Pubblicato in: Classici, Letteratura inglese, Libri, Novecento, Racconti, Recensioni

Il lato oscuro della realtà nei racconti di una scrittrice misconosciuta

gradinopiubassoRecensione de Il gradino più basso, di Mary Cholmondeley

Sellerio, La memoria, 2003

Questo piccolo volume di Sellerio (meno di 100 pagine compresa la bella postfazione della curatrice Benedetta Bini) mi ha riservato una piacevolissima sorpresa: quella di conoscere, sia pure attraverso tre soli brevi racconti, una autrice di cui si può dire che si siano perse le tracce, o meglio della quale, almeno nel nostro paese, le tracce non sono mai di fatto comparse.
Mary Cholmondeley (il cognome pare si pronunci all’incirca chumdly) non è probabilmente un’autrice imprescindibile, ma sicuramente dalla lettura di questi racconti emerge come scrittrice estremamente raffinata, che potrebbe forse occupare un posto non secondario nell’ambito di quel periodo cruciale per la letteratura britannica, ed in generale per la cultura mondiale, che segna il passaggio dal XIX al XX secolo. Purtroppo questo volumetto è l’unica traduzione di sue opere in italiano, a fronte di una produzione letteraria cospicua.
La sua biografia, così tipica della donna intellettuale del periodo vittoriano, può aiutarci ad avvicinare questa misconosciuta autrice.
Nata nel 1859 nello Shropshire, apparteneva ad una famiglia di antica nobiltà sassone: suo padre era un alto prelato. Visse sempre in famiglia senza mai sposarsi: sino quasi ai quarant’anni nella tenuta di campagna, occupandosi della madre ammalata e dei numerosi fratelli; dopo la morte della madre si trasferì con il padre pensionato e le sorelle a Londra. Diciottenne, nel 1877, annota nel suo diario: ”Che piacere ed interesse sarebbe per la mia vita scrivere libri: devo indirizzarmi verso qualcosa di nuovo, e se non mi sposerò, (il che è quanto meno improbabile, perché non possiedo né bellezza né charme) dovrei trovare una occupazione precisa, oltre i doveri domestici”.
Il suo primo romanzo, un giallo intitolato The Danvers Jewels, fu pubblicato su una rivista nel 1886, e le diede una breve notorietà. Dopo altri romanzi dimenticati, nel 1899 apparve Red Pottage, che fu un grande successo editoriale anche negli Stati Uniti ed è ancora oggi edito nei paesi anglosassoni. Il romanzo è una satira della ristrettezza mentale della vita in campagna e dell’ipocrisia ecclesiastica, ed esplora, anche se in modo molto prudente, i temi della sessualità femminile e del ruolo delle donne nell’arte, che saranno gli elementi centrali del dibattito culturale attorno alle New Women all’inizio del nuovo secolo. Fu amica tra gli altri di Henry James e di Edith Warthon ed animò un salotto letterario. Continuò anche nel nuovo secolo a scrivere romanzi e racconti, pubblicati su riviste di grande tiratura; morì a Londra nel 1925.
È quindi, quello di Mary Cholmondeley, il ritratto di una perfetta dama inglese, se non fosse… per la sua letteratura, almeno per quella parte di essa che emerge da questi tre racconti, che ci narrano una storia diversa: quella di una autrice pienamente immersa nel clima di incertezza e di cambiamento, culturale e sociale, che caratterizza il volgere del secolo, e che questo clima riesce ad interpretare attraverso storie spiazzanti, che mettono in risalto il lato oscuro dell’esistenza e scardinano le sicurezze costruite attorno alla istituzione per eccellenza della società vittoriana ed in generale borghese: la famiglia. In questa precisa direzione vanno infatti il primo e l’ultimo dei racconti compresi in questo volume, mentre il secondo, come vedremo, è innanzitutto una satira dell’ambiente borghese con velleità artistiche.
L’autrice in questi racconti utilizza con estrema maestria la suspense e la tecnica del ribaltamento finale della realtà percepita dal lettore, costringendolo, come giustamente dice la curatrice del volume nella sua postfazione, a rileggere i racconti con occhi nuovi.
Il primo racconto, La moglie di Geoffrey, fu pubblicato in una rivista nel 1885. Pur essendo un racconto giovanile è forse quello in cui la capacità di scrittura della Cholmondeley emerge maggiormente, anche nel senso di un certo sperimentalismo sintattico: mentre infatti la maggior parte del racconto è scritta utilizzando il passato, nei passaggi più convulsi e drammatici la narrazione passa improvvisamente al presente, invitando in questo modo il lettore ad entrare in scena, ad essere presente nel momento in cui il dramma si sta compiendo.
Il racconto inizia in un modo estremamente idilliaco, tanto da dare l’impressione di una stucchevole convenzionalità. Una giovane coppia inglese è in luna di miele a Parigi. I due sono l’immagine della felicità: belli e solari ”nonostante fossero inglesi”, tutti, nel piccolo albergo in cui alloggiano, sono innamorati del robusto Geoffrey e della minuta e delicata Eva. Finite le due settimane di soggiorno, decidono di fermarsi ancora un paio di giorni per assistere alla grande festa lungo gli Champs Elysées in occasione dell’esposizione universale. Così, la sera, i due si trovano a camminare in mezzo ad una folla immensa che riempie i viali e Place de la Concorde. Devono rientrare in albergo a piedi in quanto le carrozze non circolano più. Improvvisamente il racconto della dolce vita di una giovane coppia in amore si trasforma in un dramma, perché la tensione scoppiata tra la folla e la polizia a cavallo crea una calca che rischia di travolgere i giovani sposini. Non mi addentro oltre nella trama perché il racconto è affascinante in buona parte per la tensione che l’autrice è in grado di creare nel lettore e per il finale a sorpresa. Come detto, Mary Cholmondeley dimostra subito le sue capacità di scrittrice: la storia infatti accumula tensione anche grazie al repentino passaggio da una narrazione basata sul rassicurante passato remoto a brani nei quali viene impiegato un ansiogeno presente. Oltre agli aspetti formali, però, vi sono almeno due elementi sostanziali che fanno a mio avviso di questo breve racconto una piccola chicca. Il primo è il trattamento che l’autrice riserva all’istituzione fondante la società vittoriana, la famiglia, e alla sua narrazione ufficiale. Nelle prime pagine la coppia protagonista ci viene descritta come perfetta, troppo perfetta per essere vera. Sembra di trovarsi di fronte all’incipit di un racconto rosa, come probabilmente ne venivano pubblicati tanti proprio nelle riviste a larga diffusione dell’epoca. Tuttavia, rileggendo il racconto dopo lo sconcertante finale non potrà sfuggire l’intento ironico di quelle pagine, la volontà di descriverci un mondo delle nuvole che dovrà fare i conti presto con la realtà. E la realtà che l’autrice ci descrive è il secondo elemento notevole della storia: il mondo tranquillamente borghese, sciropposo, dell’incipit è spazzato via dall’agire convulso e inconscio della massa, che si muove senza sapere chi o cosa travolgerà sul suo cammino, scandito da un impersonale rumore di fondo più volte richiamato dall’autrice. Credo che analizzando questi elementi alla luce dei sommovimenti sociali che caratterizzavano la fine dell’800, si possa trovare in questo piccolo racconto una metafora estremamente efficace dell’irrompere delle masse come soggetto politico nella apparentemente cristallizzata società vittoriana. Ci sarebbe in realtà anche un altro elemento di estrema importanza nel racconto, che evidenzia ancora più lo scardinamento operato dall’autrice delle certezze familiari della società vittoriana, ma non è possibile accennarne per non svelare troppo della trama.
Il secondo racconto, che dà il titolo al volume, è del 1908, ed è anche quello che si distacca di più dagli altri, per il suo tono meno drammatico e per l’attenuazione del ruolo spiazzante del ribaltamento finale della realtà percepita, che pure in parte sussiste.
La vicenda è narrata in prima persona da una scrittrice che sta terminando una sua opera nella dolce campagna inglese. Uscita nel tardo pomeriggio in cerca di ispirazione, incontra sotto una pioggia improvvisa una signora dai vestiti laceri e fangosi, ed insieme cercano un riparo. Decide di ospitare nella propria stalla per la notte la sconosciuta, che crede essere l’evasa da un vicino carcere di cui aveva sentito parlare. Le offre quindi un bagno e la cena, ascoltandone la lunga storia di progressiva emarginazione dovuta alla dipendenza dalla morfina che cominciò ad assumere assistendo il marito malato, il suo progressivo scendere i gradini della scala sociale sino ad arrivare all’ultimo, quello di vagabonda. La mattina la donna scompare, e più tardi la scrittrice apprende che l’evasa è stata arrestata. Quando, tempo dopo, la narratrice visita il carcere in cui l’evasa è rinchiusa, le viene concesso di visitarla e…
Qui la suspense non gioca un ruolo così essenziale, essendo il racconto in buona parte giocato sul contrasto tra le due figure di donna: da un lato l’ironica (forse autoironica) rappresentazione della scrittrice – narratrice e del modo in cui affronta la situazione, tra ansie per la pulizia dei pavimenti e necessità frustrate di affermare la propria notorietà artistica, e dall’altro il dramma esistenziale ma anche la libertà intellettuale della vagabonda, nei cui tratti si possono rinvenire quelli caratterizzanti le New Women di inizio secolo.
L’ultimo racconto, La mano sul chiavistello, fu pubblicato nell’ambito della stessa raccolta del precedente, ma si riallaccia maggiormente al primo in quanto a tematiche trattate e meccanismo narrativo.
E’ ambientato nel nord degli Stati Uniti durante la guerra civile: in una casa isolata nella prateria (una prateria che ricorda molto la brughiera di Hardy) vive una giovane coppia. Lei è originaria di una città del sud e ha seguito il marito, esattore delle imposte, in quel contesto isolato. Soffre la solitudine, anche perché il marito è spesso assente per il suo lavoro, e si tiene occupata con la lettura. Il racconto inizia con la prima neve, che preannuncia la lunga stagione dell’isolamento totale. La protagonista è sola in casa, ma freme perché un avvenimento sta per cambiare la sua vita: è incinta e vuole comunicare la grande novità al marito. Quando questi arriva, subito le dice che deve ripartire all’alba, per andare in città a mettere al sicuro i loro risparmi, che con la guerra rischiano di svanire nel nulla. Starà via una sola notte; la moglie però deve nel frattempo custodire l’ingente somma che il marito ha riscosso con il suo lavoro, e questo lo preoccupa, perché in zona vi sono molti soldati sbandati. Lei, a fronte della preoccupazione del marito, decide di rimandare il lieto annuncio e si dice pronta ad affrontare il rischio di stare una notte sola con tanto denaro in casa. Il marito le raccomanda comunque di non aprire a nessuno, per nessuna ragione.
Il racconto quindi si dipana in un crescendo di tensione sino al drammatico finale, che anche in questo caso ribalta la realtà percepita dal lettore.
Dal punto di vista della tecnica narrativa questo racconto è forse più piano di La moglie di Geoffrey, ma ciò non impedisce che il crescere della suspense sia offerto al lettore con la sapienza della scrittrice consumata, tramite un periodare che, anche se è in terza persona, non fa intervenire il narratore onnisciente, guidandoci direttamente nella storia con gli occhi e il pensiero della protagonista, con la visione quindi parziale di una realtà che come detto non è tale.
Anche in questo caso al centro del racconto c’è il nucleo familiare, il contrasto tra l’apparente ordine sociale che in esso vige e l’abisso di orrore che vi si può nascondere.
Mary Cholmondeley si rivela grazie a questo volumetto una scrittrice che a buon titolo frequentava James e Wharton, visto che con questi autori (significativamente entrambi statunitensi europeizzati) condivide le tematiche dell’ambiguità della realtà, del contrasto tra quest’ultima e le costrizioni imposte dalle relazioni sociali, che tentano invano di nasconderne il lato oscuro. È una scrittrice vera, che utilizza al meglio le possibilità espressive tipiche del racconto breve e la capacità di creare tensione e suspense, essendo in grado in poche pagine di sconcertare il lettore e di scardinare alcune delle sue certezze di fondo. In Gran Bretagna il passaggio dal XIX al XX secolo assunse la forma concreta della fine del lungo regno vittoriano, con il suo positivismo ipocrita: molti grandissimi autori (oltre a quelli già visti basti citare Oscar Wilde) seppero essere interpreti di questo passaggio epocale: accanto a loro sarebbe forse giusto riservare un posto adeguato a questa misconosciuta scrittrice.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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