Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura italiana, Libri, Novecento, Recensioni

Quanto dista Siena da Praga?

ilpodereRecensione de Il podere, di Federigo Tozzi

Rizzoli, I classici della BUR, 1990

Recentemente, recensendo il romanzo che viene considerato il capolavoro di Federigo Tozzi, Con gli occhi chiusi, avevo asserito, sia sulla base di riscontri critici che su quella della lettura diretta de Il podere, successivo romanzo dell’autore in termini di redazione (anche se pubblicato – postumo – dopo Tre croci), che si poteva parlare di un progressivo riavvicinamento di Tozzi ad una narrativa di tipo verista, dando a questa asserzione quasi il senso di una involuzione rispetto alla splendida anomalia rappresentata da Con gli occhi chiusi nel contesto culturale dell’Italia di inizio novecento.
Ora, dopo la recente rilettura de Il podere, mi sento di riproporre quel giudizio solo in parte.
Certo, è indubbio che Il podere sia un romanzo che può trarre in inganno più facilmente il lettore, che è quasi naturalmente portato a vedere – ad una lettura superficiale – nel protagonista Remigio Selmi uno stretto parente dei vinti di verghiana memoria; è anche indubbio che l’ambientazione nel mondo periferico della campagna che circonda la città di Siena, la notevole dose di realismo con cui Tozzi in questo romanzo ci fa vivere quella campagna ed il lavoro che vi ferve, descrivendoci con minuzia condizioni atmosferiche, rumori di falci, sudore di contadini piegati nella mietitura mentre gli animali che vivevano tra il grano fuggono disperati, animali da cortile, erbacce che invadono i campi, colori e consistenza della terra e molto altro ancora, tinge questo romanzo di sfumature che comunque molto devono alla precedente stagione culturale, ancora sostanzialmente immersa nell’800, dei Verga e dei Capuana. Basta però grattare appena sotto la superficie per scoprire anche in questo romanzo un nucleo di aperto decadentismo che lo avvicina sostanzialmente a Con gli occhi chiusi e quindi, per il suo tramite, alle tematiche tipiche della letteratura europea del primo novecento.
L’elemento che più avvicina Il podere al precedente romanzo non sta tanto, a mio avviso, nella ambientazione simile: in entrambe le opere la quinta dell’azione è ristretta alla città di Siena e ad uno dei poderi che la circondano, ma questa affinità territoriale svolge nei due romanzi un ruolo sostanzialmente diverso, ed assume infatti accenti diversi anche dal punto di vista narrativo, divenendo come detto ne Il podere, molto più marcatamente che in Con gli occhi chiusi, un contraltare di stampo realista al nucleo decadente e modernista del romanzo.
Al di là del fattor comune rappresentato dal linguaggio tozziano, così spiazzante in quanto miscela di termini antiquati e toscanizzanti associati ad una modernissima struttura della frase, spezzata dal frequente uso del punto e virgola, il vero elemento di forte affinità dei due romanzi è che in entrambe le storie il protagonista è un figlio che non è in grado di seguire le orme paterne sulla strada del consolidamento del benessere economico e sociale conseguito: Remigio Selmi, che conosciamo a vent’anni, potrebbe infatti essere Pietro Rosi, il ragazzo che abbiamo abbandonato qualche anno prima, nell’ultima pagina di Con gli occhi chiusi al tempo della fine del suo tormentato rapporto con Ghisola.
Ora egli, dopo essere andato a Campiglia a lavorare nelle ferrovie per sottrarsi all’autoritarismo del padre che si è risposato e ha una relazione con Giulia, una giovane donna, torna a casa alla notizia dell’imminente morte del genitore. Questi non riesce, per l’aggravarsi delle sue condizioni, a lasciare per testamento la gran parte delle sue sostanze all’amante, per cui Remigio si ritrova, quasi suo malgrado, padrone del podere della Casuccia, con i suoi contadini e la sua struggente bellezza. Scaccia di casa Giulia, che è stata la causa della sua rottura definitiva con il padre, ed inizia a gestire il podere. Non avendo alcuna esperienza pratica ed a causa della sua irresolutezza cade subito in un profondo disagio, subendo l’atteggiamento ostile della matrigna e degli assalariati, che non ne riconosco l’autorità. La situazione si complica quando Giulia, che si riteneva in diritto di avere parte dell’autorità, fa causa – sobillata da un avvocato – a Remigio per ottenere la restituzione di un inesistente prestito fatto al padre. Remigio si affida ad un ambiguo avvocato suo compagno di scuola e perderà la causa. Intanto i piccoli debiti che il padre aveva lasciato si accrescono, anche a causa di sfortunati avvenimenti aziendali, e la tensione si fa particolarmente aspra con Berto, un violento contadino della Casuccia che approfitta della debolezza e dell’incompetenza di Remigio per accentuare atteggiamenti di confuso ribellismo sociale e di prevaricazione. Si giunge così al tragico e – altra analogia rispetto a Con gli occhi chiusi – fulmineo finale.
Si tratta di una storia più ampia e complessa di quella del precedente romanzo, che era centrato quasi esclusivamente sui tre personaggi di Pietro, di Ghisola e del padre. Qui molti più personaggi svolgono nella narrazione un ruolo non marginale, conferendo una sorta di coralità ai rapporti che Remigio intrattiene con il mondo esterno che era del tutto assente nella prima opera. La stessa città di Siena svolge qui un ruolo molto più centrale, soprattutto per quanto concerne le attività legate alla sistemazione delle questioni ereditarie e alle vicende giudiziarie che Remigio è costretto ad affrontare. Si può dire che Remigio si confronti durante tutto il romanzo con due ordini di regole sociali ben distinte: quelle di Siena, della società borghese, cittadina, fatte di leggi, procedure e formalismi che il protagonista non riesce a capire, ma anche di ipocrisie e sotterfugi determinati dall’interesse economico (esemplari a questo proposito le figure dei vari avvocati e del notaio) e quelle della Casuccia, della società contadina, che sono sicuramente più ancestrali, a cui Remigio prova a sentirsi più vicino, ma delle quali ugualmente non riuscirà a fare parte e che decreteranno la sua fine. Significativamente la geografia del romanzo ci propone anche alcuni momenti nei quali i tentativi di alcuni personaggi di utilizzare le regole cittadine per costringere Remigio a vendere la Casuccia sono ambientati in quella sorta di terra di nessuno che sono gli spazi fuori porta, situati proprio tra la città e il podere. Esemplare è pure il fatto che Giulia, per porre in atto la sua vorace vendetta, debba prima andare a vivere in città.
Remigio, dicevo, si sente più attratto dall’ancestralità delle regole della campagna: prova ad avere un rapporto con gli assalariati, molte volte i capitoli del libro ci dicono che si sente bene, giovane, che ritiene che dopo i primi momenti di disagio e difficoltà riuscirà a gestire la Casuccia in modo efficiente e redditizio. Si tratta però di illusioni momentanee, che sopraggiungono in momenti in cui Remigio dimentica chi è, e che sono destinate ad essere subito travolte dalla inadeguatezza del comportamento del protagonista. Nel tragico finale, proprio le regole ancestrali che dominano la società contadina, non comprese da Remigio, marcheranno la modalità della sua fine. Emerge dalla vicenda che Remigio non è un vinto verghianamente inteso, perché per essere vinti bisogna almeno avere provato a giocare, bisogna conoscere le regole del gioco. Remigio è invece un personaggio tipicamente novecentesco perché non ha mai giocato, non riesce neppure a capire il gioco e le sue regole. In questo senso, al pari di Pietro Rosi, di cui come detto a mio avviso costituisce la continuazione scenica, è parente stretto – anche se un parente con un destino molto più drammatico – di Zeno Cosini o di altri grandi inetti del novecento letterario.
Questa inettitudine poggia però, in questo romanzo ancora una volta in modo più realista che in Con gli occhi chiusi, sul ruolo che il denaro gioca nella definizione dei (dis)valori sociali: se questo è trasparente per quanto riguarda il versante cittadino della storia, trova un suo preciso riscontro anche nei rapporti che si intrecciano alla Casuccia, dove il mancato riconoscimento da parte dei sottoposti dell’autorità di Remigio, che pure è molto più remissivo e meno dispotico del padre, deriva in primis dalla sua incapacità di far rendere l’azienda.
Vorrei ora avventurarmi, un po’ per gioco, in un accostamento che può apparire per certi versi blasfemo, vale a dire quello tra questo romanzo ed uno dei capolavori assoluti del primo novecento, scritto pochi anni dopo in un contesto culturale completamente diverso. A mio avviso Il podere presenta infatti una serie di inquietanti similitudini con Il processo di Franz Kafka.
Se ci si pensa bene, le vicende sono analoghe: il protagonista in un caso è accusato da un potere incomprensibile di una colpa oscura, dall’altro è costretto dalle regole sociali ad assumersi una responsabilità che non voleva e che non sa gestire. Entrambi lottano per far valere le proprie ragioni, ed entrambi si dimostreranno drammaticamente incapaci di capire le regole del gioco (ammesso che ve ne siano). Anche Remigio, tra l’altro, subisce un processo, nel quale non riuscirà a difendersi. Infine entrambi subiscono un’esecuzione, formalmente tale nel caso di Josef K., ma non meno sostanziale in quello di Remigio Selmi, tanto che forse, se avesse avuto il tempo di accorgersi di quanto stava avvenendo, anche lui avrebbe potuto esclamare ”Come un cane.” I due personaggi, per il tramite dell’analogia della loro storia, rappresentano una simile incapacità di capire, di adattarsi ad un mondo che richiede comportamenti coerenti. Questa loro incapacità, e l’ineluttabile fine che essa comporterà, sono monumentali atti d’accusa verso una società che preparava in un caso, ed aveva appena partorito nell’altro, l’orrore necessario della Grande Guerra, una società i cui tratti essenziali erano ben riconoscibili sia che ci si trovasse all’estrema periferia d’Europa, nella placida provincia senese, sia che si vivesse nel cuore della multietnica mitteleuropa. La globalizzazione non è infatti fenomeno di questi ultimi decenni: essa è connaturata allo sviluppo del capitalismo, che è da sempre efficientissimo nel diffondere capillarmente angoscia e disagio in chi si azzarda a pensare in quale mondo vive (e muore).

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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