Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Narrativa, Recensioni

Un apologo sociale di rara lucidità

JacobesuoFratelloRecensione di Jacob e suo fratello, di George Eliot

Marsilio, Letteratura Universale, 1999

Inizio la conoscenza di George Eliot, grande autrice dell’800 inglese, non dalla lettura di uno dei suoi celebrati romanzi, ma da un’opera minore, una novella pubblicata poco meno di vent’anni fa da Marsilio con la consueta cura, ancora fortunatamente disponibile.
Jacob e suo fratello fu scritto dalla quarantenne Mary Ann Evans nel 1860, a cavallo di due delle sue opere più importanti, Il mulino sulla Floss e Silas Marner, e riprende, sotto forma quasi di apologo satirico, le tematiche di critica sociale che caratterizzano la sua letteratura.
Il protagonista della vicenda è David Faux, un giovane che vive nella campagna inglese nei primi decenni dell’800. È pasticcere, ma progetta di andare nelle Americhe convinto di potere fare fortuna, influenzato com’è dalla descrizione delle Indie Occidentali come paese del bengodi che trova nelle sue scarse letture. Approfittando dell’assenza da casa di genitori e fratelli, ruba alla madre 20 ghinee che questa teneva nascoste nell’angolo di un cassetto della biancheria, andandole a nasconderle nel bosco, da cui intende recuperarle il giorno dopo, partendo senza attirare sospetti. Purtroppo, mentre sta nascondendo le monete nella cavità di un albero giunge Jacob, uno dei suoi fratelli, che è idiota ma vede le monete di cui potrebbe sicuramente riferire ai genitori. David mantiene il suo sangue freddo e convince il fratello che lasciando le ghinee nascoste queste si trasformeranno in caramelle (Jacob è particolarmente ghiotto di dolci), ottenendo il suo silenzio.
La mattina dopo David lascia la casa prima dell’alba, ma nel bosco trova Jacob che sta controllando se la trasformazione in caramelle sia già avvenuta. Dicendogli che è troppo presto e che bisogna trovare un altro posto David riesce infine a far ubriacare Jacob e, lasciatolo addormentato in una locanda, parte per Liverpool.
Circa sei anni dopo questi fatti giunge nella piccola e arretrata cittadina di Grimworth uno sconosciuto, Edward Freely, il quale affitta una casa sulla piazza del mercato e apre un esercizio che, visto il gusto inglese dell’epoca, oggi definiremmo una rosticceria con pasticceria. La nuova attività è accolta inizialmente con diffidenza dalle famiglie bene di Grimworth, le cui signore sono abituate a preparare in casa i piatti per la cena; inoltre Freely, di cui si comincia a sapere che ha viaggiato molto per mare, non è visto di buon occhio dai notabili della comunità, sia per la sua professione piccolo-borghese sia per il suo oscuro passato.
Dopo poco, però, qualche signora rompe gli indugi e inizia ad acquistare i piatti e i dolci preparati da Freely, che alla prova dei fatti piacciono molto. In breve Freely inizia a fare buoni affari e il velo di diffidenza nei suoi confronti si dissolve, anche perché si rivela abile nell’adulazione, nel vantare conoscenza del mondo e nell’attribuirsi le migliori virtù morali e religiose.
Diviene quindi membro della ristretta buona società di Grimworth, e mette gli occhi su Penelope (Penny) Palfrey, una ragazza carina ma soprattutto figlia della famiglia più ricca e nobile di Grimworth. Per poter essere accolto in famiglia come un pari, tuttavia, deve inventarsi nobili ascendenze ed eredità in arrivo da uno zio d’America: grazie a queste menzogne può fidanzarsi ufficialmente con Penny. Poco prima delle nozze legge sul giornale che David Faux (che è lui, naturalmente) è ricercato perché il padre è morto e gli lascia una piccola eredità… il seguito al piacere della lettura.
Una novella quindi apparentemente leggera, scanzonata, ma che alla lettura rivela una notevole dose di critica, estremamente circostanziata, nei confronti della società inglese del tempo dell’autrice, delle sue convenzioni, della ristrettezza culturale e politica della provincia e delle sue classi dominanti, dei meccanismi del progresso sociale ed economico in cui l’Inghilterra era immersa nei primi decenni del XIX secolo.
In un certo qual modo di quella società George Eliot è stata vittima. Come noto, infatti, la scelta di uno pseudonimo maschile era stata obbligata, per la sua condizione – quantomeno complicata in epoca vittoriana – di intellettuale donna e per di più di compagna di un uomo sposato, e quando – per difendere i suoi diritti d’autore – fu costretta a rivelare la sua vera identità, all’ostracismo sociale per la donna si aggiunse, da parte di molti, la sufficienza per la scrittrice. In questa novella, nella quale non esistono di fatto personaggi positivi, George Eliot si toglie anche alcuni sassolini di carattere personale, perché il suo aspetto fisico, considerato all’epoca non rispondente ai canoni della bellezza, le procurò parecchi dolori, in particolare al tempo del suo amore non corrisposto per il filosofo Herbert Spencer, che la rifiutò proprio per la sua non avvenenza, come ci ricorda Enrica Villari nella prefazione al testo, sulla quale tornerò. Se mi posso permettere un inciso, con il senno di poi credo sia stato un bene per Mary Ann Evans non convolare a nozze con il teorico del darwinismo sociale, che oltre ad essere il maldestro costruttore della sovrastruttura filosofica necessaria a giustificare il capitalismo liberista, colonialista e imperialista che avrebbe portato in pochi decenni alla immane tragedia della prima guerra mondiale, era una sorta di ipocondriaco compulsivo e certo (almeno a giudicare dalla fotografie pervenuteci) quanto meno poco legittimato ad esprimere giudizi di ordine estetico sulle persone.
La critica sociale insita in Jacob e suo fratello come detto non risparmia praticamente niente e nessuno. Il protagonista, David Faux è di fatto un ambizioso arrivista, la cui morale contempla solo il suo tornaconto personale. Non è però un arrivista spietato: ha spesso ipocritamente bisogno di ammantare le sue azioni di motivazioni etiche, ed in genere le sue scelte derivano da un attento calcolo di quale sia l’opzione meno rischiosa. Ad esempio, quando ha bisogno di soldi in vista della partenza per l’America, prende in considerazione l’idea di rubarli al suo principale, ma considerando la possibilità di essere denunciato per furto ripiega su un crimine moralmente peggiore ma per lui più sicuro, cioè rubare alla madre. È quindi un personaggio meschino, che George Eliot caratterizza in tal modo anche fisicamente, descrivendocelo come ”un giovane gentiluomo dal viso pallido, [in seguito diverrà giallastro N.d.R.] con la bocca senza labbra e i capelli radi”; la sua meschinità crescerà e in qualche modo diverrà sistematica quando entrerà a far parte della società di Grimworth per mettere le mani sulla dote di Penny Palfrey. L’autrice gioca scopertamente con i due cognomi che David assume nella vicenda, visto che Faux in francese significa “falso” (ma si pronuncia in inglese come “fox”) e Freely in inglese può significare anche “generosamente”, “gratuitamente”. Oltre che come tipo di arrivista meschino David viene caratterizzato anche dalla sua incultura: ha letto solo pochi libri presi in prestito dalla biblioteca circolante, e la sua conoscenza delle Americhe gli deriva da Inkle e Yarico – una storia d’appendice popolare nell’Inghilterra di quei decenni, che narra l’amore tra una indiana e un giovane mercante bianco che poi però la rivende come schiava – nella quale peraltro David si identifica con il fedifrago. Qui l’autrice lascia partire una bordata tremenda contro il milieu letterario dei suoi tempi, dicendo che qualora ”fosse vissuto oggi, e avesse avuto il privilegio di frequentare un Istituto di arti applicate, si sarebbe sicuramente dedicato alla letteratura e avrebbe scritto recensioni [dedicato a noi blogger N.d.R.]… se solo ortografia e dizione fossero state un po’ meno anticonformiste”.
Ma se il personaggio di David è sicuramente quello che, in una vicenda come quella narrata, deve essere negativo, gli strali di George Eliot si abbattono anche e soprattutto sul piccolo, gretto e chiuso microcosmo di Grimworth, paradigma della società inglese di provincia che stava vivendo la prima rivoluzione industriale. Le due pagine in cui l’autrice ci descrive la cittadina all’arrivo di Freely/Faux sono esemplari per come rappresentano la modernità che irrompe sulla scena della storia con le nuove esigenze del commercio, e denotano una conoscenza non banale di testi di economia (viene evocata persino la divisione del lavoro). David è l’elemento di disturbo di un ambiente ripiegato su sé stesso, nel quale ”gli anglicani avevano il proprio droghiere e il proprio merciaio. I dissidenti avevano i loro.” L’arrivo del nuovo pasticcere viene visto con sospetto innanzitutto perché può rompere i consolidati equilibri economici della cittadina, indurre nuovi bisogni e portare in prospettiva a fare acquisti nella città vicina, dove la scelta è maggiore e i prezzi più vantaggiosi. Questo clima di ostracismo, rotto inizialmente come detto da alcune mogli che hanno il coraggio di spendere un po’ di più a fronte della comodità di non preparare il cibo, è anche socialmente basato su solidi presupposti economici. La confidenza di David con i notabili di Grimworth cresce infatti di pari passo con il successo del suo negozio, e solo quando è passabilmente ricco viene ammesso nel club locale e diviene amministratore della parrocchia; le diffidenze del padre di Penny, patriarca della famiglia più in vista, ”che era proprietario della terra che amministrava” cadono completamente nel momento in cui David millanta tenute di famiglia e eredità in arrivo. Si può qui notare una particolare perfidia dell’autrice nei confronti di Mr. Palfrey e della sua famiglia che, letteralmente accecati dalla prospettiva di un matrimonio vantaggioso per la figlia, non si accorgono neppure che il ritratto che David ha appeso alla parete come quello di un prozio ammiraglio rappresenta in realtà Nelson, personaggio notissimo in quel periodo in Inghilterra. I Palfrey non sono solo quindi gretti, ma sono anche stupidi, tutti, compresa la piccola Penny, che si lascia abbindolare – quale novella Desdemona – dalle roboanti ed esotiche narrazioni di David, dai suoi bigliettini pieni di versi d’amore copiati, ma soprattutto – anche lei – dai suoi millantati beni. Anche Penny, del resto, come sua madre, come tutta Grimworth, è incolta: ha frequentato solo un anno di collegio e la sua unica lettura è stata un sussidiario. Questa insistenza sull’incultura dei personaggi principali è uno dei tratti distintivi della novella, ed è a mio avviso il segno dell’importanza che l’autrice attribuiva alla cultura per lo sviluppo di una piena umanità, dotata di sufficiente spirito critico.
In questo quadro un personaggio in qualche modo positivo c’è, anche se ne ho giocoforza parlato poco: si tratta di Jacob, il fratello idiota di David, che riapparirà nel finale e che non a caso dà il titolo al libro. Con la sua forzosa ingenuità è coerente nelle sue azioni, e per questo diventerà, come dice la chiosa della novella, ”un mirabile esempio delle forme inattese in cui la grande Nemesi cela le sue vie”.
Un piccolo apologo sociale, quindi, nel quale però come detto George Eliot non rinuncia a prendersi anche qualche rivincita personale. La più mirabilmente acida, invero da me interpretabile solo grazie alla prefazione di Enrica Villari, è quella rivolta a Spencer, sua antica fiamma: di David infatti ella ad un certo punto dice: “… non solo aveva viaggiato, ma aveva anche le gambe storte e un viso pallido dai lineamenti piccoli, cosicché la natura stessa lo aveva destinato ad essere uno schizzinoso intenditore di donne”.
Devo però tornare sulla prefazione di Villari perché, se da un lato contribuisce ad esaltare l’importanza di questo volume, che propone – come usuale in questa collana della benemerita Marsilio – il testo originale a fronte e un imponente apparato di note, dall’altro mi sembra pecchi di parzialità d’analisi. La traduttrice e curatrice, infatti, pur dando conto dell’importanza della componente di critica sociale e al capitalismo presente nella novella, tende a privilegiare gli aspetti satirici legati alle esperienze personali dell’autrice, basandosi su differenze che si possono riscontrare tra il personaggio di David Faux e i personaggi negativi dei suoi romanzi maggiori, cui George Eliot concede sempre qualche tratto di umanità che nega invece a David. Come detto, non ho ancora letto i romanzi di George Eliot, ma la lettura di questa novella mi ha fatto apparire evidente come non si tratti anche di un apologo sociale, ma soprattutto di un apologo sociale, nel quale l’autrice si è perfidamente divertita ad inserire richiami alle sue esperienze private.
Un ottimo racconto, quindi, che si legge in una sera ma che ci può accompagnare per sempre.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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