Per Szerb il racconto noir, costruito secondo i canoni più stereotipati, è quindi solo un pretesto, uno strumento per trasmetterci i primi elementi di conoscenza di una parte negletta della cultura europea. Questo meccanismo è, mi sembra di poter dire, tipico di Szerb, perché l’ho ritrovato, con un esito secondo me di maggior livello qualitativo, anche nell’altro romanzo dell’autore che ho letto, il citato Il viaggiatore e il chiaro di luna, nel quale l’oggetto occulto della narrazione era la grande cultura italiana. Il problema, a mio avviso, è che in questo caso lo strumento, il pretesto, prendono la mano a Szerb, e sovrastano per così dire il nocciolo duro del racconto. In altri termini, l’ambientazione noir del romanzo, come detto troppo convenzionale e stereotipata, finiscono secondo me per condizionare negativamente la percezione del lettore rispetto al contenuto di conoscenza che il libro fornisce, ed anche se non manca un sottofondo di ironia con cui Szerb condisce la storia, si deve dire che trovarsi di fronte a passaggi segreti che si aprono muovendo un meccanismo nel muro ed a misteriosi cavalieri neri che cavalcano a mezzanotte non aiuta a condividere l’indubbia complessità del testo. Vi è poi l’elemento snob di Szerb che emerge nella sua quasi acritica apologia dell’organizzazione della società britannica: in molte pagine sembra che il protagonista, quasi scusandosi di essere ungherese, attribuisca alle classi dominanti britanniche ogni virtù civile e morale, come detto basando questo giudizio essenzialmente sullo sprezzo delle convenzioni borghesi da queste dimostrato. Anche questo modo di tratteggiare i lord, a mio avviso e prescindendo da ogni valutazione di tipo politico che pure sarebbe necessaria, è di fatto uno stereotipo largamente abusato. D’altro canto, per una tragica ironia vista la sorte che lo attenderà, Szerb non sembra essersi ancora reso conto di cosa il nazismo rappresenti per l’Europa, (ricordiamo che il romanzo è stato scritto nel 1934) se è vero che la figura di Lene, ragazzona tedesca rappresentante in qualche modo il superominismo germanico, viene dipinta con estrema bonarietà. Insomma, il carattere di neofrivolo che il protagonista – alter ego dell’autore che non a caso narra in prima persona – si attribuisce non credo sia messo lì a caso: è forse la spia di come Szerb fosse cosciente di una certa voluta vacuità del suo romanzo e soprattutto della sua veste esteriore: come detto il problema è che spesso si fa fatica ad attribuire tale vacuità alla precisa volontà dell’autore.
Resta da capire come mai nel 1934 Szerb attribuisca tanta importanza all’alchimia, all’occultismo e a quella corrente di pensiero che attraversa, osteggiata e repressa, una buona parte della cultura europea nei primi secoli della modernità. Certo vi sono delle motivazioni soggettive, date dagli interessi personali dell’autore, ma a mio modo di vedere non sono affatto estranee a questa riproposizione alcuni elementi legati strettamente al contesto in cui Szerb scrive. L’Ungheria dopo la prima guerra mondiale era un paese disorientato, che aveva perso buona parte del suo territorio storico, nella quale i sentimenti revanscisti stavano portando la politica di Horthy verso posizioni apertamente fasciste. La risposta di Szerb a questo stato di cose, come emerge da questo romanzo, si potrebbe definire consolatoria: da un lato aggrapparsi al mito di una società nella quale i rapporti di classe sono ben definiti, stabilizzati ed accettati da tutti pur nella loro conflittualità (“le classi devono odiarsi”, dice ad un certo punto János ad una Cynthia che manifesta compassione per i poveri), dall’altro rimandare ad un sapere olistico, prescientifico e prespecialistico, che mirava a stabilire l’armonia tra gli uomini e tra questi e la natura, e che è stato spazzato via dalla pretesa di porre la tecnologia al centro del progresso, generando il caos attuale. Non è questa una posizione nuova nella storia della letteratura: analogo assunto si rinviene ad esempio, anche se significativamente circa un secolo prima, nelle Fiabe Variopinte di un grande romantico russo come Vladimir Odoevskij.
La leggenda di Pendragon è quindi sicuramente un romanzo figlio direttamente dell’epoca in cui fu scritto, ma alla crisi di quell’epoca contrappone drammaticamente dei miti, delle illusioni che lo stesso Szerb sembra considerare tali, visto che – nel finto happy end – i Rosacroce e la cultura che essi rappresentano vengono fatti definitivamente morire. Il neofrivolo Szerb di lì a pochi anni diverrà una delle vittime del vero assassinio culturale e politico che in Europa si stava perpetrando.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

3 pensieri riguardo “Il rifugio nei miti e nel genere come fuga da una atroce realtà

  1. Tanti emementi in gioco, forse troppi mi pare di capire. Al di là del noir, forse, chissà, adottato per ragioni editoriali, il tema di fondo è intrigante ( e per me che so molto poco dei Rosacroce potrebbe essere un’occasione per definire meglio la fisionomia della confraternita ) . Splendida recensione. Complimenti!

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  2. Tanti emementi in gioco, forse troppi, mi pare di capire.. Al di là del noir, forse, chissà, adottato per ragioni editoriali, il tema di fondo è intrigante ( e per me che so molto poco dei Rosacroce potrebbe essere un’occasione per definire meglio la fisionomia della confraternita ) . Splendida recensione. Complimenti!

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    1. Ciao Brunilde.
      Se riesci a trovare qualcosa di questo autore ti consiglio di leggerlo, anche se come detto questo romanzo d’esordio mi ha un po’ deluso. Senza dubbio più intrigante (a mio avviso) è “Il viaggiatore e il chiaro di luna”, sempre edito da e/o ma oggi esaurito.

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