Pubblicato in: Fantascienza, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Novecento, Recensioni

Inverosimile, a tratti ingenuo, purtuttavia importante

ilrisvegliodellabissoRecensione de Il risveglio dell’abisso, di John Wyndham

TEA, Biblioteca di avventure fantastiche, 1991

John Wyndham è un autore di fantascienza che scrisse soprattutto negli anni ‘50 del secolo scorso. Alcune delle sue opere, edite originariamente in Italia nella mitica collana Urania di Mondadori, hanno contribuito a fare di lui uno degli autori di culto di questo genere, in particolare del sottogenere apocalittico, in cui vengono narrate catastrofi planetarie o la fine del mondo. Il suo romanzo più famoso e celebrato è Il giorno dei trifidi, pubblicato in Gran Bretagna nel 1952 e recentemente riedito da Mondadori negli Oscar.
Nel 1953 Wyndham pubblica un altro romanzo apocalittico, edito in Gran Bretagna come The Kraken wakes e negli Stati Uniti come Out of the Deeps: l’anno successivo Urania lo pubblica in Italia con il titolo Il risveglio dell’abisso. La modifica sostanziale del titolo, sia da noi che negli USA, è dovuta al fatto che quello originale fa riferimento al Kraken, un mostro marino della tradizione nordica generalmente rappresentato come una grossa piovra, protagonista tra l’altro di un sonetto giovanile di Tennyson, riportato nel capitolo introduttivo del romanzo. Alle nostre latitudini, e credo ancora di più a quelle nordamericane, un titolo come Il Kraken si risveglia non avrebbe avuto alcun potere evocativo, visto che tale mostro da noi è poco noto.
L’edizione da me letta, uscita per i tipi degli Editori Associati in una scarna edizione, risale ai primi anni ‘90, ma la traduzione del romanzo, di Giorgio Monicelli, è la stessa dell’Edizione Urania del 1954. Val la pena ricordare l’importanza che Giorgio Monicelli, fratello del regista Mario, ha avuto per la diffusione di questo genere letterario in Italia: egli fu infatti il fondatore di Urania (I Monicelli erano imparentati con i Mondadori) e a lui si deve il termine fantascienza.
Il risveglio dell’abisso narra dell’invasione della terra da parte di una civiltà aliena, proveniente presumibilmente da Giove. Il romanzo è narrato sotto forma di resoconto ex-post dal protagonista, Michael Watson, un giornalista radiofonico britannico che per la sua professione si trova ad essere testimone diretto, insieme alla moglie Phyllis, di una buona parte delle vicende. Il libro inizia con l’osservazione, da parte di radar, navi ed aerei, di strani globi rossi che, volando a velocità supersonica, si inabissano in punti ove le profondità oceaniche sono maggiori. Dopo qualche mese iniziano a verificarsi strani naufragi in corrispondenza delle fosse oceaniche, con navi che scompaiono inspiegabilmente. Per un certo periodo le due superpotenze si accusano a vicenda sia di essere le responsabili dei globi rossi – considerati armi segrete sottoposte a test – e della sparizione delle navi. Le esplorazioni dei luoghi dei naufragi, condotte da inglesi e statunitensi con l’impiego di batiscafi, si risolvono in ulteriori inspiegabili tragedie. Quando, dopo alcuni anni, appare chiaro che negli abissi profondi si cela una forza ostile, si cerca di distruggerla con esplosioni nucleari e di bombe di profondità ad altissimo potenziale.
Un noto scienziato, Il prof. Boker, avanza l’ipotesi che i globi rossi e le tragedie marine siano collegati, sostenendo che, forse a causa di mutate condizioni ambientali, una civiltà aliena sviluppatasi in condizioni di enorme pressione atmosferica (come si hanno su Giove) abbia deciso di colonizzare le zone più profonde degli oceani terrestri, dove appunto vi sono condizioni di pressione analoghe: propone di cessare l’insensato bombardamento atomico e di cercare di stabilire un contatto, tanto più che la nuova civiltà può coesistere con quella umana, occupando una nicchia ecologica (diremmo noi oggi) affatto diversa. Naturalmente viene deriso dall’establishment e dalla stampa, che non credono agli alieni.
Intanto le sparizioni di navi si moltiplicano, sino a mettere in crisi l’economia mondiale, e sono presto seguite da altrettanto inspiegabili sparizioni degli abitanti di interi villaggi costieri: i sopravvissuti raccontano di attacchi notturni da parte di strani esseri, simili a balene, che emergono dal mare. Watson e la moglie, che hanno accompagnato Boker in un’isola caraibica dove quest’ultimo presume ci debba essere prima o poi un attacco, ne sono effettivamente quasi vittime. Quando gli attacchi lungo le coste divengono sistematici, le varie nazioni iniziano a reagire efficacemente, sino a farli cessare. Dopo pochi mesi, tuttavia, profondi mutamenti climatici sono innescati dallo scioglimento dei ghiacci artici ed antartici, provocato dagli alieni avvalendosi di una avanzatissima tecnologia. Le temperature diminuiscono, gli iceberg arrivano nel Canale della Manica e il livello delle acque inizia a salire. La civiltà umana a quel punto collassa, e si formano bande di disperati che difendono con le armi le terre elevate dove hanno trovato rifugio. Michael e Phyllis riescono a lasciare Londra e a raggiungere avventurosamente la casetta che possiedono su una collina in Cornovaglia, dove possono vivere grazie ai viveri accumulati in precedenza dalla previdente Phyllis. Dopo un periodo di assoluto isolamento giunge in barca un vecchio conoscente che ha sentito via radio che li cercano per far parte del Consiglio per la ricostruzione: l’acqua ha infatti cessato da tempo di salire e scienziati giapponesi hanno costruito un apparecchio ad ultrasuoni in grado di uccidere le creature degli abissi. L’umanità potrà così riprendere il suo cammino, anche se decimata dalla fame, dalle malattie e dalle lotte intestine.
Questa è, per sommi capi, la trama del romanzo, che nell’edizione statunitense prevedeva un finale più aperto e problematico.
Che si tratti di una trama improbabile credo che emerga da sé: molti sono del resto i particolari, le descrizioni e le ipotesi che si trovano nel romanzo che inducono, più che al terrore, al sorriso il lettore smaliziato. A mio avviso, però, non vi è dubbio che Il risveglio dell’abisso, con tutti i limiti e i difetti del romanzo completamente, dichiaratamente di genere, sia un libro a suo modo importante: cercherò di chiarire il perché di questa affermazione, evidenziando comunque prima i limiti e i difetti che ho ravvisato nel romanzo.
Innanzitutto occorre dire che chi cercasse ne Il risveglio dell’abisso una storia verosimile rimarrebbe deluso. La verosimiglianza nella fantascienza è un tema molto dibattuto. A mio avviso esso può essere declinato in almeno due accezioni: verosimiglianza delle previsioni scientifiche e tecnologiche che la storia ci propone e verosimiglianza dello scenario complessivo in cui la storia è immersa. Il primo aspetto non lo ritengo particolarmente importante ed interessante: una storia di fantascienza può raccontarci anche di tecnologie bislacche, di alieni del tutto improbabili (è questo il caso) e mantenere nondimeno un suo fascino indiscusso. Si pensi per esempio ad H. G. Wells e al suo La macchina del tempo: indubbiamente si tratta di un romanzo inverosimile, ma la sua forza intrinseca ne ha fatto un classico. Maggiore è l’importanza che attribuisco alla verosimiglianza del contesto, che a mio avviso si ritrova ad esempio nei migliori romanzi di Ray Bradbury, di Philip K. Dick e in 1984 di Orwell, nei quali (come in molti altri romanzi di fantascienza) il genere è un mezzo per parlarci in realtà del presente, delle sue distorsioni, delle problematiche dell’uomo e della società di fronte al progresso tecnologico e scientifico.
Se quindi possono essere considerati peccati veniali l’ingenuità che sconfina nell’assurdità di molte parti del romanzo, leggendo il quale possiamo sorridere della descrizione delle macchine che usano gli alieni per attaccare la terra e della loro puzza di pesce, nonché della facilità con la quale vengono gettate a destra e a manca bombe atomiche, elementi questi che vanno contestualizzati rispetto all’epoca, più grave è secondo me il fatto che gli accadimenti e gli scenari, sempre più apocalittici man mano che ci si addentra nella lettura, vengano descritti con un tono monocorde e superficiale, senza il minimo sforzo per coinvolgere davvero emotivamente il lettore attraverso la descrizione di sentimenti ed atmosfere, il che ha come conseguenza la mancanza di una verosimiglianza di contesto del racconto. Ad esempio, nell’ultima parte del libro, la fuga in barca dei due protagonisti, che avrebbe potuto aprire abissi narrativi di enorme suggestione, viene liquidata in poche paginette asfittiche. Ciascun personaggio inoltre gioca il ruolo che gli è assegnato in modo del tutto asettico, venendo caratterizzato solo per ciò che fa in relazione alla storia: nessuna concessione alla loro psicologia, al loro sentire profondo. L’esempio più clamoroso si ha quando, dopo gli avvistamenti dei globi rossi e le prime tragedie marine, c’è una pausa di tre anni nei fenomeni, descritta così dal protagonista: ”In quei tre anni, noi stessi, Phyllis e io, finimmo per disinteressarci della cosa, quasi del tutto. Ci fu la nascita di nostro figlio William e la sua morte diciotto mesi più tardi. Per aiutare mia moglie a superare la crisi, mi feci nominare inviato speciale, vendetti la casa e per qualche tempo girammo il mondo.”
Se questo è lo stile del romanzo, quali sono gli elementi che ritengo importanti?
Innanzitutto il fatto che la vicenda è il frutto di un preciso momento della Storia: siamo all’inizio degli anni ‘50, nel periodo forse più acuto della Guerra fredda, ed indubbiamente una vicenda come quella narrata trova il suo sostrato culturale nella diffusa paura che la fine del mondo sia per la prima volta possibile a seguito di un conflitto nucleare. Prolifereranno quindi in quel periodo libri e film apocalittici, che narrano di invasioni aliene o di minacce varie alla terra. Wyndham, con questo romanzo e prima ancora con Il giorno dei trifidi, non solo è per certi versi un antesignano del genere, ma è indubbiamente anche lontano dallo schema che le opere statunitensi imporranno, quello della civiltà occidentale minacciata da un soggetto esterno malvagio – nel quale in trasparenza è facile vedere l’URSS – che lotta ed alla fine prevale per merito di un qualche eroe rigorosamente WASP. L’approccio di Wyndham è molto più problematico: gli alieni degli abissi forse non sono malvagi, ma sono costretti a reagire prima dall’insopportabile disturbo che provoca loro il motore delle navi, poi dalle atomiche che gli uomini gli sganciano sulla testa. Tutto il mondo è coinvolto nel dramma, compresi i sovietici, e non c’è la nazione che ha il compito di salvare l’umanità. Il protagonista non è un eroe, e neppure i comprimari della storia: tutti sono più o meno vittime delle circostanze e delle decisioni delle autorità. Il finale, infine, sia pure con l’accenno di speranza dato dall’ultima pagina, è anch’esso problematico, non risolutivo.
Un altro elemento importante del romanzo è a mio modo di vedere dato dal ruolo che Wyndham assegna alla stampa ed all’informazione in genere nella formazione dell’opinione pubblica. Come detto il protagonista (ed anche sua moglie) sono giornalisti, e spesso nel romanzo questo fatto viene utilizzato per sottolineare come gli strumenti di informazione servano alle autorità civili e militari per tranquillizzare, allarmare o sviare il pubblico rispetto a quanto sta realmente accadendo, a seconda delle convenienze politiche del momento. Intendiamoci, nessun intento esplicito di denuncia da parte di Wyndham, ma direi un approccio onesto al tema del ruolo dell’informazione nella società contemporanea.
Infine, credo sia giusto spendere due parole anche sulla struttura narrativa, che è costruita su un primo flashback, che abbraccia praticamente tutta la storia, nel quale si innesta un secondo breve flashback nell’ultimo capitolo, che si apre con un improvviso scarto in avanti nel tempo. E’ questa una struttura che contribuisce indubbiamente a dare un certo fascino alla narrazione, ponendo il lettore di fronte al fatto compiuto che solo la lettura riuscirà a giustificare.
Il risveglio dell’abisso è un piccolo classico della fantascienza, che offre anche qualche spunto di riflessione che va al di là del genere: meriterebbe, come il suo autore, una attenzione maggiore da parte dell’editoria italiana, che invece pervicacemente gliela nega.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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