Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Recensioni, Romanticismo

Un “romanzo fallito”: perché?

ShirleyRecensione di Shirley, di Charlotte Brontë

Mondadori, Oscar Grandi Classici, 1995

Nadia Fusini, nella sua bella introduzione a questa vecchia e pregevole edizione Mondadori a Shirley di Charlotte Brontë, lo definisce un romanzo “fallito”.
Questa (apparente) stroncatura mi trova d’accordo quando si guardi al risultato complessivo del romanzo rispetto alle aspettative e al taglio che l’autrice intendeva dargli, mentre non è sicuramente valida qualora si riferisca alle capacità di scrittura e di articolazione della storia e dei personaggi che Charlotte Brontë dimostra, in particolare nella prima parte dell’opera.
Quale sia il profilo che intende dare al romanzo l’autrice ce lo rivela sin dalla prima pagina, laddove dice: ”Se da questo preludio, o lettore, pensi che ti si ammannisca qualcosa di romantico… ebbene, non ti sei sbagliato di più! Pregusti sentimentalismo, poesia, sogni ad occhi aperti? Ti vai immaginando passione, emozione e melodramma? Calmati e riporta le tue speranze a un livello inferiore. Ti sta davanti qualcosa di assai concreto, di freddo e solido. E di così poco romantico come può esserlo un lunedì mattina per chi va a lavorare e si sveglia con la coscienza di dover uscire dal letto e per giunta anche di casa.”
L’intento dichiarato di Charlotte Brontë è scrivere un romanzo sociale, nel quale le materiali condizioni economiche del nord industriale dell’Inghilterra all’inizio del XIX secolo, caratterizzate dalla miseria della classe operaia acuita dalle frequenti crisi da sovrapproduzione, siano non lo sfondo astratto della storia, ma la cornice concreta entro la quale si muovono i vari personaggi, determinandone il comportamento e in qualche modo il destino.
Il romanzo è quindi ambientato in un contesto storico e territoriale attentamente definito nei primi capitoli. Siamo in un angolo appartato dello Yorkshire, nei cui piccoli villaggi si sono insediate fabbriche tessili nelle quali è impiegata la maggior parte della popolazione. Il periodo è quello delle guerre napoleoniche, ed in particolare quello successivo all’emanazione degli Orders in Council del 1807 e 1809, con i quali, in risposta al blocco operato dai francesi sul commercio britannico, la Gran Bretagna decretò il controblocco, che di fatto impediva alle potenze continentali il commercio con i francesi e i loro alleati. Una conseguenza di queste misure fu una diminuzione drastica delle esportazioni britanniche, in particolare dei prodotti dell’industria tessile, con conseguente rallentamento della produzione e licenziamenti in massa.
Un altro motivo di scontro sociale è dato dalla crescente introduzione di macchinari nel ciclo produttivo, con la conseguente diminuzione della necessità di manodopera: come noto, una delle risposte a questo mutamento delle condizioni della produzione fu il movimento luddista, che praticava la distruzione delle macchine come forma estrema di protesta contro la disoccupazione e i bassi salari.
In questo contesto incontriamo i protagonisti del romanzo, che nella sua prima parte sono essenzialmente due. Il primo è Mr Robert Gérard Moore, giovane industriale tessile con scarsi capitali, trasferitosi in quei luoghi solo da un paio d’anni: è per metà belga, – di Anversa – ed ha preso in affitto il malandato opificio di Hollow’s Mill rendendolo produttivo. Moore è freddo e determinato, duro con gli operai che non esita a licenziare quando gli affari vanno male, ed ha come unico obiettivo di vita incrementare i suoi guadagni, aumentando la produzione attraverso l’introduzione delle macchine più moderne. Per questo si è indebitato, ed ora il blocco del commercio lo sta mettendo in difficoltà. Anche perciò si riconosce nei Whigs, il partito della borghesia produttiva, che chiede la pace con Napoleone e la fine del blocco commerciale.
L’altra protagonista è Caroline Helstone, una diciassettenne, quasi parente di Robert Moore. Caroline ha una dolorosa storia familiare: la madre l’ha abbandonata a causa della violenza del padre, che l’ha lasciata orfana sin da piccola. Vive con lo zio vedovo, parroco (rettore) di Briarfield, che – pur essendo profondamente misogino – vuole a suo modo bene a Caroline. La ragazza è segretamente innamorata di Robert, del quale ammira la virilità e il fascino esotico pur percependo bene la sua durezza di carattere e mancanza di umanità. Razionalmente non si fa illusioni, accontentandosi del loro rapporto di amicizia ed essendo cosciente che in quanto donna e povera ben difficilmente potrà avere un futuro diverso da quello di istitutrice nubile; nell’animo però soffre per l’indifferenza di Robert e gradualmente piomba in una sorta di malinconica apatia che rischia di minarne la salute.
Fa da contraltare a Caroline il personaggio di Shirley Keeldar, che abbastanza misteriosamente – a mio avviso – dà il titolo al romanzo ed entra in scena dopo parecchi capitoli. Di qualche anno più vecchia di Caroline, rappresenta il suo alter ego per contrasto: è la ricca proprietaria della mansion di Fieldhead, vissuta a lungo lontana, anch’essa orfana, spigliata e solare quanto Caroline è riflessiva e timida. Le due divengono molto amiche, pur non arrivando mai a confidarsi i propri veri sentimenti nei confronti dell’altro sesso (come si conviene del resto a due ragazze bene dell’inizio del XIX secolo): Caroline si convince così che Shirley finirà per sposare Robert, il quale effettivamente dimostra un certo interesse per la giovane ereditiera: la sua lealtà verso l’amica e la coscienza dell’impossibilità del suo amore per Robert la spingono ad accettare questa eventualità, a sentirla anzi, sia pure con intima sofferenza, come giusta per la felicità dell’amica e dell’innamorato.
Nel frattempo è comparso sulla scena anche Louis Moore, fratello di Robert, che è stato istitutore di Shirley, di cui è segretamente innamorato. Se Shirley è l’alter ego di Caroline, Louis lo è di Robert: è colto, romantico, gentile d’animo, anche se meno bello del fratello.
Come si può constatare dalla succinta descrizione dei personaggi principali e delle relazioni che intercorrono tra di loro, non mancano elementi di una certa convenzionalità romantica, proprio quella che Charlotte Brontë ha dichiarato sin dalla prima pagina di voler evitare. Tuttavia sino alla metà del romanzo questi elementi sono compressi, limitati dalla capacità dell’autrice di far prevalere gli aspetti corali della storia, l’affresco sociale che intende dipingerci. Le vicende dei personaggi principali sono infatti accompagnate, a tratti determinate e a volte soverchiate dalle vicende complessive della piccola società di cui i personaggi fanno parte, che a sua volta è lo specchio della società britannica dell’epoca.
I primi capitoli, in particolare, sono dedicati anche e soprattutto a descriverci la crisi economica e lo scontro tra gli industriali tessili e gli operai, di cui l’autrice individua con puntigliosità le cause. Una serie di personaggi di contorno giocano un ruolo essenziale al fine di connotare le sfaccettature e l’articolazione delle compagini sociali che compongono le comunità dello Yorkshire in cui il romanzo è ambientato. Hanno così voce gli operai, con la loro miseria e le loro rivendicazioni; esponenti della chiesa anglicana, verso la quale il giudizio della scrittrice non è certo tenero (anche qui, come nel più noto Jane Eyre, si può a questo proposito rintracciare l’eco della tremenda esperienza vissuta dalle sorelle Brontë nel collegio per figlie di preti in cui furono letteralmente recluse da giovanissime); industriali più saggi di Robert Moore, che sanno meglio comprendere le legittime aspirazioni degli operai ad una vita più dignitosa, vari personaggi femminili ciascuno dotato di una propria spiccata personalità. L’autrice rappresenta vividamente e con una buona dose di realismo la miseria delle famiglie di operai, le azioni di rivolta contro le macchine e la crudele controffensiva dei padroni, come pure i momenti di festa e organizzazione del consenso nella comunità (molto belli i capitoli sulla processione di Pentecoste), avvalendosi anche di una notevole dose di sottile ironia che contribuisce non poco alla leggerezza e al fascino della sua pagina: la stessa abbondanza di citazioni e rimandi biblici che caratterizza il romanzo è da leggersi a mio avviso in senso ironico. In queste pagine, tra l’altro, la scrittrice interloquisce spesso direttamente con il lettore, interrompendo la narrazione per guidarlo argutamente lungo i meandri del piccolo mondo dello Yorkshire e il carattere dei suoi personaggi.
Certo, si può ravvisare nel suo atteggiamento verso il conflitto sociale una notevole dose di paternalismo, da cui affiora una sostanziale affinità con l’ideologia del volemosse ‘bbene dell’amica e biografa Elizabeth Gaskell. Così, le rivolte sono fomentate da caporioni ed ubriaconi che spingono gli ingenui lavoratori allo scontro violento piuttosto che al dialogo con il padrone, caporioni che finiscono per essere giustamente e inflessibilmente puniti dall’ordine costituito o dalla vendetta privata dei proprietari, mentre l’operaio bravo e capace che non cede alle lusinghe della violenza ed espone la sua tremenda condizione di disoccupato a Moore diverrà, per intercessione di quest’ultimo, stimato giardiniere dei signori locali. Così, ancora, dopo lo scontro notturno tra i luddisti che intendevano assaltare la fabbrica e i padroni, aiutati dall’esercito, l’attenzione dell’autrice sarà molto maggiore per la ferita riportata da Moore che per i morti e feriti tra gli operai, registrati quali solo a fini cronachistici.
Detto questo, siccome non credo si possa pretendere che l’autrice, per la sua storia personale e per l’ambiente culturale da cui proveniva, potesse avere una solida coscienza di classe, è comunque da rimarcare lo sforzo di obiettività e di precisione storica con cui affronta argomenti e situazioni non certo troppo vicini alla sua esperienza di vita, così come il fatto che la durezza del padrone Moore viene stigmatizzata anche come subordinazione assoluta della sfera emotiva al desiderio di ricchezza, con la conseguente incapacità di provare sentimenti veri nei confronti degli altri e della stessa Caroline.
Un elemento che caratterizza il romanzo – almeno nella sua prima metà – e che informa del resto l’intera opera della scrittrice, è il suo femminismo. Le due protagoniste femminili, pur non avendo la forza delle eroine di Jane Eyre o di Villette, sono comunque notevoli ritratti di giovani ragazze che, soprattutto se pensate nel contesto della Gran Bretagna vittoriana, dimostrano indipendenza di giudizio, passionalità, capacità di valutare criticamente il contesto e le convenzioni sociali in cui sono immerse, accanto ad elementi di fragilità che le rendono molto umane.
Nel capitolo XIX, che segna esattamente la metà del romanzo, avviene il già citato cruento scontro notturno tra gli operai che assaltano la fabbrica di Robert Moore– guidati come detto da caporioni venuti da fuori – e i padroni che si sono organizzati per difendere la proprietà. Da questo momento il romanzo si spegne, e diventa sostanzialmente un altro. Non intendo entrare nei dettagli del suo svolgimento, per non diminuire il gusto della lettura, ma sta di fatto che la storia narrata perde progressivamente il carattere di coralità che la caratterizzava, ed al mix equilibrato di vicende personali e collettive che costituiva il suo sottile fascino si sostituisce l’evoluzione dei rapporti personali tra i quattro personaggi principali: alle vicende della collettività succedono le vicende del cuore, e se come detto nella prima parte gli elementi di convenzionalità romantica, pur presenti, restavano confinati, adesso occupano tutta la scena: lunghe malattie d’amore, madri ritrovate, sospirose pagine di diario, amori nascosti persino a sé stessi che esplodono in tutta la loro forza la fanno da padrone. È come se il romanzo a un certo punto si rovesciasse, e il lettore dovesse andare a cercare con difficoltà le poche pagine dotate del brio della prima parte (il rapporto di Shirley con i parenti Sympson, ad esempio) in un mare di melassa, nella quale anche la scrittura si fa più didascalica, più scontata.
Perché succede ciò? Perché Charlotte Brontë tradisce così palesemente il suo dichiarato intento di darci un romanzo sociale? La spiegazione forse ce la fornisce Nadia Fusini nell’introduzione. La scrittura del romanzo avvenne in due momenti, interrotti dalla morte nei pochi mesi tra il settembre 1848 e il maggio 1849 del fratello e delle due sorelle Emily e Anne. La Charlotte che termina il romanzo non è più quindi quella che lo ha iniziato: non può più permettersi di flirtare con il lettore, non riesce più a seguire coerentemente il filo delle vicende collettive e personali che aveva cominciato ad annodare. Il senso di morte che aleggia sulla famiglia è troppo greve, e la conseguenza – a mio avviso – è la necessità di rifugiarsi nell’ovvio, nel convenzionale, nella consolazione. Questa seconda parte del romanzo, insomma, se da un lato ci lascia perplessi, dall’altro ci racconta – per negazione – l’insostenibile pesantezza dell’essere di una donna già fortemente provata dall’esistenza, che solo dopo alcuni anni di decantazione di questo dolore avrebbe trovato di nuovo la forza di raccontare sé stessa e il mondo, in quel capolavoro che è Villette.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

7 pensieri riguardo “Un “romanzo fallito”: perché?

  1. Che bella analisi! Ho rivisto il romanzo, che mi era piaciuto assai, in una luce diversa, con gli approfondimenti che segnali. In ogni caso, fatto salvo l’ ampliamento conoscitivo- sempre indispensabile-, Shirley ( mi sono chiesta, per pagine e pagine chi fosse costei…) resta un gran libro. Grazie.

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    1. Grazie Renza per l’apprezzamento.
      Concordo con Te: Shirley resta un gran libro, scritto da una delle migliori autrici della Gran Bretagna vittoriana. Credo davvero che l’insopportabile dolore che deve aver patito la povera Charlotte abbia condizionato la sua opera, che anche per questo va rispettata fino in fondo.

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  2. Adoro le Bronte, tutte e tre anche se ovviamente con le loro differenze, ma “Shirley” e “Il professore” sono gli unici due romanzi che posseggo ma non ho ancora letto. Forse perchè mi piace l’idea di avere qualcosa di una di loro ancora da scoprire. Ho perciò letto solo la prima parte del tuo post, ma l’ho memorizzato per tornarci dopo la lettura del romanzo. Faccio sempre così per i libri che ho intenzione di leggere: accumulo, e conservo tutto dopo. Faccio così anche con le prefazioni. Il tuo post mi ha fatto venir voglia di leggerlo quanto prima, il romanzo 🙂

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    1. Beh, da siciliana…
      Proprio per scoprire le loro differenze ho deciso di leggere, dopo Shirley, Cime tempestose, che da anni era lì intonso. Mamma mia!!! Mi si sono aperti mondi ed abissi (altro che cime…) che mai avrei immaginato possibili in una ragazza vittoriana. Sono giorni che rimugino tra me il romanzo, che non mi esce dalla testa: non vedo l’ora che le emozioni si decantino quel tanto che basta per permettermi di scriverne, conscio di quanto sarò banale a cospetto di un simile monumento.

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      1. Cime tempestose è… semplicemente **monumentale** (non riesco a pensare ad un aggettivo diverso). Letto, riletto e straletto. Non so che edizione hai tu, nella mia, Garzanti di decenni fa, volumetto ormai sbrindellato dalle molte letture ma prezioso proprio per questo, c’è una fantastica introduzione di Georges Bataille, autore che non amo particolarmente ma che in questo caso secondo me centra in pieno il cuore del romanzo. Se trasformerai la tua lettura in un post, poi magari ne parliamo. Ciao!

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