Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Racconti, Recensioni, Umorismo

Un autore statunitense, non “americano”

labanconotadaunmilionedidollariRecensione de La banconota da un milione di sterline e altri racconti, di Mark Twain

Newton, Tascabili economici, 1993

Oggi la fama di Mark Twain, almeno nel nostro paese, è generalmente associata a quella dei suoi due più famosi romanzi: Le avventure di Tom Sawyer e Le avventure di Huckleberry Finn, e per questo l’autore è dai più considerato uno scrittore umoristico per ragazzi.
La personalità letteraria di Twain è invece estremamente complessa, e la sua parabola artistica ed umana ne fanno il più americano degli scrittori d’America, come dicono giustamente Gianni Pilo e Sebastiano Fusco nella breve prefazione posta all’inizio di questa piccola raccolta di suoi racconti. Non condivido invece quello che hanno asserito Hemingway e Faulkner (Twain come ”Il primo vero scrittore americano”: e Melville, Hawthorne, Poe? Quanto americani erano? E’ aperto il dibattito…)
Incidentalmente faccio qui notare una cosa: è invalsa, e quanto riportato sopra ne è uno dei tanti esempi, l’abitudine di chiamare America gli Stati Uniti. Ora, l’America è secondo me un continente, composto da due parti ben distinte da un punto di vista sia storico sia culturale e, anche quando ci si riferisce alla sola America del Nord, è occupata per molto più di metà della sua superficie da un altro stato: il Canada. Chiamare America gli Stati Uniti denota una sudditanza culturale alla narrazione che da più di un secolo gli Stati Uniti fanno di loro stessi, come nazione universale, destinata ad una naturale leadership prima proprio sulla totalità dell’America (vedasi la dottrina Monroe) poi sul mondo intero. Significa in altri termini avallare – sia pure forse inconsciamente – l’imperialismo statunitense di cui, tra l’altro, Mark Twain è stato un acuto oppositore. Diciamo quindi più correttamente (le parole sono importanti…) che Twain è stato il più statunitense degli scrittori degli Stati Uniti d’America, di un periodo cruciale della storia di questo paese, che ne vedeva la mutazione genetica a seguito dello sviluppo volutamente incontrollato degli spiriti animali del capitalismo, e che ha posto le basi di ciò che ancora oggi gli Stati Uniti rappresentano nell’assetto mondiale e nell’immaginario collettivo.
La vita di Mark Twain è stata infatti l’incarnazione delle pulsioni arcaiche, delle opportunità, delle contraddizioni che quel paese incarna e che tanto ci affascinano. Nato nel midwest, figlio di un avvocato squattrinato, si ritrova presto orfano facendo i classici mille mestieri, dal tipografo al pilota di battelli lungo il Mississipi (da quella esperienza mutua, tra l’altro, il suo pseudonimo), dal cercatore d’oro al minatore al giornalista di fogli di provincia: nonostante la sua avversione per il sistema schiavistico, è per breve tempo volontario nell’esercito confederato. A trent’anni pubblica una raccolta di racconti che gli dà la notorietà: riesce ad accumulare una fortuna grazie alla sua abilità nello sfruttare i rapporti con gli editori e con la nascente industria culturale di massa, fortuna che sperpera in azzardate avventure finanziarie per poi ricostruirla in termini ancora maggiori. E’ ateo, insofferente delle convenzioni della società e – come detto – ostile al nascente imperialismo statunitense nonché fortemente critico rispetto alle diseguaglianze ed alle ingiustizie connaturate al sistema capitalistico, ma è amico di grandi magnati con il concorso dei quali finanzia attività filantropiche. Diviene il più famoso scrittore in patria, tiene acclamate conferenze in giro per il mondo – tra le quali alcune a Parigi dedicate all’onanismo – e riceve lauree Honoris causa, ma molte sue opere (in particolare quelle più scorrette e le più impegnate civilmente) non vengono pubblicate. Azzardando un confronto con altri grandi scrittori, si può forse dire che Twain rappresenta per la letteratura statunitense – anche per quanto riguarda il suo essere scrittore di massa – ciò che il suo quasi contemporaneo Charles Dickens rappresenta per quella britannica. Anche in Twain, infatti, la cifra letteraria scelta per raccontare i meandri oscuri della società in cui viveva è quella del sorriso, della sottile e garbata ironia, a volte del paradosso.
In questo volume ci vengono proposti sette brevi racconti tratti dalla sterminata produzione dell’autore, scritti in un periodo che abbraccia oltre un ventennio, tra il 1870 e il 1893. Non vengono fornite spiegazioni sulle motivazioni della scelta dei racconti, che tra l’altro non sono presentati secondo un ordine cronologico e neppure (a mio avviso) di rilevanza intrinseca, ma si può dire che il quadro che ne esce è molto omogeneo, nel senso che se ne ritrae l’impressione di un autore che sa mantenere nel tempo una vivacità ed una freschezza di scrittura estremamente importanti quando si fa dell’ironia lo strumento principale della comunicazione. Gli scritti scelti sono comunque molto leggeri e oserei dire mainstream (con un paio di eccezioni) e certo non esauriscono la citata poliedricità dello scrittore.
Il volume si apre con il racconto che gli dà il titolo. E’ anche il racconto più tardo della raccolta (fu pubblicato da Twain, cinquantottenne, nel 1893) e riassume – anche se in maniera a mio avviso estremamente debole – alcune delle tematiche tipiche dell’opera di Twain: la critica ad un mondo in cui il denaro è l’unico valore riconosciuto ed una bonaria satira dei formalismi della società europea, in questo caso in particolare di quella inglese.
Il narratore è un giovane e promettente agente della borsa di San Francisco che un giorno, mentre è trascinato drammaticamente al largo nella sua barchetta a vela, viene raccolto da un brigantino diretto a Londra. Si trova così nella capitale inglese senza un soldo, affamato e con i vestiti laceri. Due gentiluomini gli consegnano, a seguito di una scommessa, una mostruosa banconota da un milione di sterline, con l’impegno a restituirla dopo trenta giorni. Inizia così una serie di avventure che vedono il giovane divenire in breve un personaggio alla moda, un eccentrico milionario che gira con una banconota incambiabile ma che riceve per ciò stesso credito da tutti e accesso nella migliore società. Ci sarà ovviamente un lieto finale, con tanto di matrimonio. Nonostante dia il titolo alla raccolta è come detto a mio avviso uno dei racconti più deboli, per l’approccio eccessivamente paternalistico che Twain riversa nella vicenda, che assume il tono di una fiaba dei nostri giorni in cui tutti vivono felici e contenti.
Il racconto che segue, Cannibalismo in ferrovia (1875) è di ben altra forza eversiva ed espressiva, che deriva in gran parte dal voluto scollamento tra il contenuto della vicenda (un gruppo di uomini, isolato in treno nelle grandi praterie a seguito di una formidabile tempesta di neve, sacrifica alcuni componenti che vengono mangiati dagli altri) e la forma che essa assume, con le vittime che vengono prescelte sulla base di regolari proposte, emendamenti, votazioni come potrebbe avvenire in un qualsiasi dibattito parlamentare. Anche se Twain nel finale addomestica artificiosamente la vicenda, essa rimane scolpita nella memoria del lettore perché l’irresistibile, macabro umorismo che ne scaturisce ci ricorda che le istituzioni sono solite trattare questioni che letteralmente decidono del nostro destino e della nostra vita nella massima indifferenza, attente soltanto al rispetto del formalismo del processo decisionale.
Anche La grande rivoluzione di Pitcairn si addentra nel terreno della critica alle istituzioni statali ed alle loro degenerazioni burocratiche e formalistiche. Nella piccola, arcaica, armoniosa ed autosufficiente comunità della remota isola di Pitcairn, nel Pacifico, colonizzata qualche decennio prima dagli ammutinati del Bounty, giunge un americano, che per conquistare il potere semina la discordia tra gli isolani, aizzandoli contro l’odiosa tirannia britannica. Grazie ad un colpo di stato si autonomina Imperatore dell’isola e vi introduce nuovi riti religiosi, gerarchie nobiliari, ministeri, esercito e tasse. Ben presto però gli abitanti si ribellano, un socialista organizza un innocuo attentato e scoppia la rivoluzione, che riporta l’isola all’ordine precedente. L’effetto comico del testo è in gran parte basato sul fatto che la popolazione è di poche decine di persone, per cui ciascuna riveste ovviamente diversi ruoli nella nuova organizzazione statale, da quella di duca a quella di rematore nell’unica barca. La trasparente critica all’organizzazione sociale, rispetto alla quale è significativo a mio avviso che il deus ex machina della vicenda sia un americano, è condotta utilizzando uno scenario che curiosamente ricorda quello utilizzato in un testo di ben altro spessore: Il sogno di un uomo ridicolo di Fëdor Dostoevskij: al pianeta dell’autore russo si sostituisce una remota isola del Pacifico, ma in entrambi i casi queste società felicemente inconsce vengono corrotte dall’arrivo della civiltà occidentale. Da notare, che Pitcairn fu veramente l’approdo degli ammutinati del Bounty: tuttavia le cose per loro andarono in maniera decisamente più tragica di quanto narrato da Twain.
Una curiosa escursione di piacere è una presa in giro delle crociere, dei viaggi organizzati e della relativa macchina pubblicitaria, in cui Twain immagina la promozione di un viaggio in cometa (egli fu ossessionato dal fatto di essere nato durante il passaggio di Halley nel 1835 e, per una strana coincidenza, morirà nel 1910 durante il successivo).
I due racconti successivi ( La Signora McWilliams e il fulmine e Un sogno curioso) sono piccoli schizzi che mettono alla berlina rispettivamente la credulità di una famiglia rurale sul comportamento da tenere quando c’è un temporale, attraverso notizie dedotte da un libro scritto in un tedesco che non comprendono, e il dissiparsi della memoria individuale e collettiva nelle comunità cittadine statunitensi, che stanno espandendosi inglobando tra l’altro gli antichi cimiteri un tempo ai loro margini.
L’ultimo racconto, Alcune favole erudite per i buoni vecchi bambini e per le buone vecchie bambine è anche uno dei più importanti, per la sua carica satirica nei confronti della prosopopea della scienza e degli scienziati, condotta da un Twain peraltro ammiratore di Edison e di Tesla (ecco un’altra delle tante contraddizioni tipicamente statunitensi dell’autore). La spedizione dei piccoli animali che esplorano il mondo esterno alla loro foresta e scoprono i manufatti umani, attribuendo loro significati e funzioni ovviamente paradossali, è un piccolo capolavoro di grazia corrosiva, attualissimo. Già il titolo, con la destinazione ai vecchi bambini, ne sottolinea la struttura di apologo istruttivo.
Anche se Mark Twain non rappresenta a mio avviso uno dei fari della letteratura di tutti i tempi, questo autore ci permette, con la sua ironia e con le sue capacità satiriche anche se a volte troppo bonarie, di comprendere meglio i vizi e le virtù della società statunitense del XIX secolo, vizi e virtù che tanto peso avrebbero avuto ed ancora hanno anche nella nostra vecchia Europa.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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