Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Recensioni

La disperazione dell’uomo e la forza dell’intellettuale in una lettera dall’inferno

deprofundisRecensione di De profundis, di Oscar Wilde

Mondadori, Oscar classici, 1985

In un mio precedente commento, avevo incontrato Oscar Wilde al culmine della notorietà: le sue commedie erano grandi successi teatrali, i suoi romanzi e racconti erano dei best-seller, i suoi aforismi e le sue battute scandalizzavano i salotti londinesi.
De profundis è invece il disperato lamento di un carcerato, che immediatamente dopo è stato condannato ai lavori forzati, al quale sono stati confiscati e venduti per bancarotta tutti i beni, che non ha più diritti sulle proprie opere e che non si riprenderà più, morendo di fatto in esilio, appena quarantaseienne, tre anni dopo essere uscito dal carcere. Cosa fosse accaduto credo sia noto a tutti, anche perché costituisce la trama di un bel film uscito circa 20 anni fa per la regia di Brian Gilbert, Wilde, con la straordinaria interpretazione di Stephen Fry.
Per comprendere appieno il contenuto di De profundis è tuttavia necessario riassumere per sommi capi i fatti che portarono Wilde in carcere. Nei quattro anni precedenti quel fatale 1895 Wilde ha una tormentata relazione con Alfred Douglas, detto Bosie, un giovane rampollo dell’alta nobiltà inglese dedito all’arte (scrisse soprattutto poesie). La relazione andò avanti tra continue rotture, dovute agli eccessi di Bosie, che viveva nel lusso sulle spalle economiche di Wilde e organizzava spesso veri e propri festini con giovani gigolò (cui peraltro anche Wilde partecipava), e sofferte riappacificazioni. Nel febbraio del 1895, subito dopo la prima di The importance of being Earnest, il padre di Bosie, Lord Queensberry, personaggio intriso di machismo e di carattere violento, che aveva già messo in atto azioni per sabotare l’opera di Wilde, considerato la causa della corruzione sessuale del figlio, consegna in pubblico a Wilde un biglietto aperto in cui lo accusa di atteggiarsi a somdomite (l’errore è rimasto famoso). Bosie, che vede nell’episodio un’occasione per vendicarsi dell’odiato padre, induce Wilde a fargli causa. Grazie a testimoni foraggiati ed anche alla imperizia di Bosie che lascia in giro lettere scrittegli da Wilde, Queensberry riesce a dimostrare che non solo Wilde si atteggia, ma che è sodomita. Wilde si trasforma da accusatore in accusato, visto che all’epoca la gross indecency è punita in Gran Bretagna con pene sino a due anni di lavori forzati, ed al termine di due processi viene condannato al massimo della pena, con il giudice che si rammarica perché questa è troppo mite. Mentre è in carcere Queensberry gli intenta anche una causa civile perché Wilde non è in grado di rinfondergli le spese processuali, e così lo scrittore, che ha anche altri debiti, viene dichiarato insolvente e tutti i suoi beni vengono venduti; inoltre la moglie chiede il divorzio e gli sottrae la potestà sui figli. Wilde sconterà per intero la pena e, come detto, appena uscito di prigione il 19 maggio 1897, si imbarcherà per Dieppe e non farà più ritorno in Gran Bretagna, morendo a Parigi il 30 novembre 1900.
E’ durante la sua reclusione nel carcere di Reading, nei primi mesi del 1897, che Wilde scrive De profundis. Il testo non è scritto per essere dato alle stampe: è una lettera a Bosie, probabilmente la più lunga lettera mai scritta (la compongono circa 50.000 parole), e Wilde, che non poteva mandare lettere dal carcere, la affida al momento del rilascio a Robert Ross, uno dei pochi che gli siano rimasti amici, pregandolo di farne una copia e di mandare l’originale a Bosie: sembra che quest’ultimo neppure l’abbia letta. Un lungo estratto della lettera fu pubblicato da Ross nel 1905, ed è in quell’occasione che allo scritto venne dato il nome con cui è oggi noto; solo nel 1962 viene pubblicato il testo definitivo.
Proprio il fatto di non essere uno scritto destinato al pubblico rende il De profundis un documento straordinario per la sua verità, anche se si tratta – ovviamente – di una verità parziale, plasmata dalle terribili condizioni psichiche e fisiche in cui si trovava l’autore e condizionata dal fatto che chi scrive è parte in causa. Il tratto dominante della lettera è il cambio di prospettiva sia umano sia artistico cui Wilde è pervenuto in seguito all’esperienza carceraria, il fatto che questo tremendo periodo della sua vita gli abbia permesso di rivedere criticamente il suo passato, e di basare su questa revisione critica le residue possibilità che gli rimangono di fondare il suo futuro. Nell’ultima pagina infatti dice: Davanti a me, ora, ho il mio passato. Devo riuscire, ora, a guardarlo con occhi diversi, a far sì che il mondo lo guardi con occhi diversi.
A questo processo di revisione (nel senso letterale di nuova visione) della sua vicenda umana e artistica Wilde dedica tutta la lettera, che può essere scomposta in alcune parti ben definite.
La prima metà è dedicata alla ricostruzione della sua vicenda con Bosie: è sostanzialmente un lunghissimo atto di accusa nei confronti dell’amante, che prende le mosse dal suo comportamento da quando Wilde è in carcere. Bosie infatti non gli ha mai scritto e non è mai venuto a visitarlo. Wilde ha solo saputo, tramite amici, dell’intenzione del giovane di dedicargli alcune poesie e di pubblicare in Francia alcune delle sue lettere private, senza consultarlo e senza pensare che ciò potrebbe rinfocolare le polemiche intorno all’autore. In questi fatti Wilde vede la prova della inadeguatezza dell’amante, della sua incapacità di capire in profondità la natura del loro rapporto. Ricostruisce con puntiglio le varie tappe della loro relazione e suoi vani tentativi di troncarla, accusando più volte Bosie di essersi approfittato di lui, di aver sempre preteso di essere mantenuto nel lusso, di essere innamorato non tanto di lui quanto del fatto di essere l’amante di una celebrità, di non aver compreso, perché intellettualmente non all’altezza, la grandezza intellettuale ed artistica (della quale Wilde, fedele a sé stesso, è pienamente conscio) del suo compagno e ciò che questa grandezza gli poteva davvero offrire. Lo accusa di egoismo, soprattutto per avere convinto Wilde a far causa al padre, cosa che l’autore legge retrospettivamente come volontà di usarlo per vendicarsi dei torti subiti da parte di quest’ultimo. Ma l’accusa definitiva più volte rivolta a Bosie, è quella di superficialità, che Wilde definisce lapidariamente così: Il vizio supremo è la superficialità. Tutto ciò che è compreso fino in fondo, è giusto. E’ un’accusa che Wilde deve sentire come tremenda, perché con essa vengono negate ad Alfred Douglas sia la qualità di artista sia quella di essere in grado di relazionarsi davvero con gli altri.
Questa prima parte della lettera è per noi lettori quasi un prodromo, un antefatto, che ci aiuta a capire, a contestualizzare la situazione in cui si trova Wilde, a comprenderne le radici storiche. Per Wilde invece questa ricostruzione dei fatti svolge probabilmente un ruolo da un lato liberatorio, dall’altro di razionalizzazione del dolore che ha segnato i suoi ultimi anni. Molto umanamente Wilde oscilla, in questa parte, tra atteggiamenti autoassolutori e piena coscienza degli errori commessi: è una sorta di piccola ricerca del tempo perduto composta da chi soffre nella propria carne le conseguenze di quel tempo: senza azzardare improbabili paragoni, ma considerando anche le sottili analogie tra la reclusione di Wilde e quella volontaria di Proust e tra il loro essere entrambi dandy ravveduti, penso che andrebbero meglio analizzati i punti di contatto tra le due opere.
Improvvisamente, circa a metà del testo, all’uomo Wilde, che prevale con la sua disperazione nel ricordo del rapporto con Bosie, subentra l’intellettuale, con la sua forza, anche se essa pure disperata. Una successiva, ampia parte della lettera, è infatti dedicata al ruolo che il dolore, nella sua esperienza concreta, ha assunto per Wilde uomo ma soprattutto artista. Egli, dice, era sempre vissuto nel e per il piacere, cercando di scansare il dolore. Ma oggi si è reso conto che il mondo cammina nel dolore, che il dolore è la vera forza trainante dell’umanità e la fonte dell’arte, e che dolore e bellezza sono intimamente uniti. I suoi compagni di carcere sono più vicini alla verità di qualsiasi artista, perché sanno vivere nel dolore. ”Il piacere è per il bel corpo, il dolore è per la bella anima” e ”ora capisco che il Dolore, essendo la suprema emozione di cui l’uomo è capace, è insieme il modello e il banco di prova di tutta la grande arte”, dice in due bellissimi passi a questo riguardo.
Partendo da questa sua riflessione sul dolore, Wilde dedica quindi particolare attenzione alla figura di Cristo, che identifica come il supremo individualista, il precursore della corrente romantica nella vita, contrapposto in questo alla rigidità, alla fissità ed alla freddezza del classicismo. L’analisi che lungo molte pagine Wilde conduce della figura storica di Cristo, la pungente critica alla vulgata cristiana, appoggiata anche su apparenti paradossi e ribaltamenti di passi del vangelo, ci fanno ritrovare il Wilde artista, nel senso che questa parte della lettera si astrae dalla contingenza di uno scritto privato per divenire un vero e proprio piccolo saggio di critica filosofica. Cristo è il primo romantico perché ci dice di vivere come i fiori, perché percepisce la vita come un flusso, perché ci dice di non preoccuparci troppo degli affari materiali. Egli è anche il primo e supremo individualista perché, a differenza di quanto ci dice la Chiesa, quando insegna a perdonare ai nemici lo fa non pensando ai nemici, ma all’anima di chi perdona; quando dice di donare ai poveri i propri averi ha in mente l’elevazione morale di chi compie questo gesto, più che il beneficio per i poveri.
Cristo come primo romantico e la vita artistica considerata in rapporto alla condotta, su cui Wilde si addentra in alcune riflessioni nelle ultime pagine del De profundis, saranno l’oggetto dei suoi futuri lavori, una volta uscito dal carcere. Riuscirà solo parzialmente a farlo, trasfondendo il secondo argomento nella sua ultima, disperata opera, La ballata del carcere di Reading. Tra le altre cose che non riuscirà a fare una volta uscito dal carcere c’è anche il tener fede alla promessa di non rivedere più Bosie, con il quale riallaccerà per alcuni mesi la relazione, tra Parigi, Napoli e la Sicilia. La passione per questo giovane e in realtà mediocre lord, della quale pure aveva così nettamente individuato i limiti e le conseguenze, prevarrà ancora una volta, l’ultima prima della rottura definitiva.
Il De profundis, questa sorta di seduta di autocoscienza preproustiana, ci permette di ricostruire dal di dentro la terribile vicenda umana di Oscar Wilde; oggi possiamo aggiungere a questi elementi la consapevolezza che quella vicenda non fu semplicemente privata. Wilde non fu condannato perché omosessuale: l’omosessualità era naturalmente ampiamente diffusa e tollerata nelle classi dominanti, purché non se ne parlasse. Wilde fu condannato in quanto intellettuale, in quanto argutissimo censore delle stesse basi (a)morali su cui si reggeva la società vittoriana. Più volte nel corso degli anni le sue opere furono soggette a censura o a critiche demolitrici; la società che lo adorava lo faceva con un sogghigno feroce, considerando le sue verità dei paradossi o degli scandali, e sarà quella stessa società che lo abbandonerà immediatamente. Il potere costituito non si lasciò scappare l’occasione di infliggere una condanna esemplare a chi aveva osato basare il proprio successo artistico sulla demolizione – tanto più efficace in quanto sarcastica – delle convenzioni sociali da cui traeva la propria forza. La vicenda di Oscar Wilde, in questo senso, è paradigmatica del rapporto tra intellettuali e potere in ogni tempo.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

3 pensieri riguardo “La disperazione dell’uomo e la forza dell’intellettuale in una lettera dall’inferno

  1. Che gioia ritrovare qui uno dei testi che amo di più! Per me, infatti, il mio Wilde è il Wilde del De profundis , molto più che quello, perfido e brillante, delle commedie o del sublime ritratto di Dorian Gray . Tra l’altro, io condivido pienamente la tua lettura: il vero scandalo non è mai l’orientamento sessuale, quanto piuttosto la libertà intellettuale e la critica all’ordine costituito; e le vittime di questo sono molte, a cominciare da Petronio per finire ad Alan Turing o al nostro Pasolini- e certo ne dimentico moltissime. Io credo, anzi, che la potenziale minaccia alla società perbene o perbenista, fondata essenzialmente sulla famiglia e sulla partecipazione collettiva ai rituali religiosi, costituisca l’essenza stessa dell’omofobia, ideologizzata e demonizzata poi come atto contro natura soltanto per sviare e coprire il terrore della (presunta) minaccia.

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    1. Ciao Dragoval e grazie per il bellissimo commento. Ritengo che il sesso abbia sempre avuto, per il suo essere “istintuale” e naturalmente “eversivo” il potere di “disturbare il conducente”, che ha sempre cercato di incanalarlo verso lidi tranquilli e controllabili (la famiglia per la riproduzione, le case di tolleranza ed oggi la pornografia patinata e “normalizzata” per la “trasgressione”). A Wilde, e a molti altri, si trattava di dare una lezione esemplare, e punendoli per le loro abitudini sessuali si coglievano due piccioni con una fava.

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      1. Dici bene: da una parte li si metteva a tacere, dall’altra si faceva passare a chiunque la voglia di seguirne l’esempio, secondo il principio “Punirne uno per educarne cento”. Principio potenzialmente sempre attuale, purtroppo.
        Un saluto e grazie a te per questo post….e per l’ospitalità :-).

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