Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

Un altro capolavoro introvabile del “Naturalista della crisi”

OccasionediUccidereRecensione de L’occasione di uccidere, di Heimito von Doderer

Garzanti, Narratori moderni, 1983

Eccomi di nuovo reduce dalla lettura di un romanzo di Heimito von Doderer, e di nuovo costretto a lamentarmi del modo scandaloso in cui si comporta l’editoria italiana, che da molti anni ci impedisce di fatto di conoscere l’opera di questo autore.
Sino a un paio di decenni fa Doderer era edito nel nostro Paese dalle più prestigiose case editrici: i suoi capolavori – I demoni, La scalinata e Le finestre illuminate – facevano parte delle collane Einaudi, e questo meno noto L’occasione di uccidere (sbilenca versione del titolo originale Ein Mord, den jeder begeht, tradotto nientedimeno che da un giovane Aldo Busi) era stato stampato da Garzanti nel 1983. Dopo, il nulla: neppure Adelphi, che nel frattempo si era presa l’onere di riscoprire pressoché tutta la letteratura mitteleuropea, dedica un solo titolo a questo autore viennese.
Eppure anche la lettura di questo romanzo non fa che confermare, a mio avviso, l‘assoluta grandezza di Doderer nel panorama non certo asfittico della letteratura austriaca a cavallo tra gli anni ’30 del XX secolo e i primi decenni del dopoguerra. Un consiglio che mi sento di dare è quindi quello di far entrare L’occasione di uccidere nella propria libreria acquistandolo nei circuiti dell’usato, dove è ancora disponibile a prezzi più che accessibili.
Questo romanzo risale agli anni tedeschi di Doderer, ed apparve nel 1938. Il dato temporale è oltremodo importante, perché l’autore si trasferì in Germania nel 1936, aderendo al partito nazista tedesco dopo essere stato membro di quello austriaco; dal nazismo si distaccò solo nel 1940, con la conversione al cattolicesimo. L’occasione di uccidere è quindi il romanzo scritto da un Doderer pienamente nazista, o che quantomeno ha appena iniziato a prendere le distanze da quella ideologia. Si deve dire subito, però, che nel romanzo, che pure è ambientato in Germania tra la prima guerra mondiale e il periodo immediatamente precedente l’ascesa al potere di Hitler, non c’è traccia dell’adesione dell’autore al nazismo: vi si ritrova invece, come vedremo, quel distacco dalla storia che caratterizzerà tutta l’opera di Doderer, e che contribuisce a renderla così affascinante da un lato e così controversa dall’altro.
Il romanzo narra della vita di Conrad Castiletz, nato nel 1905 (come si deduce da una serie di precisi rifermenti temporali sparsi nel testo) in una imprecisata metropoli della Germania meridionale. Incontriamo Kokosch (così viene chiamato in famiglia) ancora bambino: il padre, quarantasettenne, è uno stimato ed agiato agente di commercio, mentre la madre – la cui presentazione costituisce a mio avviso la prima grande perla del romanzo – è molto più giovane del consorte e si dedica ovviamente, come ogni buona madre borghese, alla casa e all’educazione dell’unico figlio.
Conrad è uno scolaro non mediocre, ma mediano: Doderer ce lo descrive come un alunno cui i professori non fanno caso, a cui in un certo senso si abituano, in quanto sanno che passerà da una classe all’altra senza infamia e senza lode.
Vivendo in periferia, frequenta, nei prati e nei fossi adiacenti alla casa, ragazzi proletari con cui va a caccia di rane e tritoni, non stringendo però con loro amicizia a causa della percepita differenza sociale. L’unico amico con cui per un breve periodo condivide le passioni infantili è Günther Ligharts, un compagno di classe che però presto va a vivere a Berlino.
Al riparo della rispettabilità borghese il padre di Conrad è un tiranno, spesso violento con la moglie e soprattutto con il figlio, del quale incanala l’esistenza verso lidi dirigenziali. È lui a decidere che il figlio debba frequentare scuole commerciali, a fornirgli un insegnate privato di diritto e contabilità e, più tardi, ad introdurlo nel mondo industriale con cui intrattiene buoni rapporti d’affari.
Nel frattempo Conrad ha superato l’adolescenza ed è entrato nella piena giovinezza, con tutte le conseguenze del caso: credo utile – anche alla luce della difficile reperibilità del romanzo – riportare qui alcuni brevi passi della pagina in cui Doderer descrive l’iniziazione sessuale di Conrad negli infimi bordelli della sua città, splendido esempio della brillantezza della prosa di Doderer e della sua argutissima ironia.
“In quell’inverno il destino prese una svolta i cui inizi vengono ritenuti della massima importanza e sono sempre soggetti a nuove descrizioni, cosa di cui si può pensare in modi diversi. In Conrad Castiletz almeno — per quanto il colpo vibrato da questa freccia attraverso il diaframma potesse togliergli il respiro — l’unica cosa che sembra di qualche importanza è che egli, trovando per la prima volta la strada verso il cuore vero e proprio del suo quartiere, nello scuro, anzi, torvo intrico di vicoli vecchi e in parte persino antichi — è che egli non rinunciò a nessuna di quelle misure precauzionali che gli erano state consigliate da svogliate spiegazioni cameratesche, cognizioni che indi assunsero il loro esatto profilo tramite un’accorta spigolatura letteraria. […]
Per quanto concerne Albert Lehnder
(l’insegnante privato, N.d.R.), Conrad gli comunicò senza ambagi le sue nuove abitudini esistenziali. Lehnder volle sapere con precisione se tutte le precauzioni erano state messe in pratica, e, costatato che Conrad a questo riguardo era informato e che queste faccende erano sotto controllo, da quel momento liquidò il tutto con una certa sufficienza e in modo beffardo”. Che meravigliosa capacità di dire tutto senza dire nulla…
Il primo amore è comunque per una ragazza povera, Ida, che Conrad però abbandona presto, convinto dallo stesso Lehnder a non impegnarsi con ragazze del popolo.
Terminati gli studi si trasferisce in un’altra città dove, introdotto dal padre, inizia a lavorare nelle fabbriche tessili della famiglia Veik. In breve diviene dirigente e sposa Marianne, una nipote del principale, più anziana di lui, la sorella della quale, Louison, è stata assassinata su un treno, di notte, alcuni anni prima, senza che l’assassino sia stato individuato. Mentre l’amore tra i coniugi – se mai c’è stato – finisce, Conrad si interessa al caso della cognata morta, il cui rapporto con la sorella era stato molto contrastato, e decide di provare a risolvere il mistero. Non dico altro sulla trama, ma avverto che anche in questo caso, come per molti buoni romanzi, essa non è assolutamente in grado di lasciar intuire la grandezza di un libro, che va assolutamente letto.
Il romanzo è infatti nettamente, ma in realtà solo apparentemente, diviso in due metà: nella prima è raccontata la vita di Conrad da quando era bambino sino al matrimonio e ai primi segni di crisi con Marianne; nella seconda prevale l’ossessione di Conrad rispetto alla soluzione del giallo della morte di Louison, e quindi quello che era una sorta di romanzo di formazione si trasforma quasi in un poliziesco, con tanto di indagini e colpi di scena.
Come accennato però l’apparenza inganna, perché la seconda parte del romanzo, pur nella diversità del suo campo d’azione, è direttamente connessa alla prima.
Ripartiamo dall’inizio: Conrad è un bambino che subisce passivamente i condizionamenti dell’ambiente in cui vive: la sua vita è decisa come detto dal padre prima e dai principali poi. I suoi spazi di libertà infantili – le avventure lungo i fossi dietro casa, l’età dei tritoni – sono tollerati dal padre solo al prezzo di una rigida disciplina domestica, nella quale sottrarre una matita al genitore comporta crudeli punizioni. I compiti a casa sono chiamati disposizioni aziendali, e l’azienda è il destino che sin da subito suo padre gli impone. Più tardi la carriera e il matrimonio con Marianne saranno percepiti da tutti come naturali. Conrad – a dispetto del vigore fisico – è un debole, che non sa immaginare altro orizzonte del mondo grettamente materialistico in cui è immerso: non manifesta mai una volontà propria, come dimostra l’abbandono senza rimorso di Ida; va avanti per inerzia ed assecondando ciò che gli altri si aspettano da lui, anche come detto nella sfera affettiva. Ogni tanto qualcuno o qualcosa gli fa venire il dubbio che stia perdendo la capacità di vivere, come ad esempio emerge nei dialoghi con l’epicureo von Hohenlocher – sorta di coscienza critica che ridicolizza con finezza le sue ambizioni esclusivamente borghesi – ma non è in grado di cambiare binario, secondo la metafora di Doderer, e la sua non vita continua a percorrere il tragitto che altri hanno definito. È il mistero della morte di Louison che lo risveglia definitivamente da questo torpore esistenziale: per capire perché egli attribuisca tanta importanza a questa vicenda è prima necessario accennare ai rapporti tra le due sorelle, che come detto erano complicati. Marianne infatti è una ragazza prosperosa, sportiva, solare, mentre la sorella, di poco più giovane di lei, era minuta e più enigmatica. Era quindi accaduto spesso che chi si avvicinava alla famiglia (in particolare i giovani maschi) rivolgesse prima le sue attenzioni a Marianne, per poi restare affascinato dalla spiccata personalità di Louison. Marianne perciò odiava la sorella, che le aveva rovinato la vita. Suo padre, in un colloquio con Conrad, la definisce un ponte, attraversato spesso per arrivare a Louison. Anche Conrad si lascia irretire dalla personalità della morta, nel momento in cui il suo matrimonio va in crisi, e l’unico modo che ha per entrare in contatto con lei è capire cosa le è successo. È quindi un atto di ribellione contro la sua non vita che lo porta a indagare, è il tentativo di recuperare, attraverso di lei, la sua identità, la sua capacità di agire autonomamente. In questo senso l’indagine poliziesca di Conrad assume un connotato metaforico profondo, di scavo alla ricerca di una verità che diviene la ricerca della propria personalità negata sino allora dall’accettazione supina delle convenzioni, dal suo essere eterodiretto. Questo legame tra la ricerca della verità nella vicenda di Louison Veik e quella della sua vera identità da parte di Conrad viene accentuato drammaticamente dalla scoperta che Conrad fa di non essere un semplice investigatore della morte di Louison. Il finale, di cui purtroppo non posso dire nulla ma che a mio avviso va letto con attenzione e merita di restare scolpito tra le pagine della grande letteratura del ‘900 per la tragica ironia che ci trasmette, rende conto in maniera esemplare della grandiosa capacità che questo autore aveva di sottrarsi a qualsiasi obiettivo narrativo che non fosse il tentativo di mostrarci il mondo così com’è.
Se infatti possiamo rintracciare in questo romanzo, e nell’intera opera di questo autore, l’eco della sua ideologia di fondo, che lo portò ad aderire come detto al nazismo ma anche inevitabilmente a distaccarsene, è a mio avviso proprio nel rifiuto portato all’estremo di ogni visione politica della società.
Le vicende narrate si snodano come detto tra il 1913 e il 1930, in Germania. Di tutto ciò che è successo in quel periodo in quel paese, nel romanzo si trovano solo deboli tracce: soldati che si esercitano all’inizio della guerra, un accenno alla crisi del ’29. Nulla che influisca sulla storia di Conrad, che potrebbe essere tranquillamente ambientata in un’epoca diversa. Doderer ritiene, da aristocratico conservatore quale è sempre stato, che il mondo, gli eventi che lo caratterizzano, siano una sorta di variabile indipendente, le cui mutazioni nel tempo non vale neppure la pena analizzare. C’è un passo fondamentale in tal senso, giustamente evidenziato da Claudio Magris nella breve postfazione al romanzo: il dottor Inkrat, funzionario di polizia che si è occupato a suo tempo della morte di Louison, dice: ”il medico, il poliziotto, […] il puro scrittore di prosa, ovverosia l’io narrativo all’interno dell’arte poetica […] hanno fatto il sacrificio più grande che possa mai avvenire nello spirito: cioè di vedere il mondo così com’è, non come dovrebbe essere; e oltre a ciò, di considerare nulle tutte le aspirazioni di un <Come-Dovrebbe-Essere-Questo-Mondo> ancora appostate in fondo al cuore o là dormienti in una culla di sogni.” La letteratura quindi come esposizione di piccoli fatti, concatenati logicamente o casualmente, da esplorare con metodo analitico come fanno il poliziotto o il medico, che presuppongono il crimine e la malattia come inevitabili. Una sorta di Naturalismo della crisi che però contraddice i suoi obiettivi nel momento stesso in cui diviene pagina scritta, perché questa pagina non avrebbe potuto diventare letteratura se non avesse sussunto, oltre al mondo così com’è, anche la possibilità di giudicarlo: siamo quindi grati a von Doderer per queste sue contraddizioni, consci che se non le avesse avute, se fosse stato coerente con i suoi assunti ideologici oggi non lo potremmo leggere, così come del resto vorrebbero i nostri sciocchi editori.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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