Pubblicato in: Classici, Ebraismo, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Nazismo, Novecento, Recensioni

Lo specialista idiota, paradigma del mondo di oggi

novelladegliscacchiRecensione di Novella degli scacchi, di Stefan Zweig

Garzanti, Gli elefanti, 1991

La Novella degli scacchi è probabilmente, insieme a Il mondo di ieri, l’opera più nota di Stefan Zweig, e questi due testi, che a mio avviso dovrebbero essere letti in sequenza perché insieme permettono di comprendere compiutamente la personalità artistica e culturale dell’autore, furono anche gli ultimi da lui scritti prima del suicidio suo e della moglie nell’esilio brasiliano, avvenuto nel febbraio del 1942.
Della figura di Zweig, che nel periodo tra le due guerre mondiali è stato uno degli scrittori più noti e tradotti al mondo, credo sia interessante mettere in rilievo la biografia e in particolare i caratteri del suo impegno civile, perché da questo è possibile contestualizzare, e quindi comprendere meglio, le sue opere letterarie, ed analizzare quindi anche il contenuto della Novella degli scacchi.
Zweig nasce nell’ambiente dell’alta borghesia ebraica viennese: il padre era un importante industriale e la madre figlia di banchieri. Sin da giovanissimo si imbeve di un intenso cosmopolitismo, sia perché la Vienna di allora è il crogiolo delle diverse culture che formano l’impero, sia in quanto il suo status economico e sociale gli permettono di compiere numerosi viaggi in Europa e non solo. L’incontro e l’amicizia con Hofmannsthal sono decisivi nella sua formazione poetica, al pari di quello con Rainer Maria Rilke.
Zweig infatti in gioventù fece parte del gruppo della Jung-Wien, i letterati che negli ultimi anni del XIX secolo ruppero con le rigide convenzioni della letteratura accademica austriaca dell’800 approdando ai lidi di un modernismo fortemente pervaso delle scoperte della nascente psicanalisi, e di cui facevano parte personalità artistiche affatto diverse, come Arthur Schnitzler, Jacob Wassermann, Hugo Von Hofmannsthal e Karl Kraus (che però se ne distaccò presto, da autentico eretico quale era). Di questo straordinario ed eterogeneo gruppo Zweig incarna, insieme all’amico Von Hofmannsthal, l’animo più nostalgicamente classicista, che pur essendo pienamente consapevole della crisi del positivismo ottocentesco e del suo corrispettivo letterario, il naturalismo, vi oppone il recupero di una purezza e di una precisione di stile che è l’espressione stilistica del ripristino dei vagheggiati valori morali e culturali sui quali era stata fondata originariamente la società borghese nella sua variante asburgica, quella società che verrà spazzata via dalla grande guerra.
Allo scoppio della prima guerra mondiale trova un impiego all’archivio di stato, e dopo un primo periodo di entusiasmo patriottico, si rende conto dell’atrocità del conflitto e assume posizioni pacifiste: passerà un lungo periodo in Svizzera, collaborando con altri intellettuali europei a riviste nelle quali viene predicata la fraternità universale nel nome della comune cultura europea. Il suo impegno si intensificherà dopo la fine del conflitto, quando, rientrato in Austria, guarderà con distacco alle pulsioni rivoluzionarie del primo dopoguerra per diventare come detto, nei successivi e apparentemente più tranquilli anni, uno degli scrittori internazionalmente più noti: membro particolarmente attivo del P.E.N. Club International, sarà amico di moltissimi intellettuali europei, scrivendo e tenendo conferenze sulla necessità di superare i nazionalismi e fondare un’Europa unita della cultura. Dopo l’avvento del nazismo e l’anschluss sarà costretto all’esilio, prima in Gran Bretagna, quindi negli Stati Uniti ed infine in Brasile.
Come emerge da queste scarne note biografiche, il tratto politico che caratterizza Stefan Zweig è il suo cosmopolitismo, basato sostanzialmente sull’idea che la cultura possa essere il collante di una solidarietà sovranazionale che assuma valenze politiche. Questa concezione ideale, sicuramente nobile ma intrisa a mio avviso di un velleitarismo ideologico derivante dall’estrazione sociale dell’autore, sarà smentita dalla Storia per ben due volte nel corso della vita di Zweig. La prima volta quando, allo scoppio della grande guerra, Zweig vedrà la gran parte dei suoi amici letterati austriaci, tedeschi, francesi, belgi, italiani etc. schierarsi senza se e senza ma sugli opposti fronti nazionali, e la seconda quando la barbarie assoluta del nazismo gli entrerà letteralmente in casa. In nessuno di questi due momenti il borghese Zweig riesce ad elaborare una risposta a ciò che sta accadendo basata su una vera comprensione delle cause profonde della realtà che lo aggredisce: si illude che la cultura, in quanto moralmente superiore, possa da sola estirpare il male, che le élites intellettuali europee possano portare il mondo verso nuovi lidi di pace universale. Quando quest’illusione è spazzata via dal rumore degli stivali della wehrmacht che marciano per i viali di Vienna, quando è costretto ad andarsene lungo una strada foscamente illuminata dai falò dei suoi libri e di quelli di tanti altri scrittori, allora la sua risposta sarà ancora più illusoria e nostalgica: non potendo comprendere il perché del mondo di oggi cercherà di resuscitare idealmente il mondo di ieri, quello dell’Austria felix della sua giovinezza, in questo peraltro trovandosi in discreta compagnia.
La Novella degli scacchi appartiene a questo estremo momento dell’elaborazione culturale dello scrittore viennese, condizionato sicuramente dalla sua condizione di esule: pur essendo ambientata nella contemporaneità, è l’estremo tentativo compiuto dallo Zweig narratore di proporci il suo sistema valoriale derivato direttamente dal vecchio mondo asburgico, contrapposto al mondo del suo oggi, in cui i disvalori e la barbarie hanno preso il sopravvento.
La trama della novella è molto semplice. L’io narrante (Zweig) sta effettuando una traversata atlantica; sulla nave vi è anche il campione del mondo di scacchi, Mirko Czentovic, un giovane slavo che, pur essendo un genio della scacchiera, è ottuso, ignorante e venale, come veniamo a sapere dalla sua vita narrata lungo alcune pagine. Incuriosito dalla personalità contraddittoria del campione, il narratore per accalappiarlo comincia a giocare a scacchi con la moglie, ed in breve sulla nave si forma un piccolo gruppo di giocatori. Tra questi vi è McConnor, un ricco scozzese che riesce, grazie all’offerta di un lauto compenso, a convincere il campione a giocare contro di loro. Dopo la prima facile vittoria di Czentovic, uno sconosciuto suggerisce alcune mosse ai dilettanti, rivelando una straordinaria competenza scacchistica, e la seconda partita finisce in parità. Conosceremo quindi la storia di questo avvocato viennese, il dottor B., la cui famiglia da decenni curava gli interessi particolari della curia e dei principali membri della corte asburgica, anche dopo la fine della grande guerra. Sapremo che egli fu arrestato dai nazisti, e come gli scacchi, giocati solo con il pensiero grazie ad un manuale di cui viene in possesso, lo abbiano tenuto in vita durante la prigionia, ma come lo abbiano anche portato alla soglia della pazzia. Nelle ultime pagine del racconto si svolge la drammatica sfida al gioco tra il campione e il dottor B.
La novella, scritta nel classico stile pacato e preciso di Zweig, uno stile che rende bene il carattere moderato che in molti hanno rinfacciato a questo autore, assume in trasparenza quasi il carattere di una parabola allegorica, nella quale sono personificati gli elementi storici e culturali che Zweig in quello stesso periodo stava fissando in forma autobiografica ne Il mondo di ieri.
Innanzitutto, a mio modo di vedere assume una forte connotazione simbolica l’ambientazione sulla nave in mezzo all’oceano, lungo la rotta da New York va a Buenos Aires. Oltre ad essere stata una delle tappe concrete del viaggio dell’esule Zweig, questa nave rappresenta una chiara metafora dell’Europa che egli conosceva e considerava culla di civiltà e del suo andare alla deriva. I pochi protagonisti della novella sono infatti tutti europei: austriaci, anzi viennesi, il narratore e il dottor B., slavo Czentovic, scozzese McConnor.
Vi è poi, come elemento centrale della storia, la totale contrapposizione di personalità tra Czentovic e il dottor B., dei quali le vicende sono narrate in dettaglio al fine di una loro precisa caratterizzazione come tipi che incarnano i poli opposti della buona e vecchia Europa e di quella barbara e nuova. Notiamo quindi che il dottor B. è viennese, è nato al centro del vecchio impero, mentre Czentovic proviene dal Banato, dall’estrema periferia del dominio asburgico. Il dottore appartiene ad una antica e stimata famiglia austriaca, mentre Czentovic è figlio di uno slavo meridionale, povero in canna, battelliere sul Danubio. Ancora, B. è colto, e il suo cruccio maggiore durante la prigionia è di non avere libri e di non poter scrivere, mentre Czentovic non è capace di scrivere una frase senza errori d’ortografia e ”…la sua ignoranza era parimenti universale in tutti i campi”. Tutti gli aspetti della personalità di Czentovic sono descritti con disprezzo da Zweig: Il suo talento per gli scacchi è meccanico, figlio della sua stessa ottusità; è volgare nel vestire, venale ed avaro e ”si lascia ritrarre sulle réclames delle saponette”. Ancora, mentre il dottor B. non ha praticamente mai giocato a scacchi se non con la mente, Czentovic non è in grado di pensare il gioco, tanto che porta sempre con sé una piccola scacchiera pieghevole con la quale provare le mosse.
E’ una contrapposizione, quella tra i due personaggi, che trovo sin troppo manichea, soprattutto in quanto volta a dimostrare quanto eccellenti fossero le virtù del mondo di ieri, quanto in quel mondo allignassero la correttezza morale e la cultura.
Da un lato, a mio modo di vedere, è infatti sicuramente efficace la figura paradigmatica del mondo e dell’uomo nuovo rappresentata da Czentovic, di cui Zweig sa tratteggiare non solo la volgarità, ma anche un carattere che effettivamente assume estrema importanza nella società del ‘900, e la cui coscienza gli era derivata probabilmente dal periodo trascorso negli Stati Uniti: l’affermarsi della specializzazione. Nel nuovo mondo, nell’era della tecnologia e del capitalismo avanzato, non conta più essere colti; conta essere specialisti. Czentovic è un idiota, ma sa giocare benissimo agli scacchi, per cui ha successo, esattamente come perfetti idioti al di fuori del loro campo sono molti degli specialisti che già ai tempi di Zweig, e ancora di più oggi, occupano posti di rilievo in campo scientifico e nella società in generale.
L’alternativa agli Czentovic che hanno portato il mondo verso l’abisso, però, secondo me non può essere il rifugio nel passato rappresentato dal dottor B.: di ciò peraltro era sicuramente consapevole anche Zweig, come dimostra il finale della novella ma come dimostra anche, molto più tragicamente, il suo suicidio pochi mesi dopo avere terminato la Novella degli scacchi. Il problema a mio avviso è che questa non soluzione dimostra come Zweig non avesse compreso le vere cause di ciò che stava accadendo, visto che la sua unica proposta si chiude entro una nostalgia che egli per primo sa essere impraticabile.
Se quindi si deve il massimo rispetto alla figura morale di questo intellettuale integro, che seppe, a differenza di altri, non scendere a compromessi con il potere montante del nazismo, pagando le estreme conseguenze delle sue convinzioni, non si può non sottolineare come queste stesse convinzioni fossero estremamente deboli, frutto di una estrazione altoborghese ed elitaria da cui non seppe mai liberarsi, non capendo mai che le cause vere delle tragedie che stava attraversando erano interne a quel mondo di cui sognava il ritorno, erano anche i frutti diretti del suo mondo di ieri. Eppure, lui così attento ai simboli avrebbe potuto riflettere sul fatto più drammaticamente simbolico che capitò nella sua vita. A Salisburgo, tra le due guerre, Zweig viveva in una vasta casa situata su una collina da cui dominava la città, e nella quale accumulava i pezzi della sua collezione di autografi degli artisti del passato e di mobili a loro appartenuti. Da lì, da quella posizione di privilegio, vedeva non lontane le montagne dell’Obersalzberg, dove un giorno, alla stessa altezza della sua, fu costruita la casa per le vacanze di un signore chiamato Adolf Hitler. I due si potevano quindi in un certo senso guardare negli occhi, e se Zweig fosse stato più attento, avrebbe potuto notare che tra i numerosi ospiti che andavano a riverire l’inquilino del Berghof c’erano anche molti degli appartenenti a quella borghesia industriale di cui egli era figlio, molti di quelli con i quali sperava di ricostruire il suo mondo andato per sempre in frantumi.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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