Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Recensioni, Romanticismo

Esegesi minima e inadeguata di un monumento

CimeTempestoseRecensione di Cime tempestose, di Emily Brontë

Garzanti, i grandi libri, 1988

Ho esitato a lungo prima di decidermi a scrivere qualcosa su Cime tempestose, sia perché la lettura di questo romanzo ha scatenato in me una vera e propria orgia di sentimenti e di emozioni nei quali ho faticato a fare ordine, sia perché su questo straordinario romanzo credo sia stato davvero detto e scritto tutto, e quindi, ancora più che in altri casi, sento tutta la mia dilettantistica inadeguatezza nell’accostarmi, per tentare di analizzarlo, ad un simile monumento. Una cosa è certa: di fronte a quest’opera non mi ritraggo dall’utilizzare termini iperbolici, perché davvero la ritengo uno dei capolavori assoluti della letteratura di ogni tempo (perlomeno della letteratura di cui ho una qualche cognizione).
In Cime tempestose c’è tutto: l’epica, la tragedia, la spietata analisi dell’animo umano – condotta con un approccio che oserei definire psicanalitico oltre un cinquantennio prima che la psicanalisi fosse inventata, la sottile ma implacabile critica alla costruzione sociale, l’ironia e molto altro ancora.
È dalla forma di questo romanzo che vorrei prendere le mosse, perché a mio avviso da un lato essa ci svela molte cose del contenuto, e dall’altro costituisce il primo indizio della grandezza di questa scrittrice, il segno della sua consapevolezza, la prova che nulla nella scrittura di Emily Brontë è lasciato al caso.
Cime tempestose è composto da 34 capitoli: le vicende della prima generazione, nelle quali prevale il tema dell’amore, si concludono esattamente a metà, dopo 17 capitoli, mentre i rimanenti, in cui prevale la vendetta, sono dedicati alla seconda generazione. Ancora: i primi tre capitoli sono una sorta di prologo, durante i quali il primo narratore, Lockwood, prende contatto con i luoghi e i personaggi dell’azione; è dal quarto capitolo che Nelly Dean (la seconda narratrice) inizia a raccontare le vicende degli Earnshaw e dei Linton, di Heathcliff e di Catherine. Specularmente, gli ultimi tre capitoli costituiscono l’epilogo della vicenda, narrato ancora da Nelly Dean a Lockwood dopo alcuni mesi di assenza. La corrispondenza tra i primi tre e gli ultimi tre capitoli è sottolineata dal fatto che i due blocchi iniziano entrambi con la notazione dell’anno cui si riferiscono le vicende che narrano. Una perfetta simmetria narrativa, quindi, che lascia intendere la costruzione di un progetto perfettamente formato nella mente dell’autrice, ma che soprattutto – a mio avviso – costituisce uno dei grandiosi codici cifrati di cui il romanzo è intriso. Prima però di tentare di esporre come questa simmetria delle pagine si colleghi al contenuto (ai contenuti) del romanzo, vorrei porre l’attenzione su un altro aspetto non solo formale di Cime tempestose: la sua struttura narrativa a matrioska. Gli avvenimenti del romanzo non sono narrati da un io onnisciente: come detto esiste un primo narratore, Lockwood, giovane londinese un po’ fatuo che affitta la mansion di Thrushcross Grange. Nei primi tre capitoli, ambientati verso la fine del 1801, narra del suo arrivo e di come conosca il suo padrone di casa, Heathcliff, che vive, insieme ad alcuni parenti e alla servitù, a Wuthering Heights, una proprietà vicina, situata in una porzione più elevata della brughiera. Dopo una visita a Wuthering Heights sotto una tempesta di neve, durante la quale ha subito le conseguenze dello sgradevole clima di paura e malcelato odio reciproco che intercorre tra gli abitanti della casa, cade malato, venendo assistito dalla governante, Ellen (Nelly) Dean, che ha servito gli Earnshaw e i Linton per tre generazioni. È lei che, su insistenza di Lockwood che cerca una spiegazione per gli strani avvenimenti e per l’atmosfera che ha trovato a Wuthering Heights, narra la storia delle due famiglie, partendo da trent’anni prima: la sua narrazione, registrata da Lockwood, occupa praticamente per intero il romanzo, fatto salvo il prologo, visto che è ancora lei a raccontare al giovane l’epilogo. Nelly narra quasi sempre in quanto testimone diretta dei fatti, ma in alcuni casi deve ricorrere a sua volta ad altre fonti (una lunga lettera di Isabella Linton, le confidenze di Zillah, un’altra domestica). Così, in generale i fatti sono narrati da Nelly a Lockwood il quale li narra a noi, ma le cose si complicano ulteriormente quando qualcun altro li narra a Nelly, che li narra a Lockwood che li narra a noi.
Infine, un altro elemento di originalità del romanzo sta nella sua organizzazione temporale: come detto, la narrazione inizia alla fine del 1801, con l’arrivo di Lockwood nella brughiera; dal quarto capitolo inizia il lunghissimo flashback narrato da Nelly a Lockwood durante i pochi giorni della sua convalescenza, che prendendo le mosse, come detto, dal 1771, ci porta gradatamente e linearmente all’attualità del 1801. Guarito, Lockwood lascia Thrushcross Grange per tornare a Londra, ritornandovi alcuni mesi dopo, nel settembre 1802: Nelly riprende il ruolo di narratrice e racconta ciò che è successo negli ultimi mesi.
Questa serie di elementi strutturali costituisce a mio avviso uno degli elementi di maggior fascino del romanzo, perché, come accennato sopra, ad essi corrispondono alcuni messaggi che l’autrice ci trasmette sul significato della storia narrata. La domanda che è necessario porsi è infatti: perché Emily Brontë costruisce in questo modo il suo romanzo, che all’epoca della sua pubblicazione fu aspramente criticato proprio perché confuso?
Riprendiamo il tema della simmetria del romanzo: essa a mio avviso corrisponde ad un’altra simmetria-chiave propostaci dall’autrice: quella esistente tra le due famiglie protagoniste. Gli Earnshaw di Wuthering Heights e i Linton di Thrushcross Grange sono famiglie antiche: la prima volta che Lockwood varca la soglia di Heights nota sull’architrave la data “1500”, e Nelly poco dopo gli dice che anche i Linton sono signori di Grange da secoli. Si presume perciò che sino ad allora le due famiglie abbiano avuto rapporti di buon vicinato, cementati dal comune status di possidenti terrieri: forse anche in passato vi sono stati matrimoni incrociati, anche se nulla ci è detto in proposito. La simmetria tra le due famiglie nel 1771 è comunque perfetta: in entrambe troviamo due genitori con due figli adolescenti o bambini, un maschio e una femmina. Questa simmetria, specchio della tranquillità e del consolidato potere della piccola nobiltà agraria su cui si è fondata per secoli la società inglese, è rotta dall’entrata in scena di Heathcliff. Anche se alcuni commentatori si sono spinti ad ipotizzare che Heathcliff fosse in realtà figlio illegittimo di Mr. Earnshaw, egli è tuttavia totalmente avulso alla piccola, apparentemente cristallizzata società in cui viene catapultato a sette anni, come testimonia emblematicamente il fatto che sia dotato di un solo nome, che funge anche da cognome: l’autrice ce lo descrive come uno zingaro, scuro di pelle e bruno di pelo, che all’inizio si esprime in un dialetto incomprensibile. Viene da Liverpool, la città simbolo del mercantilismo inglese che proprio alla fine del ‘700 stava vivendo l’inizio della prima grande rivoluzione industriale che avrebbe per sempre sconvolto proprio il piccolo mondo rurale incarnato dagli Earnshaw e dai Linton. Heathcliff rappresenta quindi a mio avviso – oltre ad altre mille cose, essendo uno dei personaggi letterari più straordinari che sia mai stato concepito, che affonda le sue radici nella tradizione shakespeariana – la nuova società industriale e borghese che avanza, che si incunea sempre di più nel piccolo mondo antico delle Midland, sconvolgendone i rapporti sociali e finanche il paesaggio fisico, e portando con sé un carico di sofferenze umane inimmaginabili. Emily (esattamente come contemporaneamente stava facendo Charlotte – con esiti peraltro molto meno alti – scrivendo il novel sociale Shirley) traspone nel suo romance le angosce, le paure, il senso di ingiustizia che le sorelle provano di fronte a questa nuova organizzazione sociale, sentimenti che si sommano a quelli derivanti dalla loro vicenda esistenziale. Heathcliff è odiato e viene espulso dal mondo in cui era entrato, che lo ritiene un selvaggio e un usurpatore; viene annichilito nel suo amore totale per Catherine, ma torna ricco (appunto!), e da quel momento la sua vendetta consisterà nell’appropriarsi dei beni materiali delle due famiglie (di nuovo, appunto!).
L’autrice quindi, con una finesse letteraria meravigliosa, si serve di una struttura narrativa perfettamente simmetrica per raccontarci la rottura tragica di una simmetria sociale ed etica, simmetria che sembra ricomporsi nel finale.
Venendo ora al ricorso alla narrazione a più voci concentriche, è indubbio che si tratti di un’altra grandissima trovata letteraria. Infatti Emily affida apparentemente la narrazione ad un soggetto totalmente estraneo alla storia (ed anche un po’ stupido, presuntuoso e tardo nel capirla sino in fondo), che però in realtà si deve affidare a chi (Nelly) non solo ne è stata coprotagonista, ma in alcuni casi, anche attraverso entrate a gamba tesa, ne ha determinato l’andamento. Noi lettori dobbiamo fidarci di Nelly, ma Nelly ha le sue simpatie e le sue idiosincrasie, è parte in causa: siamo sicuri che le cose siano andate proprio come Nelly ce le racconta? La risposta è no, ed il dubbio è ancora più forte per quelle parti in cui la stessa Nelly si affida ad altre fonti. La storia del breve matrimonio tra Isabella Linton e Heathcliff è narrata da una lettera di Isabella: può mai Isabella essere imparziale? Tutto nel romanzo è mediato dal punto di vista dei vari narratori, che – a parte il povero Lockwood – sono al tempo stesso attori e comprimari. Questa parzialità di giudizio, che attraversa tutto il romanzo, è fortemente voluta, e ci è suggerita dall’autrice proprio all’inizio quando, al primo incontro con Heathcliff, Lockwood prova una viva simpatia per lui e ne apprezza la misantropia, salvo poi ricredersi presto.
Proprio Heathcliff, in assoluto il protagonista del romanzo, è descritto nella prima parte come un selvaggio, e nella seconda come un essere votato alla vendetta, senza che mai possa prendere direttamente la parola per darci la sua versione. Oltre a fatti conclamati che ci possono portare a condividere questa opinione sostanzialmente negativa su di lui, l’autrice mette però in campo altri fatti, che ci fanno riflettere: come detto, egli viene espulso dalla famiglia, alla morte del vecchio Mr. Earnshaw , dal fratellastro Hindley, che lo odia e ha iniziato da subito a umiliarlo. Viene relegato tra la servitù, addetto ai lavori pesanti. Heathcliff sopporta però stoicamente i soprusi, perché forte del suo legame con Catherine. Più tardi, quando si rende conto che anche Catherine lo tradirà, dandosi a chi appartiene al suo rango sociale, se ne andrà per il mondo. Tornato dopo tre anni, si accontenta di essere amico di Catherine, ma viene di nuovo scacciato dal marito di Lei, peraltro a seguito di una vera e propria soffiata malevola di Nelly. Sulla base di questi ulteriori elementi, che giudizio possiamo farci di Heathcliff? È davvero il feroce e spietato individuo di cui ci parla Nelly o è la vittima di una crudele discriminazione di classe?
A proposito di Catherine, l’altro grande personaggio del libro (ma che dire di Nelly o di un personaggio minore come il domestico Joseph?), come non rilevare, nella contraddizione tra il suo amore romantico e assoluto per Heathcliff (”io sono Heathcliff!” dice) e la sua incapacità di sfuggire alle convenzioni sociali, come non vedere nelle giustificazioni alle sue scelte nel famosissimo dialogo con Nelly, una straordinaria capacità dell’autrice di andare oltre l’amore romantico delineando con chiarezza i meccanismi del senso di colpa e dei suoi antidoti?
La struttura narrativa, la parzialità con cui veniamo a conoscere la storia, le sue ambiguità (ce ne sono moltissime nel testo) costituiscono uno degli elementi di grandissimo fascino di questo romanzo, nel quale i giudizi sono espressi da chi ha un preciso ruolo nell’azione, rendendoli così quantomeno controversi, oppure non vengono espressi. In questo senso Cime tempestose può davvero considerarsi un romanzo dotato di una sua peculiare modernità – colta non a caso nel primo novecento – e di una potenza che irretisce anche il lettore contemporaneo.
Resta da dire del finale, di quella struggente (perché a-morale o premorale, secondo una definizione di Mario Praz) fine di Heathcliff, che ci restituisce una parte essenziale della grandezza assoluta del personaggio. Ritengo che una fine così, seppure un po’ sminuita da quella pettegola di Nelly, sia paragonabile a quella degli eroi. Sono solo gli eroi che capiscono quando sono stanchi, quando ciò che fanno non ha più senso: sono solo gli eroi che sanno quando è giunto il momento di andarsene. Anche la nuova simmetria insita nella ritrovata armonia tra gli Earnshaw e i Linton sarà sghemba, perché i fantasmi di Catherine e Heathcliff continueranno a vagare nella brughiera, checché ne pensi il povero Lockwood (che come al solito ha capito poco).
Ci vorrebbero altre decine di pagine ed una competenza che non ho per approfondire alcuni altri dei temi esistenziali, sociali e letterari che Cime tempestose ci propone. Come dice Gabrilu, questo è un romanzo che va letto, riletto e straletto, certi che ogni volta ci regalerà qualcosa di cui stupirci.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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