Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura italiana, Libri, Recensioni

Prima del verismo

romanzigiovanilivergaRecensione di Romanzi giovanili, di Giovanni Verga

Frassinelli, I Classici classici, 1996

E’ un volume prezioso questo, edito da Frassinelli ormai vent’anni fa, perché riunisce i romanzi del Verga preverista: oggi infatti i cinque romanzi proposti da questo libro devono essere acquistati singolarmente, oppure letti nell’impersonale forma di un e-book che riunisce l’intera produzione dell’autore siciliano.
E’ un volume prezioso perché ci permette di esplorare l’universo poetico di Verga negli anni, prima fiorentini e poi milanesi, nei quali sviluppò ed affinò – attraverso le contaminazioni che gli derivavano dalla lettura dei grandi romanzieri dell’800 europeo, soprattutto dei romantici e dei naturalisti francesi, ed i contatti che ebbe con la scapigliatura milanese, i tratti essenziali della sua narrativa, che sarebbe poi sfociata nei grandi romanzi veristi.
Per la verità il volume tralascia – credo giustamente – le primissime opere di Verga, i tre romanzi a sfondo patriottico scritti dall’autore tra i 16 ed i 23 anni, che non hanno lasciato gran traccia nella nostra storia della letteratura.
I cinque romanzi qui raccolti sono, nell’ordine: Una peccatrice (1866), Storia di una capinera (1871), Eva (1873), Tigre reale ed Eros (entrambi editi nel 1875). Completano il volume, a testimonianza della sua funzione anche filologica, le pagine iniziali di una prima versione di Tigre reale e una breve novella, La lupa, del 1880, che appartiene già pienamente ad atmosfere veriste (I Malavoglia è dell’anno successivo).
Il primo romanzo, Una peccatrice, è anche l’unico che Verga anni dopo ripudiò. Il perché, oltre che nelle motivazioni di carattere psicologico-esistenziale avanzate da Giacomo Debenedetti e ricordate nella esaustiva postfazione di Giuseppe Leonelli, può a mio avviso ricercarsi semplicemente nel fatto che sicuramente Una peccatrice è il romanzo di uno scrittore immaturo, affascinato dai grandi capolavori della letteratura d’oltralpe (Balzac, Stendhal, ma anche Dumas e Sue) ma che non riesce ancora a trasporre quei moduli narrativi nell’ambito di una sua propria cifra narrativa. Del resto questa era un’operazione probabilmente disperata, stanti le profonde differenze sociali, politiche e culturali che correvano tra l’Italia appena unificata e la Francia postrivoluzionaria e postnapoleonica, tra Parigi e Catania, tra Parigi e Firenze. E così Una peccatrice è la riproposizione, spiccatamente melodrammatica, di tutti i cliché della letteratura tardoromantica e d’appendice, a partire da quello della femme fatale e dell’artista povero e negletto, sino a quello della buona madre che attende paziente la redenzione del figlio.
Narcisa, la protagonista femminile della storia, è donna che assomma in massimo grado tutte le virtù sociali e dell’eterno femminino: nobiltà, bellezza, classe, leggiadrìa, passionalità e spirito di sacrificio, nonché ovviamente ricchezza, in un mix francamente stereotipato, soprattutto per il lettore odierno. La figura del suo amante, il giovane Pietro Brusio, è invece senza dubbio più interessante. Innanzitutto egli è l’artista da giovane (ed in questo assomma alcuni tratti del giovane Verga, venticinquenne all’epoca della stesura del romanzo), che trova l’ispirazione nella passione e nell’amore per una donna irraggiungibile. Il successo, che gli deriva dalla capacità di sublimare in un’opera d’arte il suo amore per Narcisa, da un lato gli permetterà di conquistarla, ma dall’altro lo renderà inabile a scrivere altre opere notevoli, tanto che alla fine del romanzo si ridurrà a scrivere per gli onomastici dei suoi parenti. Il suo amore per Narcisa termina di fatto nel momento in cui viene corrisposto, certamente perché le grandi passioni si alimentano del gusto del proibito, ma anche perché quell’amore ha già svolto il suo compito, quello di generare l’opera d’arte. Questi elementi di interesse del romanzo, sia pure importanti, non sono sufficienti a diradare la nebbia di scontatezza che lo avvolge, soprattutto perché, in una vicenda in cui il contesto (sociale, ma anche ambientale) è semplicemente una quinta neutra rispetto ad una vicenda esclusivamente umana, la caratterizzazione dei personaggi appare, come detto, del tutto convenzionale. Emerge però già una buona coscienza di narratore da parte del giovane Verga, ad esempio nel fatto che il romanzo si apre con la scena finale del dramma.
Con Storia di una capinera si entra in un mondo diverso e, come nota Giuseppe Lunnelli, eccentrico rispetto all’intera produzione verghiana. E’ il romanzo epistolare di una giovane, Maria, che passa – a causa del colera che imperversa a Catania – un periodo fuori dal convento in cui è richiusa, dall’età di sette anni, a causa delle rigide regole sociali: in pratica per non doverle dare una dote. Nella casa di campagna della famiglia in cui si trova, scrive all’amica del cuore Marianna, anch’essa fuori dal convento. Narra così ingenuamente le gioie della libertà, e soprattutto l’amicizia (che si tramuta presto in amore reciproco) con il giovane Nino Valentini, amico della famiglia. Presto però Maria deve ritornare in convento, e il suo dolore si tramuta in disperazione quando apprende che Nino sposerà la sorellastra. Maria prende i voti in una cerimonia che descrive come un funerale, mentre il suo sentimento di rifiuto della clausura e la certezza di essere la vittima sacrificale di un crudele gioco ordito dalla famiglia crescono, sino a pervadere ogni suo gesto, anche perché accompagnati dal senso di colpa per il peccato che commette amando ancora Nino. Subisce le angherie del convento dove è considerata pazza, e le sue lettere divengono sempre più sconnesse e deliranti.
Anche in questo romanzo non mancano i toni melodrammatici, ma non accadrà più di vedere in Verga accoppiati un nodo di narrare così soggettivo (le lettere scritte dalla protagonista) e una così drastica denuncia del potere familiare, che anzi verrà visto come legame fondante la comunità nell’ambito del notissimo ideale dell’ostrica. Perché un romanzo così eccentrico? Io azzardo l’ipotesi di una denuncia in primo luogo – da parte del laico Verga – dell’influenza della chiesa, in quanto oscuro centro di potere e retaggio di pratiche medievali, sulla società. Non dimentichiamoci che il romanzo è del 1871, l’anno successivo alla presa di Roma, e che il pubblico cui Verga si rivolge è la borghesia, largamente anticlericale. Il romanzo ebbe un vasto successo editoriale, a testimonianza dell’estrazione culturale del suo pubblico.
Con Eva si torna, solo apparentemente, ad una vicenda più convenzionale, molto simile a quella narrata in Una peccatrice. Verga è però a Milano da oltre un anno, frequenta la scapigliatura, e questo clima culturale più vivace influisce potentemente sulle sue capacità di narratore. Eva ha una struttura complessa, nella quale ad un primo narratore neutro si sostituisce, nel cuore del romanzo, il protagonista, e infine al primo narratore è lasciato l’epilogo. I personaggi sono ben caratterizzati, a partire da quello di Eva, donna del demi-monde teatrale pienamente cosciente del ruolo che gioca e della natura dei rapporti tra lei e l’amante, anche se a volte risentono troppo palesemente di modelli transalpini (il Dumas de La signora delle camelie, soprattutto); il contesto in cui svolge la storia cessa di essere una quinta, per divenire elemento portante degli avvenimenti, a partire dal ballo mascherato dell’inizio, che assume valenze quasi espressioniste. Il Verga scapigliato del resto si dichiara sin dalla prefazione, quando dice, sprezzante verso i valori del tempo: ”Non accusate l’arte, che ha il solo torto di aver più cuore di voi […] Non predicate la moralità […] voi che vi meravigliate come altri possa lasciare il cuore là dove voi non lasciate che la borsa.” Anche in questo romanzo il protagonista è infatti un artista, ed anche lui, come Pietro Brusio, finirà per rinnegare la sua arte dopo aver sprecato l’amore, subendo una fine tragica.
Se Eva è una donna del demi-monde, con Nata, contessa russa protagonista di Tigre reale torniamo alla vera e propria femme fatale, inaccessibile e marchiata sin dall’inizio dal sigillo della morte. Se nella bella figura di questa nobildonna tisica, confrontandola con la Narcisa di Una peccatrice possiamo constatare la strada fatta da Verga – ormai scrittore maturo – nel caratterizzare i propri personaggi, credo che rispetto al contenuto complessivo del romanzo il dato più eclatante derivi dal confronto con Eva. Lì, infatti, l’epilogo della storia è tragico: il protagonista, ripudiato definitivamente da Eva tornata nel suo mondo, si lascia morire, confidando comunque all’amico che ne è valsa la pena, perché nonostante tutto ha vissuto. In Tigre reale l’epilogo è drammatico, ma non tragico, anzi: è Nata che muore, mentre Giorgio La Ferlita (che tra l’altro non è artista ma diplomatico), che era rimasto soggiogato per tutto il romanzo dal sottile macabro fascino che Nata emanava, se ne libera tornando all’ovile familiare, nel ruolo di sposo e padre felice. Ecco l’ideale dell’ostrica espresso compiutamente per la prima volta in un romanzo verghiano. Forse non a caso, la prima versione del romanzo si concludeva invece con il protagonista che si perdeva dietro il treno che riportava in Russia la salma di Nata: evidentemente in un breve periodo Verga maturò posizioni molto meno scapigliate delle precedenti, che si attagliano meglio al conservatorismo politico che lo caratterizzerà.
L’ultimo romanzo, Eros è forse il più complesso, ma a mio avviso uno dei meno riusciti, per l’artificiosità di alcune sue parti, che lo spingono ad essere quasi un romanzo a tesi. Il protagonista, il marchese Alberto Alberti, ha da subito la possibilità di riconoscere il vero amore in quello della cugina Adele, ma ne viene distratto da una serie di altre passioni per donne maliarde e mondane. Tornerà dalla cugina e la sposerà, ma la sua natura incostante lo farà vacillare ancora una volta: solo alla morte (di dolore) della moglie si renderà conto di quanto sia stata inutile la sua vita e si suiciderà.
Giuseppe Leonelli vede in Alberto Alberti un anticipatore dell’inetto novecentesco, ma io credo che questo accostamento sia quantomeno azzardato: Alberto ha semplicemente provato ad uscire dal guscio dell’ostrica, senza rendersi conto che fuori vi era il nulla. Proprio un passo che Leonelli cita per avallare l’essere novecentesco di Alberti è a mio avviso rivelatore: ”Aveva in lui tutte le disgrazie: l’immaginazione calda, l’indole fiacca, il cuore sensibilissimo, ma non temprato da affetti domestici ed una certa agiatezza …”. La sua inettitudine, in altri termini, derivava secondo l’autore dall’assenza di affetti domestici, dal rifiuto del potere taumaturgico del focolare (o del guscio).
Cinque romanzi, dunque, ciascuno con una propria fisionomia, ciascuno rivelatore di un periodo della vita del giovane Verga, di come si sia sviluppata (ma anche inviluppata) la poetica che innerverà i grandi capolavori della maturità, croce e delizia di ogni studente italiano. Verga emerge anche a causa della ristrettezza del panorama letterario di un Paese appena formatosi, che faticosamente annaspava nei gorghi dell’arretratezza e del provincialismo: se – sia pur in forme diverse – tali gorghi ci accompagnano ancora oggi, lo dobbiamo anche a chi – come Verga – presto si adagiò comodamente sulla barca che conduceva verso i rassicuranti lidi di un conservatorismo piccolo-borghese.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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