Pubblicato in: Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Novecento, Recensioni, Teatro

La maturità, meno esplosiva, del grande drammaturgo

TeatroPinter2Recensione di Teatro – Volume secondo, di Harold Pinter

Einaudi, Tascabili, 1996

Questo secondo volume Einaudi sul teatro di Harold Pinter permette di conoscere la produzione drammaturgica più significativa della maturità dell’autore, di un lungo periodo creativo che va dal 1962 sino all’inizio degli anni ‘90.
La suddivisione in due volumi di questa proposta editoriale trova infatti riscontro nella diversità di argomenti trattati e di tono che caratterizzano le commedie qui proposte rispetto a quelle riportate nel volume precedente. Formalmente gli elementi del pinteresque ci sono tutti: l’ambientazione in spazi chiusi (nessuna delle scene dei tredici lavori di cui si compongono i due volumi si svolge all’aperto), l’alternanza di dialoghi serrati e monologhi più o meno lunghi, il ruolo determinante svolto dalle pause di silenzio. Pinter però abbandona definitivamente i toni del teatro dell’assurdo, della commedia della minaccia che avevano caratterizzato la sua produzione giovanile, e – proseguendo e diversificando un’evoluzione tematica già preannunciata nell’ultima commedia del primo volume, Il guardiano, porta il suo teatro verso una dimensione più mainstream, con testi a mio avviso meno originali e potenti, affrontando temi anche privati, a volte più afferenti alla commedia di costume ed altre volte più scopertamente politici, legati alla denuncia dei meccanismi del potere o dell’oppressione dei popoli, rasentando tuttavia in questo caso la tendenza ad essere sottilmente didascalico. Siamo comunque sempre nell’ambito del grande teatro, ma è a mio modo di vedere indubbio che la maturità di Pinter lo abbia visto – forse per il mutare della situazione culturale e sociale in cui era immerso, forse per l’esaurirsi del filone creativo giovanile, forse anche perché l’autore aveva nel frattempo acquisito quella ufficialità che lo porterà al premio Nobel – approdare verso lidi più tranquilli e forse scontati, perdere quella capacità di mostrarci il lato oscuro della società e dell’esistenza attraverso l’apparente assurdità della normalità.
Esemplare da questo punto di vista è la prima commedia proposta da questo volume: L’amante, del 1962. Sono passati solo tre anni dalla scrittura de Il guardiano, ma è davvero come se ci trovassimo di fronte ad un altro autore, oppure ad un Pinter che si è preso una pausa. Vera e propria commedia di costume, per quanto ardita, L’amante narra di una coppia borghese che accetta serenamente il reciproco tradimento, al punto che lui, uscendo la mattina per andare al lavoro, chiede alla moglie se nel pomeriggio verrà il suo amante, per potersi regolare per il ritorno. Anch’egli, del resto, frequenta quella che definisce una puttana, con la piena comprensione della moglie delle sue necessità di svago. La trasgressività del ménage matrimoniale si rivela però essere solamente un espediente dei due per mantenere vivo il loro rapporto. La capacità di Pinter di rendere normali dialoghi e situazioni assurde, di ammantare di convenzionalità di tono e di correttezza formale argomenti scabrosi – capacità in gioventù utilizzata quale fondamento della potenza dirompente delle commedie della minaccia – è qui piegata alle necessità di un contesto che per contrasto potremmo definire da commedia brillante, nella quale l’autore non va oltre, a mio avviso, una garbata satira sociale: il tono ironico e scanzonato rendono sicuramente L’amante una commedia gustosa, straripante di uno humor tipicamente britannico, che sicuramente avrebbe potuto costituire la base per uno sketch dei Monty Python, ma forse nulla più.
Con il successivo Il ritorno a casa riaffiora il Pinter delle prime opere: se non quello delle commedie della minaccia almeno quello de Il guardiano, cui quest’opera può essere per certi versi accostata. In una vecchia casa di Londra vivono Max, un settantenne ex macellaio, con i due figli Lenny e Joey ed un fratello più giovane, Sam, che fa il tassista. La moglie di Max è morta da tempo. Inaspettatamente giungono in visita alla famiglia Teddy, il figlio maggiore di Max che insegna filosofia in una università statunitense e che da anni non dava notizie di sé, con la moglie Ruth, con la quale ha avuto tre figli ma di cui la famiglia non sapeva nulla. Sin dalle prime battute i dialoghi tra Max, i due figli che vivono con lui e lo zio Sam rivelano la violenza e la volgarità dei rapporti familiari, i rancori e i non detti che dividono i personaggi. Max in particolare si rivela un debole padre-padrone, in perenne conflitto con i figli che lo considerano un idiota. L’arrivo di Teddy e Ruth scatena da un lato la retorica della famiglia ritrovata, dell’orgoglio per il figlio e il fratello che ce l’ha fatta, dall’altro esaspera la violenza dei rapporti tra i personaggi, rompendone i precari equilibri. La presenza della sensuale Ruth in particolare spinge la situazione familiare a degenerare, o meglio a mostrare la sua vera essenza: il fratello più giovane, con l’assenso anche del marito, ha rapporti con lei, e nel finale, in un crescendo di oscenità della situazione, nella quale anche la memoria della madre morta viene profanata, tutta la famiglia decide che Ruth debba restare con loro, incrementando le entrate della famiglia assicurate da Lenny (nome che deriva dal latino leno?), proprietario di appartamenti dove organizza la prostituzione. Mentre Teddy acconsente e torna negli USA per stare con i figli e procurare ricchi clienti, Ruth tratta le condizioni economiche del suo nuovo lavoro.
Anche qui, come ne L’amante, il tema dominante è quello delle reale natura dei rapporti familiari; anche qui viene squarciato il velo dell’ipocrisia sociale rispetto alla morale sessuale corrente (ricordiamo che l’opera fu scritta nel 1964) ma l’argomento è trattato con ben altra forza: il linguaggio esplicito, la volgarità e la sporcizia che trasudano da ogni parola detta dai personaggi, il contrasto tra le lunghe tirate di Max ad esaltazione dei valori tradizionali della famiglia e la brutalità dei suoi discorsi un attimo dopo rendono a mio avviso questa commedia una delle più riuscite di Pinter tra quelle appartenenti a questa seconda fase della sua produzione, sia pure in un contesto che non va oltre la satira sociale.
Con Vecchi tempi, del 1970, Pinter torna alle ambientazioni tipicamente borghesi ed alla denuncia delle ambiguità su cui si fondano i rapporti di coppia. Kate e Deeley sono una coppia di quarantenni, felicemente sposati, che vivono in una casa isolata sul mare. Viene a trovarli Anna, una vecchia amica di lei, con la quale Kate conviveva vent’anni prima, ai tempi in cui ha conosciuto Deeley, e che ora vive in Sicilia. Dalle rievocazioni dei vecchi tempi si intuisce che tra Deeley e Anna c’è stato qualcosa, forse molto. Commedia a mio modo di vedere ancora più debole de L’amante, ha forse il suo unico punto di forza nella vivida ed ironica rievocazione che i personaggi fanno della Londra degli anni ‘50 e del suo clima culturale.
Terra di nessuno è forse l’opera più misteriosa ed enigmatica proposta in questo volume. I due personaggi principali, Hirst e Spooner, sono entrambi artisti: Hirst è un letterato di successo, rinchiuso però nel suo mondo dorato e umanamente sconfitto (è dedito al bere); Spooner è l’artista marginalizzato dalla società, che però prova ancora a tenere i contatti con la realtà ed è forse in grado di interpretarla nei suoi aspetti reconditi, come dimostra nella descrizione del quadro che intende dipingere. Il loro incontro, i loro dialoghi, i lunghi monologhi che caratterizzano la commedia sono pieni di pensieri sull’arte e il suo ruolo, sia sociale sia culturale, rispetto alla realtà: la commedia è quindi di fatto una lunga riflessione di Pinter sul suo essere artista, nella quale Hirst e Spooner rappresentano entrambi due suoi alter-ego. Spooner cerca di spingere Hirst al di fuori del suo isolamento, offrendosi di essere il suo segretario, ma non ci riesce. Così il finale sarà amaro: il pensiero di Hirst sarà manipolato e reso coscientemente assurdo: l’artista non può neppure servirsi del suo linguaggio per comunicare e l’arte, la produzione culturale, rimane di conseguenza confinata in una terra di nessuno. Che non si muove, non cambia, non invecchia, ma che resta sempre gelida e muta che rimanda direttamente a T. S. Eliot.
Con Tradimenti, ispirato autobiograficamente ad una lunga storia d’amore clandestina dell’autore, si torna alla commedia di costume, caratterizzata tra l’altro a mio avviso da una certa banalità dei dialoghi. Ritengo che la sua unica nota significativa riguardi la struttura, che vede le scene andare indietro nel tempo tra il 1977 e il 1968. La commedia prende infatti le mosse dall’incontro in un pub tra i due protagonisti, Emma e Jerry, ex amanti, entrambi sposati con figli ed esponenti dell’industria culturale inglese, un paio d’anni dopo che la loro storia si è conclusa: i due hanno avuto una relazione per sette anni, mentre le due coppie continuavano a frequentarsi come amici; a ritroso nel tempo si assiste a dialoghi tra i due amanti e tra i due mariti, dai quali si viene a sapere che in realtà il marito di lei sapeva già da anni, ma non ha mai affrontato l’argomento con l’amico. L’ultima scena fissa il momento dell’inizio della relazione. Un Pinter privato, quindi, anzi privatissimo, che sinceramente non mi sembra dare il meglio di sé. Aggiungo un particolare che mi ha fatto dubitare della qualità complessiva della traduzione: al termine della seconda scena Jerry dice che per l’estate andrà con la famiglia nel Lake District, tradotto come Lago District. Una distrazione che quantomeno segnala una crassa ignoranza della geografia britannica, e che non ci si aspetta da Einaudi.
Con Il bicchiere della staffa si entra nell’ultima fase della produzione di Pinter raccolta in questo volume, caratterizzata dall’essere apertamente politica e dalla brevità delle pieces. L’atto unico, ispirato dalle pratiche della dittatura argentina (l’opera è del 1984) narra degli interrogatori cui Nicolas, un funzionario governativo, sottopone in sequenza Victor, sua moglie Gila e il loro figlio Nicky, di sette anni. I due sono dei sovversivi e, incarcerati, vengono sottoposti evidentemente a torture e violenze. Il dramma è tagliente come una rasoiata nella sua lucidità e capacità di esprimere la sostanza del male, essendo tutto giocato sullo iato che si crea tra il linguaggio formalmente corretto ed amichevole di Nicolas e ciò che sottintende. Alla repressione del popolo curdo, alla proibizione da parte delle autorità turche di parlare la loro lingua è invece dedicato Il linguaggio della montagna, una piece composta di quattro brevissime scene, quasi quadri animati, nei quali si narrano le diverse fasi della visita di alcune donne a prigionieri politici. È forse l’opera che per dispiegare appieno la sua forza necessita maggiormente della rappresentazione teatrale, data la strettissima interconnessione tra i dialoghi sincopati e i giochi scenici previsti dall’autore.
Al regime turco, ma probabilmente non solo, si ispira anche Party time, del 1991, l’ultima opera proposta dal volume. Membri dell’alta società e dell’apparato dello stato discutono spensieratamente ad un party serale della magnificenza di un esclusivo club, mentre si intuisce che nelle strade sta avvenendo un’operazione di polizia. La moglie di un convenuto chiede a più riprese cosa sia successo a suo fratello Jimmy: il marito, ogni volta più violentemente e sino a minacciarla di picchiarla e anche di ucciderla, le intima di non parlare di certi argomenti in quella sede. Anche in questo caso la piena comprensione del dramma non può che avvenire a teatro, data l’importanza che vi assumono elementi scenici quali le luci e le musiche.
Complessivamente i drammi politici di Pinter degli anni ‘80 e ‘90 sono caratterizzati da una grande capacità espressiva, frutto dell’esperienza di un drammaturgo maturo, ed hanno sicuramente il pregio di proiettare di nuovo la sua opera oltre l’orizzonte privato in cui in qualche modo l’autore si era rinchiuso nei due decenni precedenti. Non sfuggono però, a mio avviso e come già accennato, ad un certo qual didascalismo e non hanno certo la forza eversiva delle giovanili commedie della minaccia.
In conclusione ribadisco l’importanza di questi due volumi di Einaudi, che forniscono un ampio spettro della produzione di uno dei maggiori autori teatrali del secondo dopoguerra, e ci stimolano a recarci nel solo luogo in cui la sua opera può essere gustata appieno: il teatro.

Annunci

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...