Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Novecento, Recensioni

Postimpressionista o premodernista? Semplicemente un capolavoro a cavallo di due epoche

lordjimRecensione di Lord Jim, di Joseph Conrad

Feltrinelli, Universale economica – I classici, 2002

Per uno strano caso mi sono ritrovato a leggere in sequenza tre libri di letteratura inglese editi in un lasso di tempo piuttosto breve, tra il 1886 e il 1912: oltre al piccolo volume contenente tre racconti di Mary Cholmondeley, infatti, prima di Lord Jim ho affrontato Il mondo perduto di Arthur Conan Doyle. Tutti e tre i libri contengono storie che potrebbero apparire di genere: storie che narrano di avventure, di viaggi in paesi esotici e sconosciuti, oppure storie di terrore. Tutti, infine, sono stati originariamente pubblicati su riviste a larga tiratura, anche se il Blackwood’s Edinburgh Magazine, sul quale apparve a puntate tra 1899 e 1900 (raramente date furono più simboliche) Lord Jim, era una rivista illustre, che aveva ospitato nel tempo autori del calibro di Shelley, Coleridge e Wordsworth, e non può quindi paragonarsi alle riviste popolari su cui pubblicavano Cholmondeley e Doyle.
Le somiglianze tra questi tre libri, però, finiscono qui. Altrove ho già fatto notare la distanza sia formale sia sostanziale che intercorre tra il romanzo di Doyle e i racconti di Cholmondeley: molta di più è possibile rinvenirne tra le opere di questi due autori e il romanzo di Conrad, a testimonianza della straordinaria ricchezza e varietà della letteratura britannica al passaggio tra XIX e XX secolo, della quale peraltro questa triade di autori rappresenta solo una minima parte. Questa distanza può essere espressa con una formulazione qualitativa, che è bene a mio avviso puntualizzare subito: mentre Il mondo perduto si eleva rispetto al romanzo di genere solo formalmente, e unicamente grazie all’abilità tecnica dell’autore, mentre ancora i racconti della Cholmondeley rappresentano sicuramente opere di un livello letterario molto buono, nel caso di Lord Jim ci troviamo di fronte ad un vero e proprio capolavoro, ad uno dei (secondo me fortunatamente moltissimi) capisaldi della letteratura di tutti i tempi.
Lord Jim è un capolavoro perché dotato di una stratificazione narrativa che permette diversi livelli interpretativi, perché ciascun lettore può trovarvi la propria storia, perché pone interrogativi che tutti ci siamo prima o poi posti (o che ci porremo, nel caso fossimo molto giovani), perché parla di un uomo (uno di noi, secondo la famosa chiosa dell’introduzione al romanzo scritta da Conrad nel 1917) ma anche di un mondo, che per analogia potrebbe essere il nostro mondo, ed infine (last but not least) perché è scritto in modo meraviglioso. Il linguaggio di Lord Jim, forse anche a causa del fatto che per Conrad l’inglese era la terza lingua, è estremamente evocativo, denso di cromatismi, oserei dire postimpressionista; a mio avviso deve molto a colui che può essere considerato il grande maestro di Conrad, Robert L. Stevenson (anche se Conrad faticò a riconoscere tale ascendenza), e forse trova suoi corrispettivi nei quadri di Paul Gaugin (anche per la comunanza di temi) e nella musica di Claude Debussy. Un linguaggio che affonda le sue radici nell’800 al servizio di una storia che come vedremo anticipa il ‘900, ovvero un romanzo al contempo postimpressionista e premodernista: ecco ciò che ritengo uno dei motivi dell’indubbio fascino di questo libro.
Mi rendo conto però di avere mentito, affermando che ciascun lettore può trovare la propria storia in Lord Jim: in realtà, come testimoniano le stroncature e gli abbandoni reperibili in rete, ci sono lettori che vengono negativamente spiazzati da questo romanzo: sono quelli che – attratti dall’ambientazione esotica – credono di essere di fronte ad un romanzo d’avventura, scritto da una sorta di Salgari inglese (inglese?) Le loro speranze, provo ad azzardare, rimangono abbastanza salde per i primi quattro capitoli, anche se l’inizio non è proprio quello folgorante che si aspettavano: troppo prosaico che l’eroe del libro venga presentato come un abile piazzista, troppo confusa la descrizione del primo fallimento di Jim, giovane apprendista marinaio, in una notte di tempesta. La storia del Patna, subito dopo, sembra promettere bene: c’è un capitano rinnegato tedesco del Nuovo Galles del Sud ed anche il resto della ciurma è composto da pochi di buono. All’improvviso però, dopo che neppure si è capito bene cosa sia successo, c’è un brusco salto temporale in avanti e ci si trova nel bel mezzo di una indagine a carico di Jim: la confusione narrativa sembra al suo apice, ma la volontà è ancora quella di andare avanti, per vedere come andrà a finire. Tutto sommato una certezza ancora c’è, ed è rappresentata da uno dei fari cui affidarsi in questi casi: il narratore onnisciente, che, se all’inizio ha creato un po’ di nebbia con il suo procedere per salti, saprà certo anche portare la nave del racconto nel porto sicuro della sequenzialità e dell’azione. Ma ecco che, a partire dal quinto capitolo, viene meno anche quest’ultima certezza: al narratore onnisciente si sostituisce Marlow, un marinaio più anziano del giovane Jim, che lo incontra durante il processo che questi subisce per il brutto affare del Patna, che gli diviene amico e che da questo momento parlerà di Jim sia raccontando dei suoi incontri e colloqui con lui, sia riferendo quanto ha saputo sulla sua vita da altre persone. Marlow racconterà le storie di Jim ”… in seguito, molte volte, in lontane parti del mondo… Forse un dopocena, su una veranda adornata da un immobile fogliame e coronata di fiori, nell’oscurità dell’imbrunire punteggiata dalle estremità ardenti dei sigari.” Marlow sconvolge le residue certezze o speranze dei nostri lettori: è infatti un narratore ancora più confusionario del primo, perché non scrive ma parla, e parlando ovviamente salta di palo in frasca, anticipa fatti su cui deve tornare, racconta altre storie nella storia, si dilunga in considerazioni personali. Inoltre Marlow, non essendo onnisciente, non conosce tutta la storia, ma solo dei pezzi, ed anche quelli sono filtrati dalla sua esperienza, dal suo modo di vedere le cose. Insomma, i nostri lettori in cerca di avventure si sentono traditi: la storia non decolla, perché accada qualcosa è necessario sorbirsi pagine e pagine di elucubrazioni, e quando qualcosa finalmente accade raramente è l’azione a dominare. Il risultato è l’abbandono del libro o, giunti alla fine, la sua classificazione come noioso o confuso, sino al lancio del sommo anatema: romanzo lento (sulla lentezza in letteratura – e non solo – come disvalore si potrebbe aprire un proficuo dibattito socio-filosofico).
Per chi invece non è in cerca di un romanzo d’avventura ma di un’opera nella quale questa sia costituita dalla capacità del narratore di far riflettere, di porre degli interrogativi essenziali, di parlare di un mondo che anche se lontano nel tempo e nello spazio può essere percepito come attualissimo, il vivere di Jim attraverso gli occhi, a volte benevoli, a volte irritati, a volte delusi, a volte commossi di Marlow costituisce uno degli elementi di maggior fascino del romanzo, oltre che essere uno dei connotati che lo proiettano di peso verso il ‘900 letterario. Quello di Marlow non è un vero e proprio stream of consciousness, ma qualcosa che gli somiglia molto, lo definirei uno stream of chats, che si protrae praticamente ininterrotto per ben 41 capitoli, e rappresenta, come dice benissimo Domenico Starnone nella sua preziosa prefazione, la grande invenzione di Conrad, l’espediente attraverso il quale ci consegna una storia enigmatica e sfaccettata, in cui come detto ciascuno di noi può trovare la propria storia, senza essere costretto ad accettare la verità che il narratore onnisciente per definizione fissa. Non a caso in un altro dei suoi capolavori assoluti, Cuore di tenebra, scritto quasi contemporaneamente a Lord Jim, la storia sarà raccontata sempre da Marlow, che peraltro compare anche in alcuni altri romanzi di Conrad.
Ma quali sono gli interrogativi che pone questo grandissimo ed inquietante romanzo? Il primo, e forse quello centrale, riguarda quello che sarà uno dei grandi temi della letteratura novecentesca: l’inadeguatezza dell’individuo rispetto ai suoi compiti morali e sociali.
Jim sin dall’inizio si immagina in grado di compiere grandi imprese, “…salvare persone da navi che affondano, recidere l’alberatura durante un uragano, nuotare tra la spuma dei marosi con una gomena…”, ma già alla prima prova vera, il soccorso ad alcuni marinai in mare dopo una collisione, giungerà tardi. In seguito ci sarà il brutto affare del Patna, uno degli episodi centrali del romanzo e senza dubbio quello che segnerà la vita di Jim. Egli paga il debito con la società per il suo comportamento inadeguato (a differenza dei suoi compari), ma questo per lui non ha importanza: deve riscattarsi, deve avere un’altra possibilità, e sinché questa non arriverà sarà costretto a scappare, inseguito dai suoi fantasmi interiori. L’occasione si presenta grazie all’affetto di Marlow e alla fiducia di Stein, ed egli la sfrutta, divenendo Tuan Jim, il signore della comunità indigena di Patusan, saggio e deciso: lì trova anche l’amore, e sembra che i suoi fantasmi siano ormai scomparsi, sinché il fiume non viene risalito dalla nave di Brown. Molti di noi, credo, si ritrovano in Jim, nelle sue paure, nei suoi balbettii e nei suoi sogni: la distanza tra ciò che crediamo di essere e ciò che realmente siamo è esperienza comune di chi almeno una volta abbia provato ad analizzare con schiettezza i propri comportamenti, ed a tutti è capitato di giungere troppo tardi o di abbandonare una nave che sta affondando, cercando poi di riscattarsi.
Per spingerci un po’ oltre questa accezione individualistica della vicenda di Jim possiamo aggiungere però una constatazione: Jim non è codardo (lo dimostra molte volte, specie nel finale), non è furbo: è inadeguato perché le cose, le circostanze, sono maledettamente complicate, e lui non riesce a prendere la decisione giusta. Jim non è in sintonia con il mondo, o meglio il mondo in cui vive funziona secondo logiche che gli sono estranee: le logiche degli affari, dello sfruttamento, della sopraffazione. Le sue decisioni, almeno a Patusan, (detto per inciso: quante somiglianze tra questo remoto insediamento e la base di Kurtz) sono dettate da un profondo senso di giustizia ed anche di fiducia nel prossimo, ma si riveleranno inadeguate rispetto alle regole sociali, generando in chi nell’ambito di queste regole ha costruito il suo piccolo potere il sordo rancore che porterà all’epilogo della vicenda.
Ampliando ancora un po’ lo sguardo possiamo chiederci: chi è Jim, chi rappresenta specificamente? Conrad ci dice che è uno di noi, ma chi siamo noi? Io sposo appieno la tesi di Starnone, secondo cui noi siamo tutta la ”gente di buoni sentimenti, anime belle dell’Occidente” che ancora crede nella favola della civiltà superiore, della democrazia da esportare, dei valori delle nostre radici contrapposte a quelle di altri, e non vede come veramente funziona il mondo in cui viviamo. Rileggiamo in questa chiave alcuni passaggi del libro, ed in particolare la parte della storia che si svolge a Patusan: Jim diviene, come detto, Tuan Jim perché libera gli indigeni dalle scorrerie di Sherif Ali e dall’oppressione di Tunku Allang, che si contendevano il predominio dei commerci sfruttando la popolazione, ed esautora il corrotto portoghese Cornelius. L’arrivo di Brown sancirà l’inevitabile fine della ingenua democratizzazione di Patusan, perché Brown rappresenta la vera anima dell’impresa coloniale, l’anima nera, quella della depredazione delle materie prime, della violenza, della schiavitù: Jim non riconosce questa anima e ritiene che Brown, essendo un bianco, agisca sulla base di un codice morale simile al suo: per questo gli concede di andarsene. Ma Brown e Cornelius sanno come funziona il mondo, e per loro sarà semplicissimo ricacciare Jim nel baratro della sua inadeguatezza, che ora gli concederà una sola via d’uscita.
Ho tralasciato tantissime cose di questo splendido libro: le storie dei personaggi minori, l’amore di Jim per Gioiello, le vivide descrizioni di porti, isole, mari e foreste: ho cercato di dire il meno possibile sulla trama, a costo di essere criptico, perché questo è un libro che va letto in prima persona, gustandolo pagina dopo pagina, perché a tutti può lasciare molto, qualcosa, o forse solo la coscienza di essere un libro maledettamente lento.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

2 pensieri riguardo “Postimpressionista o premodernista? Semplicemente un capolavoro a cavallo di due epoche

  1. Bellissima V. questa tua recensione affresco che intanto mi ha fatto conoscere “Lord Jim” che non ho letto e poi mi ha fatto ritrovare Marlow e, soprattutto, quella cosa tipicamente conradiana di far passare i suoi personaggi dai grandi ideali e dai grandi propositi per farli giungere alla scoperta delle proprie fragilità e delle difformità tra l’idea che ci si fa della realtà e ciò che essa si rivela essere e su cui le possibilità di dominio da parte dell’uomo si rivelano effimere. Ma ho trovato anche nella tua recensione una eco delle parole che Henry James scrive in un suo saggio su un altro libro di Conrad: “Destino”, a proposito del “metodo” di Conrad e delle “difficoltà” per il lettore, a cui tu fai cenno e che portano alla condanna di un testo in quanto “lento”. Dice James: “Conrad ha un posto assolutamente unico come seguace del sistema di fare una cosa nel modo che richiede più fatica. Farla nel modo che ne richiede meno è il sistema con cui in generale siamo abituati a veder vincere premi….Nulla potrebbe interessarci quanto vedere il valore esemplare dell’attenzione prestata dall’autore e richiesta al lettore” (H. James – “Destino: il tempo, la società” in J. Conrad – “Destino” – Bompiani – 1985 pp.VI, VII) ….e se lo dice Henry James.
    Un carissimo saluto
    R.

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