Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura francese, Libri, Racconti, Recensioni

Se lo trovate, mettetelo nello scaffale dei buoni libri

nuoviracconticrudeliRecensione di Nuovi racconti crudeli, di Villiers de l’Isle-Adam

Marsilio, Letteratura universale, 1994

I Nuovi racconti crudeli di Villiers de l’Isle-Adam sembrano oggi un testo introvabile. In particolare è introvabile, almeno da quanto ho dedotto da ricerche in rete, questa splendida edizione Marsilio, che pure non è vecchissima (la prima edizione è del 1994) e fa parte di una collana (Letteratura universale – I fiori blu) nella quale vi sono molti titoli ancora in catalogo.
La difficoltà di reperire questo libro è veramente da denunciare, sia perché rappresenta un ulteriore tassello del generale recente disinteresse dell’editoria italiana per questo autore fondamentale del tardo ottocento francese, sia per il fatto che questa edizione è esemplare di come dovrebbe essere strutturato un testo che intende unire al piacere della lettura anche una serie di informazioni volte a dare al lettore la piena coscienza di ciò che sta leggendo. Il libro di Marsilio, infatti, oltre a riportare il testo originale a fronte, è corredato da un apparato critico di prim’ordine, dovuto a Ivanna Rosi, una delle più importanti studiose della letteratura francese ed in particolare dell’800, composto da un intrigante ed esaustivo saggio introduttivo, da una ampia nota biografica e soprattutto da estesi commenti a ciascun racconto che, insieme alle numerose note a piè di pagina, approfondiscono e contestualizzano le tesi critiche esposte nell’introduzione. Per chi volesse ulteriormente approfondire la conoscenza di questo autore, non manca infine una articolata Bibliografia essenziale. Ne deriva davvero, anche per il semplice lettore quale sono io, la possibilità di conoscere meglio questo autore oggi negletto nel nostro Paese, di avventurarsi nell’analisi anche testuale di racconti in alcuni casi splendidi, di confrontare le proprie impressioni di lettura con quelle di una grande critica letteraria. Se a tutto ciò si aggiunge che la traduzione, dovuta alla stessa Rosi, si può definire – a mio modo di vedere – sontuosa, ecco che consiglio a tutti di cercare, nelle bancarelle dell’usato dove forse si può ancora trovare, questo libro, e di riporlo – dopo averlo letto – negli scaffali della libreria dove si conservano i buoni libri, i libri come dovrebbero essere fatti.
I Nuovi racconti crudeli sono l’ultimo libro pubblicato vivente l’autore, e vedono la luce nel 1888, meno di un anno prima della sua morte. Si rifanno, come il titolo evidenzia, ai Racconti crudeli che Villiers aveva pubblicato cinque anni prima (1883) raccogliendo brevi testi apparsi su numerose riviste, in gran parte nel decennio precedente. In questo caso i racconti, che sono solamente otto a fronte dei 28 Racconti crudeli, furono scritti da Villiers per l’occasione o poco prima. Questa notazione cronologica non è irrilevante, perché Villiers – spirito inquieto e contraddittorio – passò tra gli anni ‘70 ed ‘80 da una sorta di anarchismo aristocratico antipositivista ed antiborghese, che gli aveva fatto appoggiare i moti che portarono alla Comune, a posizioni legittimiste – sia pur sempre fondate sulla polemica rispetto ai valori positivisti e di fiducia nel progresso basato sul potere del denaro.
Ivanna Rosi ci informa, nella prefazione, che i Nuovi racconti crudeli sono spesso stati considerati un’opera minore dell’autore, sia perché derivati ed in parte mutuati quanto ad atmosfere dalla precedente raccolta, sia perché ispirati a testi di altri autori o a leggende e storie popolari. Rosi dissente nettamente da questa critica, attribuendo ai Nouveaux contes una precisa fisionomia nell’ambito dell’opera di Villiers: mi sento – per quanto poco conosca di Villiers – di condividere appieno questa affermazione, sia perché alcuni dei racconti sono splendidi nella loro crudeltà, sia perché la derivazione dalla precedente raccolta non si risolve in una pedissequa riproposizione di temi, ma in una loro rielaborazione spesso con risultati narrativi ancora più eclatanti, stante la maggiore asciuttezza e maturità stilistica che in generale li caratterizza.
Il breve ciclo si apre con uno dei racconti più belli e divertenti: Le amiche di collegio. Villiers qui richiama esplicitamente i precedenti Racconti crudeli, costruendo – con una grazia ancor più perfida – una storia speculare a quella che li apriva, Le signorine Bienfilâtre. Le due sorelle della precedente storia divengono qui due amiche, cresciute nello stesso collegio (le protagoniste sono infatti, in questo caso, di famiglie agiate). A seguito della rovina delle famiglie, e andati a vuoto i tentativi di maritarle per via pubblicitaria (le poche righe che descrivono questi tentativi sono a mio avviso uno dei picchi della maestria satirica di Villiers nei confronti del rovesciamento di valori insito nei rapporti sociali della società borghese) diventano, proprio come le sorelle Bienfilâtre, prostitute d’alto bordo, continuando a coltivare l’amicizia sbocciata in collegio. Anche in questo caso una delle due trasgredirà le regole di quella vita, ma la trasgressione sarà solo apparente, ed il finale potrà essere più leggero di quello – tragico nella sua ironia – de Le signorine Bienfilâtre, non appena diverrà chiaro che nessuna delle regole rovesciate che governano la società in cui le due amiche vivono è stata infranta. La maggiore perfidia di questo racconto rispetto a quello di esordio dei Racconti crudeli sta a mio avviso – oltre che probabilmente nella grande resa della superba traduzione di Ivanna Rosi – proprio nella leggerezza complessiva della storia, nella quale non sono presenti,come detto, gli accenti patetici e tragici (sia pur giocati con chiaro intento satirico) che caratterizzano il precedente racconto. Qui l’amicizia imperitura tra Félicienne e Georgette nasce sulla base di una identità di vedute riguardo alle sacre inezie della toilette, qui l’amico del cuore ha solo uno scopo ornamentale e di riscatto formale rispetto al falso moralismo dominante. Villiers narra con uno stile impersonale, da resoconto ufficiale, una storia nella quale ciò che dovrebbe essere un valore diviene disvalore e viceversa, contribuendo – proprio con lo stile di narrazione – a rendere ciò perfettamente reale e connaturato al contesto sociale che descrive.
Il racconto seguente, La tortura della speranza, è sicuramente uno dei più crudeli del volume, nel quale alla leggerezza di stile del racconto precedente si sostituisce un’atmosfera cupa, claustrofobica ed animalesca, che trova il suo riferimento letterario principale ne Il pozzo e il pendolo di Poe, espressamente citato nell’epigrafe, di cui riprende la modernissima capacità di terrorizzare il lettore senza far ricorso all’armamentario classico del gotico, ma giocando molto sulla analisi della percezione distorta del protagonista. Nel racconto Villiers prende di mira l’inquisizione spagnola ed in generale il filisteismo religioso (parte essenziale del generale filisteismo sociale), che ammanta di spirito caritatevole anche le azioni più efferate, onde poterle giustificare teoreticamente. Rosi, nel commento al racconto, evidenzia anche una carica di antisemitismo che però a mio avviso rimane sullo sfondo del racconto, in quanto il protagonista – il rabbino Aser Abarbanel (i nomi hanno sempre un significato preciso, in Villiers, ma per questo rimando ai commenti di Rosi) – è pur sempre una vittima della chiesa cattolica, vera imputata del racconto.
Segue Sylvabel, uno dei racconti a mio avviso deboli della raccolta, che riprende una storia nota dal medioevo. Narra dell’assoggettamento di una moglie riottosa ai doveri coniugali da parte del marito, attraverso l’esibizione della sua potenziale crudeltà, scoperta trasposizione della virilità. Il testo, che è ascrivibile a mio avviso alla contraddittorietà che caratterizza il pensiero di Villiers, particolarmente come detto nell’ultima fase della sua vita, è comunque ricco di spunti analizzabili in chiave psicanalitica, come fatto da Ivanna Rosi nel suo commento.
La posta in gioco è uno dei racconti nei quali si ritrovano atmosfere già respirate nei Contes cruels, a cominciare dal nome di una delle protagoniste, Maryelle, già apparsa nella precedente raccolta. Il richiamo più forte è però con Il convitato delle ultime feste, perché analoga è la struttura del racconto: un consesso mondano scosso alle fondamenta dall’intrusione di un personaggio satanico, qui un diacono privo della benché minima vocazione, che rappresenta la svendita di valori di cui Villiers accusava la Chiesa. In questo caso, rispetto al Convitato, Villiers mostra una maggiore capacità di concentrarsi sull’essenziale, di rendere la storia più asciuttamente tremenda: il satanismo, l’irregolarità del diacono Tussert, che vende al gioco il grande segreto della chiesa, sono costruiti utilizzando elementi più immateriali rispetto a quelli che caratterizzavano il barone Saturno, e questo accentua la sottile componente psicologica della storia. Rimando comunque allo splendido commento di Ivanna Rosi per approfondire la struttura del testo e come questa definisca coerentemente l’atmosfera complessiva del racconto.
Il successivo L’incompresa è una sorta di specchio antifrastico di Sylvabel, in un gioco di rimandi interni tra i racconti acutamente evidenziato dall’introduzione di Rosi. E’ infatti ancora la storia di una giovane coppia la cui apparente felicità è turbata da incomprensioni di fondo. Questa volta, però, non ci saranno redenzione e lieto fine, perché la protagonista non può essere guarita dalla sua ninfomania masochistica da un partner incapace di accettarla. Il finale da bollettino medico ufficiale sconcerta per la capacità di rendere il dramma in cui la protagonista si avvita, e contiene ancora una volta una dura critica al progresso scientifico, in realtà teso a isolare gli elementi disturbanti rispetto alla presunta normalità.
Seguono i due racconti a mio avviso meno interessanti della raccolta: Suor Natalia, ispirato ad una leggenda medievale, è una fiaba miracolistica di ispirazione religiosa, nella quale i veri valori cristiani vengono messi in evidenza, in una sorta di contrapposizione rispetto alle critiche al filisteismo contenute nei racconti visti sopra. L’amore del naturale, che pure stupisce per una sorta di ecologismo ante litteram che lo caratterizza, è un racconto a mio avviso troppo didascalico, nella sua critica al Progresso, per essere veramente interessante da un punto di vista letterario. Non è un caso, a mio avviso, che sia anche il racconto più lungo del libro, a testimonianza di una certa prolissità a tesi che lo pervade.
Analogamente a quanto avviene nei Racconti crudeli, la raccolta si chiude con un racconto dal tono fortemente ed esplicitamente simbolista, anche in questo caso ambientato in un contesto biblico. Il canto del gallo narra del famoso episodio di Pietro che rinnega Cristo, e del tentativo di mettere in dubbio la veridicità dell’episodio, tempo dopo, da parte di alcuni ebrei: un rabbino però li smentisce, confermando l’infallibilità delle sacre scritture. Siamo quindi, coerentemente con il pensiero dell’ultimo Villiers, nel pieno di un simbolismo religioso, teso ancora una volta a evidenziare la verità del messaggio cristiano originale rispetto alle corruzioni successive ed ai tentativi dello scientismo di metterlo in dubbio attraverso gli strumenti della razionalità.
I racconti di Villiers sono a mio avviso una lettura imprescindibile per comprendere il grande filone culturale che, contrapponendosi al naturalismo di stampo positivista, aveva già scorto negli ultimi decenni dell’800, particolarmente nella Francia scossa dalle convulsioni del Secondo Impero e dai grandiosamente tragici avvenimenti seguenti, le ragioni di una crisi che sarebbe esplosa nel ‘900. E’ indubbio che questo autore, pur con la sua contraddittorietà, abbia saputo condurre una critica spietata – crudele, per l’appunto – ai valori della società borghese. E’ questa la parte della sua produzione letteraria che personalmente mi interessa di più, rispetto a quella più strettamente simbolista ed ermetica che sembra affascinare Ivanna Rosi. Non resta che sperare in una rinnovata attenzione editoriale per questo grande autore, anche se le speranze sono poche.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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