Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Recensioni, Romanticismo

Se Stifter dà il peggio di sé

DueSorelleRecensione di Due sorelle, di Adalbert Stifter

Adelphi, Piccola Biblioteca, 2002

Vagando in rete ho trovato un giudizio tranchant formulato su Stifter, oltre un secolo dopo la morte, da uno dei più grandi scrittori austriaci del secondo novecento: Thomas Bernhard. Eccolo: ”Stifter è insopportabilmente loquace, ha uno stile scadente e, ciò che è più riprovevole, uno stile trascurato; è, inoltre, l’autore più noioso e ipocrita della letteratura tedesca. La prosa di Stifter, ritenuta precisa e concisa, in realtà è vaga, impotente e irresponsabile, di un tale sentimentalismo e di una tale pesantezza piccolo-borghesi che (…) viene il voltastomaco.
Devo dire che le precedenti letture di questo autore non mi avevano portato ad un giudizio così negativo sulla sua opera, anzi in alcuni casi, in particolare nel racconto L’antico sigillo, avevo ravvisato i canoni del piccolo capolavoro. Più indietro nel tempo mi ero cimentato nella lettura di alcuni dei suoi racconti più noti, facenti parte della raccolta Pietre colorate, dei quali avevo comunque apprezzato lo stile minimalista, pur rilevando evidente l’intento pedagogico di esaltazione dei valori semplici della ruralità, intesa come contesto ambientale nel quale si esprimono i buoni sentimenti di una società piccola, in armonia con la natura, rinchiusa su se stessa in una sorta di autosufficienza morale.
L’ultima lettura dell’autore boemo, le Storie della Vecchia Vienna, aveva confermato questo mio sentimento ambivalente: da un lato l’indubbia capacità di scrittura, dall’altro la bonomia, il paternalismo con il quale egli descrive il mondo in cui vive, quello della restaurazione post-napoleonica, del tentativo dell’aristocrazia di andare contro il corso della storia riconquistando quel potere assoluto che le armate francesi avevano messo in discussione. Espressione di questo contraddittorio periodo, destinato a terminare con le rivoluzioni del 1848, è lo stile Biedermeier, di cui Stifter fu uno degli esponenti letterari più organici. Rimando a quella recensione per un breve approfondimento rispetto agli stilemi del Biedermeier nei vari campi delle arti, anche applicate.
Insomma, avevo in mente uno Stifter da prendere con le pinze, sicuramente portatore di una visione reazionaria della società, ai cui sussulti reagisce rifugiandosi negli idilli campestri, ma tutto sommato dotato di una capacità di scrivere e di innervare le sue storie anche di tratti di problematicità ed enigmaticità, quei tratti che lo hanno fatto apprezzare da intellettuali al di sopra di ogni sospetto, quali Nietzsche, Mann ed un lontanissimo – letterariamente parlando – Franz Kafka.
La stroncatura di Thomas Bernhard mi sarebbe quindi apparsa ingiusta, ancorché perfettamente nello stile del grande dissacratore della sua terra, se non avessi letto questo Due sorelle, che posso pensare essere stato una delle cause principali dell’anatema Bernhardiano.
Il breve romanzo è del 1846, appartenendo quindi alla fase più feconda della produzione di Stifter, quella della quale fanno parte gli Studi e le Pietre colorate, di poco posteriori, ma a mio modo di vedere si distacca nettamente in negativo dalla sua migliore produzione, accentuando in maniera quasi caricaturale i citati limiti culturali e politici dell’autore. Sembra del resto che lo stesso Stifter sia cosciente della posizione in qualche modo minore che quest’opera occupa nel panorama della sua produzione, del suo essere portatrice di un intento pedagogico ancora più evidente di quello presente in ciò che ha scritto sino allora, perché nella brevissima prefazione che precede la storia ci dice: ”Presenteremo nelle pagine seguenti non una di quelle storie semplici che ci è piaciuto raccontare fino a qui, ma qualcosa di ancor più tenue”. L’introduzione, oltre a fornirci l’intento programmatico dell’autore, serve ad informare il lettore che i fatti sono accaduti ad un amico dello scrittore, che glieli ha narrati senza infiorettature e abbellimenti di sorta, e che lui si è limitato a trascrivere la narrazione, anche se le sue parole non possono serbare la freschezza e l’originalità di chi quella vicenda ha vissuto in prima persona. I successivi capitoli, nei quali si dipana la vicenda, sono narrati in prima persona dal protagonista, tranne il brevissimo epilogo, nel quale torna in campo lo scrittore.
La vicenda narrata è come vedremo più che tenue, e per certi versi anche sconnessa, e per comprenderlo è necessario narrarne il sunto.
Durante un viaggio in diligenza il protagonista, un giovane viennese che scopriremo solo verso la fine chiamarsi Otto Falkhaus, divide i posti con un anziano signore dall’aria mesta e vestito di nero, che egli scherzosamente chiama per il suo aspetto Paganini, e con due giovani ragazze accompagnate da una silenziosa governante. Qualche tempo dopo i due alloggiano nello stesso albergo di Vienna, divenendo amici pur senza rivelare quasi alcunché di sé, ed Otto assiste l’anziano durante un periodo di malattia. Una sera vanno a teatro ad un concerto delle sorelle violiniste Milanollo che scoprono essere le ragazze con cui hanno condiviso la diligenza: il signore anziano si commuove sino al pianto. Dopo alcune settimane Franz Rikar, l’anziano, che ha perso la causa che lo tratteneva a Vienna, riparte, invitando Otto ad andare a trovarlo a Merano, dove abita.
Negli anni successivi Otto diviene ricco grazie all’eredità di una zia, e trasforma la tenuta ricevuta in una redditizia azienda agricola. Decide quindi di intraprendere il viaggio in Italia a lungo sognato, e di fermarsi prima a Merano per far visita a Rikar, di cui non ha più avuto notizie. Lì giunto, scopre che è piombato in estrema povertà e ora vive a Riva del Garda. Decide quindi di cercarlo sul lago e lo trova in una casa sperduta tra i monti sopra Riva, dove vive con la moglie e due giovani figlie. Non è affatto in miseria, vivendo dei prodotti agricoli dei terreni circostanti, che la figlia maggiore, Maria, coltiva molto razionalmente. Spinto dall’amicizia della famiglia si ferma a lungo presso Rikar, ed un giorno questi gli racconta la sua storia: per la causa persa a Vienna aveva perso tutto il patrimonio, tranne quella casa isolata tra i monti, che però era quasi diroccata. Si prospettava una nera miseria, ma Maria aveva avuto l’idea, apparentemente folle data la scarsa fertilità dei terreni, di coltivare fiori e frutti, rivendendoli sul lago. L’aiuto di un giovane amico, Alfred Mussar, anch’egli agricoltore poco lontano, le aveva fatto conoscere le tecniche di miglioramento agronomico ed in poco tempo gli affari avevano cominciato ad andare bene, permettendo di risistemare la casa, comprare mobili nuovi e ampliare le coltivazioni assumendo salariati.
L’altra figlia di Rikar, Camilla, è al contrario di Maria un temperamento artistico: suona il violino bene come le sorelle Milanollo, si consuma per l’arte ed è innamorata di Mussar. Quando questi rientra da un lungo viaggio a Parigi chiede però la mano di Maria, che rifiuta, confessando ad Otto che lo fa per non dare un dolore fatale alla sorella. Otto prosegue il suo viaggio in Italia quindi rientra in patria, ma torna dopo due anni, deciso a chiedere la mano di Maria, della quale l’hanno molto colpito l’energia e lo spirito pratico. Trova Camilla sposata felicemente con Alfred ma non ha il coraggio di dichiararsi, rientrando mesto alla sua tenuta e terminando il suo racconto dichiarando di accettare il suo destino solitario. C’è però, come detto, un epilogo in cui ricompare come narratore lo scrittore che ha trascritto la vicenda di Otto: egli ci informa che quest’ultimo tornerà a Riva e salirà alla casa della brughiera, sposando Maria ed avendo poi una schiera di floridi bambini.
Credo che da questo sunto si capiscano già molte cose. Siamo di fronte ad una vera e propria fiaba per adulti, nella quale ci sono solo buoni sentimenti e personaggi totalmente positivi. Il protagonista si affeziona a Franz Rikar e lo assiste amorevolmente durante la malattia a Vienna; Rikar accoglie come un fratello Otto nella casa della brughiera; la moglie ama teneramente Rikar e si profonde in lodi per l’ospite e non lo vuole più lasciare andare via. Maria è l’artefice del benessere della famiglia e si sacrifica con il sorriso lasciando Alfred alla sorella; Camilla eccelle nel violino e si rivela un’ottima moglie; Alfred è generoso e leale: riempie di regali da Parigi la famiglia e accetta serenamente il no di Maria. Persino i personaggi di contorno, su alcuni dei quali torneremo, sono sempre sorridenti e lieti. Insomma, questa piccola comunità rurale è una sorta di paradiso in terra, conquistato però grazie al lavoro ed allo spirito di intraprendenza: il male può venire dall’esterno – la causa persa da Rikar gli era stata intentata da un lontano parente – ma l’iniziativa individuale può far riconquistare la serenità, il cui presupposto è sempre la prosperità economica. Colpiscono a questo proposito i passi economici del romanzo, quali la descrizione delle tecniche di coltivazione introdotte da Maria grazie ai consigli di Alfred e la cura con cui Stifter ci informa che venivano coltivati i prodotti più richiesti dal mercato e che questi vengono commercializzati come i prodotti del Monte San Gustavo. Stifter affianca ai valori del mondo rurale in cui crede ciecamente quelli dell’intraprendenza borghese: si noti che Riker e la moglie sono nati a Milano, figli della borghesia commerciale, ma solo in questo isolamento, in questa piccola comunità tra i monti, nel giusto rapporto con la natura hanno trovato serenità e prosperità. È quindi evidente il tentativo di Stifter di conciliare lo spirito dei tempi, la coscienza dei nuovi valori borghesi, con la conservazione dello spirito di piccola comunità che costituisce per l’autore l’ossatura del mondo austriaco, il tentativo (vano) di esorcizzare l’inevitabile scontro tra questi due mondi valoriali.
La natura gioca un ruolo centrale nel romanzo: nel piccolo mondo di Stifter la natura selvaggia, quella che Otto attraversa per giungere la prima volta alla casa di Rikar, non è più la grandiosa rappresentazione tangibile dell’assoluto romantico: essa, sia pur decritta con l’amore del pittore paesaggista quale in effetti Stifter era, è scialba, minima (il torrente chiamato Acqua dell’Inferno è in realtà un insignificante rivoletto, un solo stentato albero cresce su un sasso) ma soprattutto è vuota, inutile, sinché non è resa produttiva dalla sapienza dell’uomo (in questo caso di una donna). Quando Otto torna dopo due anni la prima cosa che ammira sono infatti i nuovi terreni messi a coltura.
Un altro elemento d’interesse del romanzo è la sua ambientazione italiana. Siamo nel 1846, quindi non solo il Trentino, ma anche Lombardia e Veneto sono austriaci. I pochi italiani che compaiono nel romanzo hanno ruoli subalterni e sono fortemente stereotipati, essendo bruni, con i capelli arruffati, poveri, loquaci e allegri. Il solo barcaiolo Gerardo svolge un certo ruolo nella vicenda, divenendo amico di Otto, che però all’inizio lo sospetta di essere un ubriacone. Quando lo lascia in riva al lago per salire da Rikar lo rivede da lontano già disteso in fondo alla barca: ”Si godeva allegramente in questo modo il dolce riposo che per le persone del suo ceto e del suo Paese rappresenta, dopo il nutrimento del corpo o forse addirittura prima di quello, il sommo bene”. Quando lo rivede a Riva ci tiene a sottolineare che la casetta in cui vive con la sorella è molto pulita, come fosse un’eccezione.
Le due sorelle che danno il titolo al romanzo non sono, come parrebbe in un primo tempo, le violiniste Milanollo, che spariscono nel nulla in questa storia come detto un po’ sconnessa, ma ovviamente Maria e Camilla, che altrettanto ovviamente vorrebbero rappresentare la contrapposizione tra lo spirito pratico e lo spirito artistico: senonché nel mondo armonioso di Stifter entrambe vivranno felici e contente, anche grazie alla facilità con cui il generoso Alfred passerà da una all’altra. Per completare la fiaba, Stifter si preoccupa nell’epilogo di stemperare anche l’unico elemento problematico della storia, l’insuccesso di Otto con Maria: sembra quasi abbia avuto paura di offuscare l’aura di assoluta serenità che promana dalle pagine del romanzo.
La storia è narrata con una scrittura minuziosa attenta ai dettagli, che se in altre opere rappresentava uno dei valori della prosa di Stifter, qui sfocia in una sorta di pedanteria fine a sé stessa, che accentua il quasi nulla di cui composto il romanzo.
Limitando la lettura di Stifter a questo romanzo si potrebbe concordare con la stroncatura di Bernhard citata all’inizio: fortunatamente l’autore ci ha fornito anche prove che un critico definirebbe più convincenti, pur situate nell’alveo di una ideologia di fondo fortemente consolatoria e reazionaria.

Annunci

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

11 pensieri riguardo “Se Stifter dà il peggio di sé

  1. Ciao Vittorio,

    intanto un caro saluto.
    La tua, come di consueto, articolata recensione mi ha ricordato e suscitato varie cose a proposito di Stifter e del suo mondo letterario.
    Partiamo, come fai tu, proprio da Bernhard.
    Anche in “Antichi maestri” Bernhard si scaglia contro Stifter (tra l’altro non ricordo, a memoria, se la citazione che hai riportato provenga proprio da lì) in particolare contro un altro suo romanzo: “La cartella del mio bisnonno”, identificando Stifter con il più bieco tradizionalismo.
    E, a suo tempo, nel commento ad “Antichi maestri”, avevo scritto questo che rinforza l’immagine di Stifter che hai così ben delineato in questo tuo commento:
    “E restando nella logica di reazione al tutto e al perfetto, va vista, secondo me, in questa chiave anche l’ affabulazione rabbiosamente distruttiva di Bernhard contro tutte quelle mostruose strutture repressive dell’individuo che ne uccidono il pensiero e l’esistenza, nelle quali si viene imprigionati sin dall’infanzia: dallo Stato alla Scuola, dalla Chiesa ovviamente cattolica, alla famiglia, ai tradizionalismi e ai conservatorismi,(simbolizzati da Bernhard. con Stifter e Bruckner di cui così scrive C. Magris: “ Stifter è radicato nella tradizione conservatrice austriaca, nella fedeltà ad un’intonazione spirituale secolare…Bruckner che diresse il coro del funerale di Stifter…non pensava di essere un Artista, bensì di svolgere…un ufficio religioso” (C. Magris – “Danubio” – Garzanti – 1987 – p.137 )).”
    Tuttavia, pur restando ovviamente validi i giudizi di Bernhard e di Magris, penso che Stifter tentasse un’illusoria conciliazione, come in molta letteratura Bidermeier, tra ordine e disordine.
    Come osserva infatti Winfried Sebald a proposito della letteratura Bidermeier c’era, dietro l’idillio ricorrente, l’incombere della tragedia:
    “Ovunque, nei romanzi familiari di scrittori come Grillparzer, Lenau e Stifter si spalancano abissi spaventosi…ci sono figli che si gettano nel Danubio, fratelli rinchiusi in carcere o in manicomio, e infieriscono il suicidio e la sifilide. (W. Sebald – “Soggiorno in una casa di campagna” – Adelphi – 2012 – p.69) “
    E, per esempio, in un altro racconto di Stifter, “Un uomo solo” questo accade. Ma, come di solito accade in Stifter, è illusoriamente attraverso lo stile, e cioè attraverso la sua eleganza e poeticità (anche se ne “Le due sorelle” non c’è neanche questo come tu dici) che Sifter cerca di conciliare ordine e disordine, rifugiandosi nello stile e in tal modo cristallizzando l’opera e assicurandone così la durata come osserva Helmut Bachmaier nella postfazione di “Un uomo solo”:
    ” Alla fine ogni forma di caducità terrena viene evocata nell’immagine apocalittica dello sconfinato oceano del tempo, in cui tutto naufraga….Stifter si sottrae alla contrapposizione di ordine e caducità in virtù della sua arte, che concilia i contrasti, e in cui lo stile assume un ruolo mediatore. La restaurazione estetica del bello, simbolo di durata può così realizzarsi” (Helmut Bachmaier – “Postfazione” in A. Stifter – “Un uomo solo” – Guanda).
    E, forse, in questo è stato abile, nonostante gli strali di Bernhard perché se no non si capisce perché ancora oggi lo leggiamo.
    Ciao di nuovo e a rileggerti presto
    Raffaele

    Liked by 1 persona

    1. Grazie per il commento, Raffaele, come al solito denso di spunti ulteriori rispetto a quelli che ho cercato di cogliere.
      La stroncatura di Bernhard viene proprio da <i<Antichi maestri, e come ho detto, penso sia ingenerosa se applicata a tutta la produzione di Stifter. Se ti capiterà di leggere ad esempio L’antico sigillo ti troverai di fronte ad un bellissimo (a mio modo di vedere) racconto.
      Questo Due sorelle è però proprio insopportabile, volto com’è a dimostrare quanto si possa star bene soli sui monti, a patto di darsi da fare.
      A presto
      V.

      Liked by 1 persona

  2. Teniamo presente, però, che Stifter è stato per Bernhard un autore amatissimo e un modello importantissimo. La critica citata, se non sbaglio, è tratta da “Antichi maestri” e chi la pronuncia è il personaggio Reger, che non può essere semplicemente e sbrigativamente identificato con l’autore. Credo che la “tirata” anti-Stifter debba essere inserita nel discorso complessivo sull’arte che è il tema del romanzo (il cui sottotitolo, peraltro, è: Una commedia).
    Non ho letto “Due sorelle”, mi dispiace che sia così scarso. Quello che tu osservi (giustamente, credo) relativamente a questo racconto: “È quindi evidente il tentativo di Stifter di conciliare lo spirito dei tempi, la coscienza dei nuovi valori borghesi, con la conservazione dello spirito di piccola comunità che costituisce per l’autore l’ossatura del mondo austriaco, il tentativo (vano) di esorcizzare l’inevitabile scontro tra questi due mondi valoriali”, può venire visto, relativamente all’opera complessiva di Stifter in un’ottica leggermente diversa: “In Stifter, l’uragano devastante dell’incombente modernità viene quasi del tutto annullato attraverso un grande sforzo narrativo.” (Jan Süselbeck, http://literaturkritik.de/id/8733) E’ proprio questo “sforzo narrativo” per allontanare l’uragano (che comprende anche la pedanteria nel descrivere le colture e i modi per farle fruttare, come infiniti altri dettagli che ci lasciano un po’ perplessi) che io apprezzo in questo scrittore.

    Liked by 1 persona

    1. Grazie Elena per il documentato commento e per la precisazione. La citazione di Bernhard, che come detto ho trovato in rete (non ho letto Antichi maestri) mi è parsa un ottimo spunto per introdurre quest’opera, ed anche per confrontarla con il sentimento ambivalente che le precedenti cose lette di Stifter mi avevano ispirato.
      Due sorelle è secondo me davvero la cosa peggiore che ho letto di lui, forse proprio perché in qualche modo tradisce quel tentativo di annullare l’uragano devastante dell’incombente modernità che citi. Dopotutto, lo Stifter di altri racconti è un amabile reazionario, che si rifugia nel suo piccolo mondo antico sapendone cogliere però anche le contraddizioni. Qui invece cerca il grande compromesso con l’incombente modernità, giungendo ad approdi secondo me quasi caricaturali.
      Emblematico è a mio avviso proprio l’epilogo, nel quale fa marcia indietro rispetto all’unico elemento che avrebbe potuto dare al racconto un finale problematico, la sconfitta di Otto, inventandosi un improbabile happy end che conferma l’intento pedagogico del romanzo.
      Anche lo stile di scrittura (la traduzione mi è sembrata molto buona, per cui tendo ad attribuire ciò all’originale) mi è parso proprio pedante nella ricerca esasperata della precisione e del dettaglio che va molto al di là, per quanto mi ricordi, di altre sue opere, sino a divenire fine a sé stessa.
      Se per caso ti capita di leggere Due sorelle fammi sapere cosa ne pensi: Srtifter è sicuramente un autore molto interessante, del quale vale la pena discutere, anche per le più o meno occulte analogie tra la restaurazione e la nostra epoca, tra il Biedermaier e lo stato della letteratura oggi.

      Liked by 1 persona

      1. Grazie a te per la gentile risposta. Mi incuriosisce una cosa: posto che la restaurazione (che non è mai, naturalmente, una restaurazione totale) mi pare l’aboutissement naturale di ogni rivoluzione, mi chiedo quali possano essere le analogie fra il Biedermeier (come Weltanschauung) e la letteratura oggi. (A proposito, o a sproposito, lo sapevi che nel 1848 Stifter ha dovuto lasciare Vienna per evitare guai, perché era considerato un partigiano del movimento rivoluzionario e “il liberale più progressista”?)

        Liked by 1 persona

        1. Ciao Elena.
          Non credo di poter concordare con te: ogni rivoluzione ha una sua storia (la cosa complicata è capire quale avvenimento si possa effettivamente definire tale), ma quello che è certo è che nessuno ha mai potuto far tornare la Storia sui suoi passi, per cui le restaurazioni sono state a mio avviso o destinate al totale fallimento (spesso cruento) o l’antitesi di una triade hegeliana che non poteva che sfociare in una sintesi più avanzata.
          La Restaurazione con la R maiuscola cercò come noto di negare le conquiste della borghesia, ma finì nel 1848 con le costituzioni liberali, grande compromesso storico tra quest’ultima e l’aristocrazia.
          Oggi secondo me indubitabilmente viviamo un’epoca di restaurazione: il capitalismo reagisce alla sua crisi strutturale cercando di tornare alle origini, di massimizzare il profitto riprendendosi le concessioni che per sopravvivere (guarda caso) ad una rivoluzione e a una guerra mondiale aveva dovuto fare alle classi subalterne. Come tutte le restaurazioni finirà male, ma vista l’epoca in cui viviamo questo male sarà quello definitivo.
          Non mi occupo professionalmente di letteratura (sono un dilettante) tantomeno di quella contemporanea, che non mi interessa avendo secondo me perso la funzione che aveva sino alla prima metà del XX secolo, ma così – a naso – mi pare che molta della letteratura di oggi, anche perché così soggetta alle logiche di mercato, potrebbe essere definita newbiedermeier, proponendoci come antidoto alla crisi il rifugio nel nostro particulare, in idilli e mondi fiabeschi, nel mito della quotidianità. Certo la letteratura non è tutta così – del resto Stendhal e Balzac scrivevano negli stessi anni e nello stesso clima di Stifter, sia pure un migliaio di chilometri più a ovest – ed anche oggi ci sono grandissimi autori (adoro Pinchon, per dirne uno) ma complessivamente mi pare (ripeto, da dilettante) di poter cogliere una analogia proprio di Weltanschauung (fatto salvo che il mondo che si guarda è ovviamente diverso da quello che vedevano Stifter e soci) di una parte importante della letteratura odierna con la voglia di normalità, di semplicità, di rifugio sui monti del nostro.
          Ovviamente non sapevo questa cosa di Stifter, anche se so che non ha avuto una vita troppo felice nei suoi ultimi anni: credo però si possa dire che questo episodio, più che accertare il progressismo del buon Adalbert, certifichi il grado di stupidità e paranoia di chi si era dato il compito di tornare all’assolutismo (McCarthy fu un pivellino…): del resto pochi anni dopo, se non erro, passato il ’48, si ritrovò in un’alta carica dell’amministrazione statale.
          A presto
          V.

          Liked by 1 persona

  3. Caro Viducoli,
    credo di essermi espressa male: quello che intendevo con “restaurazione” è quello che tu chiami “compromesso”. Una restaurazione dura e pura, che voglia restaurare integralmente l’ancien régime, quale esso sia, è destinata a fallire molto velocemente. In Francia ci ha provato Carlo X, ma lo hanno tirato giù in tre giorni (les trois glorieuses!), e già nel 1830. Per questo dico che ogni restaurazione è solo parziale: Robespierre è stato spazzato via dal Direttorio, ma il codice civile di Napoleone non l’ha affondato nessuno. Una restaurazione dura e pura che vuole durare è come una rivoluzione dura e pura che vuole durare: diventano entrambe stati di polizia (segreta).
    Perdonerai la mia ignavia, ma sono molto affezionata allo stato di compromesso e pure al particulare: mi pare che sia la sola cosa veramente concreta, il resto mi pare astratto (ideologico). Credo anche che un bravo scrittore colga con grande precisione aspetti rilevanti della realtà indipendentemente (talvolta contro) le sue convinzioni politiche o genericamente ideologiche. Balzac, che era monarchico ultralegittimista, ha interpretato meravigliosamente la Francia (e quindi l’Europa) dalla Rivoluzione alla monarchia di luglio; Aragon, celebrato intellettuale comunista con uno straordinario talento letterario al servizio della causa, ha scritto romanzi che non interpretavano niente e che sono stati (giustamente) dimenticati due giorni dopo la sua morte; Stifter lo leggiamo ancora (per quel che mi riguarda con diletto, nonostante tutto).
    “Come tutte le restaurazioni finirà male, ma vista l’epoca in cui viviamo questo male sarà quello definitivo.” Apocalittico e enigmatico. Definitivo per chi? Per la specie umana? Per il pianeta? Sopravvivranno soltanto i piccoli roditori? Perché no, in fin dei conti è già successo. Ma anche nel caso, siamo sicuri che sia (tutta) colpa del capitale e delle sue (incerte) restaurazioni?

    Liked by 1 persona

    1. Ciao Elena.
      Che dibattito stimolante quello a cui mi induci! Dibattito che per forza di cose deve andare oltre la letteratura, ma che nel suo piccolo contribuisce a dimostrare come la letteratura, quella vera, obblighi il lettore a pensare al mondo.
      Dunque, prendo atto di aver male interpretato il Tuo pensiero sulle restaurazioni, ed anche del fatto che molte di queste hanno generato un compromesso (sintesi hegeliana?) tra ciò che intendevano negare e ciò che intendevano riproporre. Contesto che questo sia il miglior esito, il migliore dei mondi possibili. A mio avviso momenti di profonda rottura (che forse oggi non possono più avere la forma delle rivoluzioni sette-novecentesche) sono necessari per l’avanzamento della Storia: sono scritte nel suo DNA. Il problema, a mio avviso, (e qui giungo al mio catastrofismo) è che oggi chi detiene il potere ha gli strumenti per distruggere il mondo, e non esiterebbe ad usarli se questo potere venisse messo in discussione alla radice. Il problema è anche che – sempre a mio avviso, ça va sans dire – molto probabilmente la deflagrazione, bellica e/o ambientale, non sarà provocata per reazione ad istanze di liberazione, ma sarà la logica conseguenza di questo modello di “sviluppo” e delle sue contraddizioni. Quindi sì, personalmente penso che siamo molto prossimi ad una crisi irreversibile, alla distruzione del pianeta in cui viviamo. Purtroppo (e questo mi fa una gran rabbia) non sopravviveranno solo i piccoli roditori, ma anche qualche decine di migliaia di esemplari della nostra specie, quelli che si stanno già preparando con i bunker o le progettate trasmigrazioni planetarie. Questi cercheranno in tutti i modi di trasmettere il nostro DNA, nella sua concatenazione peggiore: come ho già detto altrove, spero tanto che quando, dopo migliaia di anni, a pianeta ancora abitabile, metteranno fuori la testa dai loro bunker trovino una versione 2.0 della tigre dai denti a sciabola che si occupi immediatamente di loro.
      Se tutto ciò (il mondo in cui viviamo, avviato allegramente verso la catastrofe) non è effetto del sistema, del capitalismo, di una società fondata sul profitto, di cosa lo è?
      Quindi io non sono per il compromesso (tra l’altro lorsignori non vogliono alcun compromesso, vogliono semplicemente TUTTO), ma per la radicalità e l’utopia, ancorché la mia limitata capacità di analisi mi porti razionalmente a pensare che non ci sia spazio per una sua realizzazione.
      Non si tratta di ideologie: da marxiano ortodosso tengo ben distinta l’ideologia dalla teoria, e credo che rifarsi a una teoria, se possibile analizzandola criticamente, sia la base del vivere coscientemente.
      Tornando agli scrittori, anche se mi ritengo comunista (esserlo davvero è cosa molto seria, che non ritengo di attribuirmi alla leggera, visti anche i precedenti storici…) non sono certo un cultore dell’arte pedagogica o del realismo socialista; per me è grande colui che attraverso la sua opera mi offre delle chiavi per interpretare il mondo in cui viveva e quello in cui vivo io. Non è questione di generi, stili di scrittura (certo un’opera letteraria deve anche avere un suo valore estetico per essere tale) e neppure di ideologia personale dell’autore: Balzac, che tu citi, ne è l’esempio lampante, ma potremmo anche parlare di Knut Hamsun e molti altri.
      Sappi che Ti ho sacrificato l’intera pausa pranzo, ma l’ho fatto volentieri perché poche volte ho trovato in rete interlocutori cui è piacevole dedicare tanto tempo.
      A presto
      V.

      Liked by 1 persona

      1. Caro Viducoli,
        sii certo che so apprezzare il sacrificio della pausa pranzo e ne sono oltremodo lusingata. Anch’io sono molto contenta di essere capitata sul tuo blog e di avere fatto la tua conoscenza; continueremo a dissentire su alcuni punti, ma come dice un mio amico filosofo, la polis deve fondarsi sul disaccordo e non sull’accordo, per cui lì saremmo in regola.
        Non mi considero oscurantista, tuttavia la mia fiducia nell’intelletto umano è soggetta a cauzione, quindi: (un po’ provocatoriamente – faccina sorridente) Dio ci scampi dall’utopia generata da una teoria.
        “Se tutto ciò (il mondo in cui viviamo, avviato allegramente verso la catastrofe) non è effetto del sistema, del capitalismo, di una società fondata sul profitto, di cosa lo è?” Della natura umana? Di una sua necessaria e incontrovertibile evoluzione (beninteso tecnica, non morale)? Del fatto che per esprimere le sue incontrollabili pulsioni aggressive e distruttive ha ora a disposizione mezzi in grado di causare danni irreversibili in brevissimo tempo? (Sembra che siamo tornati ai terrori atomici della mia primissima adolescenza, ricordo che la lettura dell’ “Ultima spiaggia” mi aveva scombussolato non poco). Direi anch’io che la situazione attuale è effetto del sistema, ma non aggiungerei capitalistico.
        A presto, con amicizia

        Elena

        Mi piace

        1. Ciao Elena.
          Anche io sono convinto che dissentiremo sempre su alcuni fondamentali ma che questo sia il sale della minestra. Io per esempio sono convinto che la natura umana sia fortemente condizionata dalle condizioni materiali in cui l’uomo vive, e pur riconoscendo che sostanzialmente siamo degli animali predatori, credo che con una diversa organizzazione sociale questi istinti potrebbero essere controllati meglio, mentre questo sistema (che io chiamo capitalistico perché fondato sull’appropriazione, l’accumulazione, la proprietà privata dei fattori di produzione, ma potremmo anche napoletanamente chiamarlo sistem ‘emmerda, non è questione di definizioni) fa proprio di questi istinti la base dei suoi valori.
          Sbirciando nel tuo blog ho visto che ti dedichi soprattutto alla letteratura contemporanea, rispetto alla quale confesso la mia crassa ignoranza, dedicandomi io da sempre praticamente solo ai classici. Mi piacerebbe comunque seguire il blog, perché ho trovato molto interessanti le tue recensioni (chissà che non mi convincano a leggere qualche libro in più tra quelli scritti dopo il 1933) e anche perché ormai ti considero un’amica di rete. Non ho trovato però il pulsante per seguirlo: non c’è od ho cercato male?
          A presto
          Vittorio

          Mi piace

          1. Ciao Vittorio,
            per anni ho letto praticamente soltanto classici, ultimamente invece ho più curiosità per le cose recenti, anche molto recenti, perché in definitiva noi viviamo adesso e con l’adesso dobbiamo fare i conti. Già rispetto alle cose uscite trenta, quarant’anni fa c’è una distanza e c’è stata una selezione. Più ci si avvicina al contemporaneo più la faccenda si fa frustrante, vista la stragrande quantità di cacca – o, nel migliore dei casi, di roba indifferente – che viene pubblicata. Però secondo me è lì che bisogna dare il proprio contributo, cercare di capire (il che non è affatto facile), di valutare quello che è buono e quello che no. Di sicuro frequentare i classici è più gratificante, e si è abbastanza sicuri di andare a colpo sicuro, ma io mi sono un po’ stancata, vorrei sentire qualcosa sull’adesso (nell’adesso comprendo anche la seconda metà del Novecento) e vedere cosa si fa in Italia (questa provincia delle province).
            Se hai voglia di fare ogni tanto una capatina sul mio blog mi fai naturalmente molto piacere. Il pulsante per seguirlo dovrebbe essere in fondo a destra, un po’ nascosto. Speriamo che lo trovi.
            Buon fine settimana e a presto
            Elena

            Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...