Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Recensioni

Società, arte, realtà e morte in un mix esplosivo di grande letteratura

RaccontiCrudeli.jpgRecensione di Racconti crudeli, di Villiers de l’Isle-Adam

Frassinelli, I Classici classici, 1995

Ci sono autori che, per uno strano destino, non sono entrati nel nostro immaginario collettivo come dei classici, pur avendone tutte le caratteristiche. Forse questo accade più frequentemente per quegli autori che risulta difficile classificare, a cui risulta arduo attribuire una etichetta definita.
Uno di questi autori è, a mio modo di vedere, Jean-Marie-Mathias-Philippe-Auguste, conte di Villiers de l’Isle-Adam, che d’ora in poi chiameremo familiarmente Villiers.
Questo personaggio, che potrebbe essere benissimo il frutto dell’invenzione di un romanziere decadente, era il rampollo di una delle più antiche famiglie nobiliari di Bretagna; attraversò, spesso in completa miseria arrabattandosi con la collaborazione a svariate riviste, uno dei periodi più drammatici, ma anche culturalmente più fecondi, della storia di Francia, quello che va dal Secondo impero ai primi decenni della Terza repubblica, passando attraverso la sconfitta di Sedan e la Comune di Parigi. Fu amico ed in molti casi ispiratore di Théophile Gautier, di Mallarmé, di Huysmans, ammirato da Baudelaire e Verlaine; viene considerato uno dei padri del nascente simbolismo ma le sue opere più riuscite – a mio avviso – sono sapidi scritti carichi di una satira corrosiva nei confronti della mentalità e dei valori della borghesia francese, dei quali tutto si può dire tranne che siano simbolisti. Rivendicò a sé il trono di Grecia e ad un certo punto partì per Londra nel tentativo (fallito) di sposare una ricca ereditiera inglese. Appoggiò la Comune ma dieci anni dopo si presentò alle elezioni politiche come candidato legittimista. Un personaggio strano, quindi, forse tipico di un’epoca nella quale i repentini e drammatici cambiamenti sociali non consentivano – a chi volesse tentare di stare al passo con i tempi – di rimanere fermo nelle proprie convinzioni. Un personaggio per molti versi sfuggente ed indefinibile, che forse può essere classificato solamente in negativo, nei confronti di ciò che ha costituito per tutta la vita l’oggetto dei suoi strali, del suo odio culturale: il Borghese, la piattezza e la grettezza di un modo di concepire l’esistenza e la società basato sulla fiducia nel progresso, sulla praticità, sul valore del denaro, sulla stupidità elevata a buon senso comune e sul conformismo.
Tra le sue opere più famose vi sono i Racconti crudeli, raccolta pubblicata nel 1883 che riunisce numerosi – e per lo più brevi – testi pubblicati su varie riviste letterarie a partire dal 1869: solo pochi dei racconti presenti nella raccolta furono pubblicati per la prima volta in quell’occasione. I Racconti crudeli secondo me rappresentano, per la piacevolezza e l’eleganza della scrittura di Villiers, per le variazioni di tono che si riscontrano da un racconto all’altro, per la compresenza di testi di satira sociale e altri in cui prevalgono di volta in volta riflessioni sull’arte ed elementi di carattere intimistico e schiettamente simbolista, uno dei testi chiave della letteratura francese ed europea della seconda metà del XIX secolo. Si può forse affermare infatti che proprio la contraddittorietà della figura di Villiers, quel suo continuo oscillare tra la necessità di sporcarsi le mani con una società che lo poneva continuamente di fronte alle dure leggi del mercato elevate a norma morale e la coscienza (a volte grottesca) della propria superiorità artistica ed aristocratica, costituisca il sostrato culturale di quel mix esplosivo che fa dei Racconti crudeli una sorta di piccola enciclopedia in forma letteraria di quanto il panorama artistico francese dell’epoca offriva.
Tralasciando forzatamente alcuni dei 28 racconti, corre però l’obbligo di segnalare quelli che ritengo i più significativi.
La raccolta inizia proprio con uno di questi: Le signorine Bienfilâtre. Due sorelle esercitano onorevolmente la professione di prostitute d’alto bordo, circondate dal rispetto dei borghesi che le conoscono e dall’amore della famiglia che grazie a loro è uscita dalla miseria. Un giorno una di esse si innamora di un giovane squattrinato: questa caduta non viene accettata dal mondo che la circonda: invano gli ex clienti, la sorella e i genitori cercano di riportarla sulla retta via. “«Un amante! Per il mio piacere! Senza guadagnarci niente!» Era quello il delitto.” Devastata dal senso di colpa, la colpevole si lascia morire: prima dell’ultimo respiro, il suo giovane amante le si presenta con in mano qualche soldo datogli dai genitori, e così la giovane muore sollevata.
Questo racconto, il cui stile delicato ed elegantissimo è al servizio del totale rovesciamento dei valori, nel quale le azioni ed i comportamenti leciti e ammirati sono quelli che producono denaro, mentre ciò che si fa per amore o per piacere è biasimato dalla società, ci proietta immediatamente nella concezione che Villiers aveva della società della sua epoca, e ci fornisce un esempio straordinario di come sapesse tradurla in letteratura. Villiers infatti riesce a condensare l’intera società francese in poche pagine, con una capacità di sintesi che è solo dei grandi scrittori.
Leggendo il successivo Vera si comprende la capacità di questo autore di toccare con pari maestria tasti in grado di fornirci note diversissime tra loro (da notare tra l’altro che questi due racconti, così diversi, furono pubblicati nel 1874 a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro): l’atmosfera infatti cambia drasticamente, e ci si ritrova in pieno simbolismo. Il protagonista sembra riuscire a ricreare una propria realtà immaginaria facendo rivivere l’amata morta, ma il crudele finale, che rimanda direttamente all’irrisolto, dialettico rapporto tra creazione artistica e realtà, ci svela il pessimismo cosmico di Villiers.
Due indovini è forse il racconto più carico di critica sociale di Villiers, oltre che uno dei più divertenti, nel quale l’autore riversa le sue amare esperienze di vittima dell’industria culturale. Ad un direttore di giornale si presenta un giovane, sconosciuto scrittore, che vuole vendergli un pezzo. Il direttore vuole accertarsi che egli sia effettivamente un giovane senza alcun talento, che il pezzo sia scritto male, vuoto e senza idee, perché è questo che il borghese vuole. L’esilarante dialogo è costruito anche in questo caso sul completo rovesciamento dei valori, tratto fondante la società borghese. Da leggere sicuramente con un occhio attento al nostro presente.
Quasi profetico è La pubblicità celeste, nel quale Villiers immagina che si possano proiettare le pubblicità nel cielo, e che sia la politica ad avere maggiori benefici da questa invenzione: ”Perché, alla fin fine, il valore di un uomo è pericoloso, nocivo, e più che secondario, in politica; l’essenziale è che abbia un’aria «perbene» agli occhi egli elettori.” Nessun commento! Anche La macchina per la gloria è una satira dell’industria culturale, in questo caso teatrale, e dei meccanismi manipolatori che portano al successo un’opera piuttosto che un’altra.
Il convitato delle ultime feste è il racconto più noto della raccolta, spesso pubblicato anche singolarmente. Se è vero che è uno dei racconti più articolati, e che è caratterizzato da una notevole maestria di scrittura (del resto comune a tutta l’opera di Villiers) a mio modo di vedere è però anche uno dei racconti meno innovativi, che si rifà direttamente ad atmosfere a cavallo tra l’illuminismo irregolare di De Sade (autore molto ammirato da Villiers) e il tardoromanticismo, sia pure innervate di una notevole capacità di introiezione psicologica nei personaggi. Detto questo, rimane il fatto che il personaggio del barone Saturno, con i suoi richiami al convitato di pietra, costituisce uno degli antesignani dei grandi personaggi novecenteschi che esprimeranno tragicamente il rapporto tra vitalità e morte e che la psicanalisi permetterà di caratterizzare.
Un racconto molto importante nella raccolta è Sentimentalismo, vero manifesto del rapporto tra arte e realtà secondo Villiers, ed in questo senso fortemente connesso a Vera. Due giovani amanti, Lucienne e il conte Maximilien de W., chiacchierano una sera sugli Champs-Élisées. Lui è un poeta. Lei ritiene che gli artisti, per la necessità di sublimare nelle loro opere ciò che sentono, perdano la capacità di provare sentimenti veri. Lui difende appassionatamente la capacità che il vero artista deve avere di rielaborare, di distillare i sentimenti rispetto all’animalità del sentire diretto. Mentre discutono, lei gli comunica che sta per lasciarlo per sempre, dovendo andare da un altro giovane cui si è promessa. Maximilien accetta con nonchalance l’abbandono, continuando a discettare sulla superiore sensibilità dell’artista. Salutata come nulla fosse l’ormai ex amante, torna a casa, si lima le unghie, scrive qualcosa poi si spara un colpo al cuore. Racconto meraviglioso, Sentimentalismo lascia irrisolto il grande interrogativo: l’artista si suicida perché la realtà ha fatto irruzione nel suo mondo di sentimenti artefatti oppure perché in quanto artista, come egli ha sostenuto, sente in misura maggiore degli altri? Personalmente ritengo che… no, non lo dico, perché il racconto è talmente bello che ciascuno deve poterne godere e riflettere senza pregiudizi. Inoltre, ulteriori riflessioni su questo tema, che assume una precisa centralità nei Racconti crudeli, si possono fare leggendo altri racconti, come Il desiderio di essere un uomo e Fosco il racconto, ancora più fosco il narratore.
Un altro piccolo capolavoro, sul versante della critica sociale, è I briganti, dove la stupidità della borghesia è messa ancora una volta tragicamente alla berlina.
La raccolta si chiude, a testimonianza della poliedricità dello scrittore, con un poemetto, Racconto d’amore, un breve racconto, Ricordi occulti, e un lungo poema in prosa ambientato nella reggia di Salomone, L’annunciatore. Sono le pagine in cui il Villiers simbolista prende nettamente il sopravvento sull’autore immerso nella melma della società o che riflette sul rapporto tra arte e realtà che sta dietro molti dei racconti già visti. Prevalgono in questi ultimi testi le ambientazioni esotiche o storiche, i toni evocativi e lirici, anche se ad una analisi attenta dei testi si ritrovano, in forma diversa e sublimata, molte delle tematiche care all’autore.
Concludendo, ritengo che i Racconti crudeli rappresentino un testo essenziale della letteratura europea, da leggere appassionatamente. Fortunatamente è ancora disponibile in libreria, sia pure in una edizione diversa da quella che ho letto, che tra l’altro contiene una bellissima postfazione di Giuseppe Montesano. Questi racconti ci permettono infatti di scoprire un autore sicuramente meno conosciuto di ciò che ha rappresentato, un critico feroce e a volte quasi profetico del degrado valoriale della società borghese, una sorta di Oscar Wilde continentale, che poco prima di morire disse: ”Chiuderò gli occhi su un mondo in cui il mio spirito è uno straniero”. Oggi neppure questo ci è più concesso: oggi dobbiamo essere tutti connessi, e il nostro spirito deve far parte del grande spirito collettivo contenuto in un cloud.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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