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Buoni spunti mal sviluppati, ovvero come fu che l’antiHolmes restò inespresso

IlVecchionellAngoloRecensione de Il vecchio nell’angolo, di Emma Orczy

Sellerio, La memoria, 1996

La fama della Baronessa Emma Orczy, il cui nome completo era Emma Magdolna Rozália Mária Jozefa Borbála Emmuska Orczy de Orci, è legata a quella del suo personaggio letterario più famoso: la Primula Rossa, uno degli eroi per antonomasia della letteratura d’appendice di inizio ‘900. Tra il 1905 e il 1940 furono pubblicati con grande successo una dozzina di romanzi centrati su questo personaggio, un insospettabile damerino inglese che si trasforma nell’implacabile giustiziere che salva i nobili francesi dalla ghigliottina durante il periodo del cosiddetto Terrore rivoluzionario.
La Primula Rossa, personaggio tanto famoso da essere divenuto nella nostra lingua sinonimo di misterioso latitante in grado di beffare le forze dell’ordine, è oggi in realtà piuttosto dimenticato dalla nostra editoria, tanto che negli ultimi decenni si registra solo la pubblicazione di un volume per ragazzi: eppure credo che la riedizione dei più significativi romanzi aventi come protagonista l’inafferrabile nobiluomo sarebbe utile per comprendere il clima culturale inglese dei primi decenni del XX secolo, nel quale si colloca l’opera di Emma Orczy. Tra l’altro la Primula Rossa è sicuramente il prototipo di molti personaggi successivi, che hanno fortemente segnato la cultura popolare del XX secolo, da Zorro – tanto per citare un eroe televisivo caro alla mia generazione – a Superman a molti altri, tutti basati sulla idea di Emma Orczy di un personaggio apparentemente inetto ed impacciato capace di trasformarsi in impavido eroe a soccorso degli oppressi (?).
Il personaggio principale creato da questa scrittrice ci dice molto sulla sua personalità e sulle sue idee. Emma Orczy era una rappresentante dell’alta nobiltà agraria ungherese: nata nella seconda metà del XIX secolo, si trasferì adolescente in Inghilterra con la famiglia a causa delle rivolte dei contadini nelle tenute del padre. Divenne a tutti gli effetti britannica e nel 1894 sposò un pittore inglese, che la incoraggiò a pubblicare le sue opere. Fervente credente, fortemente reazionaria ed anticomunista, sosteneva convintamente la innata superiorità dell’aristocrazia così come l’imperialismo e il militarismo britannico; durante la prima guerra mondiale animò un’associazione di donne a sostegno dello sforzo bellico. Nella Primula Rossa, eroe reazionario, troviamo, traslati nella finzione del romanzo storico, tutti gli ideali dell’autrice, a partire dalla difesa dell’ancien régime nei confronti dell’usurpazione e del disordine rivoluzionario. Da questo punto di vista la Primula Rossa rappresenta forse l’operazione letteraria ideologicamente più scoperta volta a esorcizzare presso il pubblico piccolo-borghese e popolare cui si rivolgeva le inquietudini sociali che attraversavano all’epoca la società britannica ed europea in genere, proponendo la figura di un eroe positivo schierato in difesa di uno status quo inteso come intrinsecamente giusto e naturale.
Ma Emma Orczy non è solamente la creatrice della Primula Rossa: questo volume edito una ventina di anni fa da Sellerio ma ancora reperibile in libreria ci presenta un altro dei suoi personaggi, forse – pur con tutti i suoi limiti – ancora più significativo per la storia della letteratura, o quanto meno per la storia del genere giallo: l’uomo senza nome che, seduto nell’angolo di un pub risolve chiacchierando con una altrettanto anonima giornalista/narratrice, basandosi esclusivamente sulle sue capacità di deduzione logica, i delitti più inquietanti e misteriosi, rispetto ai quali la polizia brancola nel buio.
La serie che vede come protagonista l’uomo nell’angolo è composta di dodici racconti, tutti simili nello svolgimento – tranne uno che riserva un solo accennato ma clamoroso colpo di scena – che apparvero tra il 1905 e il 1909, dunque nello stesso arco di tempo in cui l’autrice era alle prese con i primi volumi dell’epopea della Primula Rossa. Da circa vent’anni era uscito il primo romanzo con protagonista Sherlock Holmes, ed il detective di Baker Street che fa della deduzione (anche se in realtà i ragionamenti di Doyle afferiscono più propriamente all’abduzione che alla deduzione propriamente detta) il metodo per risolvere i più inspiegabili delitti era ormai un’icona letteraria, tanto che l’autore sarà costretto a resuscitarlo. Il Vecchio nell’angolo di Emma Orczy mutua sicuramente da Conan Doyle il metodo investigativo basato sulle capacità logiche del protagonista, ma vi aggiunge altri elementi originali, uno dei quali darà vita a un vero e proprio sottofilone del genere: quello del detective in poltrona. Il lettore incontra infatti sempre il vecchio nell’angolo del medesimo locale pubblico, ma non solo: ciò che lo caratterizza è che egli non si è quasi mai recato sulla scena del delitto, tranne in sporadici casi: al più ha assistito alle udienze investigative del coroner, e le sue considerazioni derivano unicamente da ragionamenti logici. In rete si trovano affermazioni secondo le quali il Vecchio nell’angolo sarebbe stato il primo detective in poltrona della storia della letteratura, tuttavia mi sento di affermare a ragion veduta che ciò non è vero, avendo egli avuto quanto meno un più che illustre predecessore nel personaggio che ha in qualche modo inventato la figura del detective, Auguste Dupin di Edgar A. Poe, il quale risolve Il mistero di Marie Rogêt basandosi esclusivamente sulle informazioni che assume grazie ai resoconti del suo aiutante. Nonostante la mancata primogenitura, è indubbio che il personaggio del Vecchio nell’angolo rappresenti uno degli archetipi di tale tipologia di investigatore, che come detto sarà rappresentata nel corso del ‘900 da altre figure celebri, quali Nero Wolfe di Rex Stout e il frammentario ed eccentrico Abilio Quaresma di Pessoa.
Emma Orczy introduce però altri elementi di anomala radicalità nel suo personaggio, tra i quali spicca il fatto che di lui non sappiamo nulla, neppure il nome: è semplicemente un uomo anziano, piuttosto sgradevole che interloquisce con una giovane giornalista appassionata di cronaca nera. Vediamo come viene descritto nel primo racconto: ”Non credo di avere mai visto prima qualcuno così pallido, così magro, con capelli così bizzarramente chiari, ben ravviati a scoprire la cima tondeggiante di un’evidente calvizie”. Nei momenti salienti delle sue spiegazioni egli tormenta immancabilmente una cordicella, facendo e disfacendo in continuazione complicatissimi nodi. Un vero e proprio antieroe, quindi, di cui si intuisce la vita da pensionato che ha tempo per seguire le udienze pubbliche che accompagnano le indagini della polizia sui delitti più clamorosi, che si diverte probabilmente molto a far sentire la sua interlocutrice un’idiota, ad annichilirla con l’evidenza incontestabile dei suoi ragionamenti. Altro tratto interessante dell’anonimo protagonista dei racconti – tratto che lo distingue sicuramente dal detective che agisce al fine di far trionfare l’ordine costituito – è il fatto che, come dichiara nel primo caso della raccolta, egli spesso prova una istintiva simpatia per i criminali in grado di menare per il naso Scotland Yard: nessuna conseguenza ufficiale deriva dalle sue anomale indagini condotte tra un bicchier di latte e una torta al formaggio; nessuno dei criminali che egli smaschera sarà arrestato, perché l’unica persona che raccoglie i racconti del vecchio è la giornalista, che non sembra farne alcun uso (se non quello di scrivere i racconti).
I racconti de Il vecchio nell’angolo presentano quindi indubbi motivi di interesse e di originalità rispetto al panorama della letteratura di genere dell’epoca. Se confrontiamo, come è inevitabile, la figura del loro protagonista con il coevo Sherlock Holmes si può quasi pensare ad una voluta contrapposizione: tanto conosciamo, grazie al Dr Watson, del detective di Baker street, quanto poco o nulla sappiamo del Vecchio; tanto Holmes si basa su indizi raccolti sul campo quanto il Vecchio si limita a ragionare in un pub; tanto ufficiali e riconosciuti sono i risultati di Holmes quanto evanescenti e senza conseguenze pratiche le conclusioni dell’anonimo protagonista dei racconti di Emma Orczy.
Accanto a questi elementi di originalità troviamo però a mio avviso anche degli oggettivi limiti rispetto alla capacità che questi racconti hanno di uscire da un ambito strettamente di genere per divenire a tutti gli effetti dei piccoli classici; molti di questi limiti sono legati alla forma stessa del racconto di poche decine di pagine che l’autrice diede alle sue storie, che impediscono l’approfondimento di spunti che forse ambiti narrativi più estesi avrebbero permesso di sviluppare meglio.
Innanzitutto la caratterizzazione dei due unici personaggi che – a parte i protagonisti dei delitti evocati durante la narrazione – agiscono nei dodici racconti, è giocoforza molto netta ed anche, se vogliamo, grezza e ripetitiva, e ciò costituisce a mio avviso il limite più evidente dei racconti: si ha come l’impressione che gli spunti caratteriali sopra descritti, anche se indubbiamente dotati come detto di un buon grado di originalità, rimangano in superficie, e che avrebbero potuto essere sviluppati meglio da un autore meglio attrezzato quanto a capacità di costruire personaggi a tutto tondo. In fondo, la storia della letteratura gialla è la storia di grandi investigatori ai quali il lettore si affeziona, magari anche detestandoli, per alcuni tratti del loro carattere, che permettono di riconoscere in qualche modo i meccanismi mentali messi in moto per risolvere i casi in cui sono coinvolti: proprio l’originale anonimato del Vecchio fa invece mancare la possibilità per il lettore di associare il ragionamento al personaggio, con il risultato che i racconti, strutturalmente come detto tutti molto simili, divengono dei semplici resoconti impersonali, nei quali prima c’è l’esposizione dei fatti come emersi durante l’inchiesta del coroner, quindi l’ipotesi ufficiale, logica ma fallace su come si siano svolti, ed infine il riesame dei fatti alla luce delle capacità abduttive del Vecchio. In particolare il resoconto degli avvenimenti, che occupa la gran parte dei tre – quattro capitoletti in cui ciascun racconto è suddiviso, perde vivacità per il fatto di essere raccontato dal Vecchio ed anche perché – essendo funzionale alla soluzione finale, è in genere intriso di particolari che lo appesantiscono da un punto di vista narrativo.
Inoltre, a volte la costruzione logica appare piuttosto arzigogolata, e sembra che l’autrice abbia esagerato nell’immaginare la sua soluzione, rendendola artificiosa, mentre altre volte si ha l’impressione che la soluzione dell’enigma poliziesco fosse talmente semplice che non si capisce come la polizia non ci sia arrivata da sola.
Questi elementi ci descrivono a mio avviso la non piena capacità della scrittrice di maneggiare la tecnica del racconto investigativo, capacità che comunque sembra affinarsi con il procedere delle storie.
Va infine segnalato l’enigma del colpo di scena cui accennavo sopra, che si verifica al termine del terzo racconto: non voglio dir nulla nel merito, perché trattandosi di storie gialle sarebbe scorretto da parte mia togliere al possibile lettore il gusto della scoperta, ma è indubbio che si tratta di un colpo di scena strano, anche per il fatto di avvenire durante uno dei primi racconti della serie, potenzialmente estremamente interessante e foriero di sviluppi narrativi inusitati, se non venisse lasciato cadere letteralmente nel nulla dall’autrice nei successivi racconti.
I racconti de Il vecchio nell’angolo non rendono Emma Orczy una grande scrittrice, come del resto non la rendono tale i più famosi romanzi del ciclo della Primula rossa. Essi si inseriscono appieno nella letteratura di genere che veniva sfornata a grande mani sulle riviste popolari britanniche di epoca vittoriana e dei primi decenni del ‘900, che svolgevano un preciso ruolo nella creazione del consenso sociale e nella legittimazione del potere delle classi dominanti. Rispetto allo schema del racconto giallo, canonizzato da Sir Arthur Conan Doyle non a caso proprio in quell’epoca, riprende la visione di derivazione schiettamente positivista che sta alla base del metodo scientifico utilizzato dal protagonista, visione che peraltro appare di retroguardia rispetto al clima culturale dell’epoca; si distacca tuttavia dal canone holmesiano soprattutto per la diversa caratterizzazione della figura dell’investigatore, che appare qui nelle vesti di un anonimo antieroe che non svolge alcun ruolo di rassicurazione sociale, anzi – come si può leggere in particolare nel terzo racconto – potrebbe trasformarsi in un fattore disturbante rispetto a tale necessaria rassicurazione. Purtroppo questi elementi che, se opportunamente sviluppati, avrebbero forse potuto fare del Vecchio un notevole personaggio della letteratura di inizio novecento, sono solo accennati, ed in alcuni casi quasi abortiti, per quella che si dimostra essere l’angustia letteraria strutturale dell’autrice, cui manca il colpo d’ala necessario per librarsi nei cieli della grande letteratura. Del resto, forse non era intenzione della creatrice della Primula rossa andare oltre.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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