Pubblicato in: Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

Troppa carne al fuoco del Realismo Magico di Grass

LaRattaRecensione de La Ratta, di Günter Grass

Einaudi, Tascabili Letteratura, 1997

Credo sia giusto, prima di parlare di questo suo romanzo, rendere omaggio a Günter Grass con una delle sue ultime opere, il breve poema Ignominia d’Europa, che dimostra come questo intellettuale che ha attraversato il volgere del millennio, pur con tutti i limiti che si possono addebitare alla sua letteratura ed anche alla sua azione politica, sia stato comunque in grado – se non forse di percepire fino in fondo le cause profonde delle dinamiche socio-economiche che hanno caratterizzato e caratterizzano ancora la nostra epoca – almeno di additarne al pubblico senza infingimenti gli effetti. Quanti intellettuali europei, di fronte al massacro economico (e non solo, visto il tasso di suicidi) di un intero popolo per proteggere i profitti di istituti bancari che hanno agito in modo scellerato, hanno fatto sentire la loro voce? Tra l’altro, visto che nel mirino della UE (non dell’Europa, che è cosa diversa, e questo è un appunto che si potrebbe fare a Grass) oggi ci siamo noi, questi versi conservano una straordinaria attualità.

Ignominia d’Europa
Prossima al caos, perché non all’altezza dei mercati,
lontana sei dalla terra che a te prestò la culla.
Quello che, con l’anima hai cercato e consideravi tuo retaggio,
ora viene tolto di mezzo, alla stregua di un rottame.
Messo nudo alla gogna come debitore, soffre un Paese
al quale dover riconoscenza era per te luogo comune.
Paese condannato alla miseria, la cui ricchezza,
ben curata, orna i musei: preda che tu sorvegli.
Coloro che, in divisa, con la violenza delle armi funestarono il Paese
ebbro d’isole, tenevano Hölderlin nello zaino.
Paese a stento tollerato, di cui un tempo tollerasti
i colonnelli in veste di alleati.
Paese privo di diritti, al quale un potere che i diritti impone,
stringe sempre più la cintola.
Sfidandoti, veste di nero Antigone e dovunque lutto
ammanta il popolo di cui tu fosti ospite.
Eppure fuori dai confini il codazzo dei seguaci di Creso
ha ammassato tutto ciò che d’oro luccica nelle tue casseforti.
Trangugia infine, butta giù! gridano i claqueur dei Commissari,
ma Socrate ti restituisce irato il calice colmo fino all’orlo.
Malediranno in coro gli Dei ciò che possiedi,
quando il tuo volere esige di spossessare il loro Olimpo.
Priva di spirito deperirai senza il Paese
il cui spirito, Europa, ti ha inventata.


Scrittore politico quindi, Günter Grass, e questa sua essenza emerge appieno anche ne La Ratta, pubblicato nel 1986 ma ambientato in gran parte nel 1984. Questo romanzo non è certo conosciuto e celebrato come Il tamburo di latta, anzi all’uscita in Germania fu oggetto di pesanti stroncature, tanto che Grass con la moglie si trasferì per un anno in India, ed anche la sua uscita in Italia passò quasi inosservata, come ci ricorda Michele Sisto nel bell’articolo «Die Rättin» – La crisi dell’illuminismo nell’anno di Orwell al quale rimando soprattutto per la compiuta analisi della struttura del romanzo. Questa accoglienza ostile si può spiegare in molti modi, e credo che soprattutto in Germania essa rifletta in parte il fatto che alla metà degli anni ’80 – quando la BRD aveva ormai riacquistato tutto il suo potere economico e di conseguenza si avviava ad uscire definitivamente dalla condizione di sudditanza politica cui l’aveva relegata la disfatta – venisse vissuta con fastidio la delegittimazione della genesi stessa della Repubblica Federale (ma anche della DDR) che Grass espone in questo romanzo. D’altra parte ritengo sia giustificata anche oggi una critica rivolta alla distanza che si avverte tra le ambizioni che lo scrittore ha posto nella scrittura de La Ratta e il risultato ottenuto.
Indubbiamente La Ratta è un romanzo molto ambizioso, sia per struttura sia per contenuti. Non conosco direttamente le altre opere di questo autore, ma mi pare di poter dire, per quel poco di documentazione cui ho attinto, che si tratti del tentativo di scrivere un romanzo totalizzante che recupera e contestualizza rispetto ai tempi nuovi alcuni elementi (e personaggi) chiave della sua precedente produzione letteraria e inoltre contiene non pochi rimandi filosofici, letterari (le fiabe romantiche dei Fratelli Grimm) e storici (la vicenda del pittore Lothar Malskat e del Pifferaio di Hamelin), il tutto nella cornice dell’olocausto nucleare e delle sue imprevedibili conseguenze.
A tale articolazione di contenuti corrisponde quella strutturale, che rende il romanzo di non facilissima lettura. Esso infatti è composto di sei storie che si inseguono durante tutto il testo.
La prima è quella del narratore che, dopo aver ricevuto in dono per natale, su sua richiesta, un ratto, inizia a sognare di essere in orbita nello spazio e di dialogare con una ratta che lo informa di come l’umanità sia scomparsa a seguito di un conflitto nucleare scatenatosi per errore e di come i ratti siano i nuovi dominatori della terra.
La seconda è quella di cinque donne che, su una piccola nave, esplorano il Baltico cercando di misurare la densità delle meduse, indicatrici dell’inquinamento del mare; in questa storia compare il Rombo, protagonista dell’omonimo romanzo femminista di Grass del 1979, e le donne – amate da Grass in tempi diversi – cercheranno di scoprire la localizzazione di Vineta, mitica città anseatica sprofondata in mare e dove vigeva il matriarcato.
La terza storia ha come protagonista Oskar Matzerath, il nano de Il tamburo di latta. Ora egli è un affermato sessantenne, ha una casa di videoproduzione (ha anche prodotto dei pornofilm, ci dice Grass) e riceve una cartolina che lo invita a recarsi in Polonia, precisamente in Casciubia, per il centosettesimo compleanno di sua nonna, Anna Koljaiczek.
La quarta storia è la sceneggiatura di un film che il narratore sta scrivendo per il produttore Matzerath: è una tragica fiaba ecologista nella quale i figli del cancelliere federale, scappando dai genitori, si trasformano in Hänsel e Gretel e, con l’aiuto di altri personaggi delle fiabe dei fratelli Grimm, cercano di salvare il bosco dalla moria provocata dalle piogge acide: tutti insieme riescono a fare di Jacob Grimm il cancelliere, ma la reazione del potere economico, militare e religioso spazza via cruentemente il governo delle fiabe.
La quinta storia è la trasposizione romanzata di un episodio incredibile ma avvenuto veramente. Nel 1951 venne inaugurato, alla presenza di Adenauer, il restauro della chiesa di S. Maria a Lubecca e di un prezioso ciclo di affreschi gotici venuti alla luce a brani dopo un bombardamento alleato. L’occasione parlava della rinascita della Germania e della sua cultura, e gli storici dell’arte vedevano un maestro di Lubecca e un inedito gotico del nord. Dopo pochi giorni un oscuro pittore, Lothar Malskat, confessò spontaneamente di essere l’autore dei dipinti: aveva lavorato alle dipendenze dell’appaltatore del restauro ed invecchiato gli affreschi con spazzola e cipria. All’inizio non fu creduto, quindi – quando la truffa fu evidente – venne condannato a 18 mesi di galera. Emerse che anche nell’anteguerra aveva falsificato altri affreschi gotici, e che il fatto che in uno di questi apparissero dei tacchini, anziché rendere palese l’anacronismo, era stato interpretato dai critici d’arte nazisti come la prova che l’America era stata raggiunta prima di Colombo da navigatori ariani. Anche questa storia è la sceneggiatura di un possibile film, intitolato I falsi cinquanta.
L’ultima storia riguarda le interpretazioni che l’autore dà della notissima fiaba (sempre raccolta dai Grimm) del pifferaio magico. In realtà non i ratti sarebbero stati allontanati dal paese ma 130 bambini, emigrati o seppelliti vivi dai loro genitori per il loro comportamento non consono rispetto alle convenzioni.
Come detto, per una analisi più dettagliata delle singole storie rimando all’articolo di Michele Sisto.
Nei dodici capitoli in cui il romanzo è suddiviso ciascuna di queste storie appare e scompare; inoltre in ciascun capitolo vi sono uno o più brevi poemi. Tutto ciò, come ho già accennato, rende non agevole la lettura: soprattutto all’inizio il lettore si sente disorientato, per poi abituarsi a questo continuo va-e-vieni del resto tipico di Grass.
Nei sogni in cui il narratore immagina di dialogare con la Ratta (ma non è chiaro se non sia invece la Ratta a sognare di lui) l’umanità è sparita in seguito ad un attacco nucleare tra le due superpotenze causato da topi che hanno rosicchiato i computer militari. I ratti, (Rattus norvegicus, giunto in Europa all’inizio dell’era moderna) sono sopravvissuti nelle loro tane, ed hanno quindi fondato una loro società nella quale, esaurite le scorte e le immondizie umane, hanno elaborato una rudimentale forma di agricoltura. La loro società è molto più solidale di quella umana, e dopo un primo periodo di guerre di religione ora le varie comunità vivono pacificamente. Quella di Danzica occupa gli edifici storici risparmiati dalle bombe al neutrone. Grass sceglie il ratto perché rappresenta nel nostro immaginario tutto ciò che riteniamo nocivo e degradante: lo riteniamo sporco, vive nelle fogne nutrendosi di immondizia. Eppure il ratto – che non è affatto sporco – vive in stretta simbiosi con l’uomo, che lo ha diffuso sul pianeta con i suoi commerci, ed ha una organizzazione sociale molto complessa, basata davvero su una sorta di solidarietà intracomunitaria. È la specie perfetta per sostituirci.
Le donne che navigano alla ricerca delle meduse e poi di Vineta rappresentano l’esperimento di società femminile vagheggiata durante gli anni ’70 e letterariamente espressa da Grass ne Il rombo. Le loro motivazioni sono quindi sia ecologiste sia più strettamente politiche. Quando però giungono a scorgere sul fondale la città sommersa la trovano invasa dai ratti e subito vengono spazzate via dalle esplosioni nucleari: l’olocausto atomico fa svanire quindi anche la prospettiva di una società più giusta fondata sul potere femminile.
Oskar Matzerath, metafora della deformità originaria della Germania ne Il tamburo di latta, è ora produttore di video, e con la sua Mercedes 190 rappresenta la nuova Germania ed il potere dei nuovi media (siamo negli anni ’80), che si spinge sino a voler preconfezionare il futuro. Non può però evitare di confrontarsi con il passato, con una terra – la Casciubia – anch’essa profondamente cambiata rispetto alla giovinezza di Oskar, ora soggetta al totalitarismo ma in cui già si affacciano prepotenti le crepe che porteranno alla dissoluzione il regime: c’è infatti nella storia un esplicito riferimento a Solidarność fuorilegge, anche se a Grass non sfugge la tendenza al compromesso che caratterizzava l’epoca.
Le due storie sulle fiabe dei Grimm e di Lothar Malskat sono quelle più strettamente politiche e tedesche. In particolare in quest’ultima Grass come detto delegittima le radici stesse dei due stati tedeschi, che hanno potuto darsi una patina di democrazia ad ovest e di socialismo ad est perché ha fatto comodo ai loro protettori usarli contro l’altra parte. Così la falsificazione di Malskat diviene la metafora della grande mistificazione tedesca: passare da vinti a vincitori, poter rialzare la testa senza dover più fare i conti con il passato. In fondo il povero Malskat confessa il suo falso, mentre Adenauer e Ulbricht non lo faranno mai.
Moltissimi altri temi possono essere estratti da questo complesso romanzo: il fatto che sia stato scritto nel 1984 fa pensare ad un omaggio ad Orwell, ed in effetti nella specie di ratto-uomini (i watsoncrick) che tentano di soggiogare i ratti verso la fine del libro si può trovare qualche eco de La fattoria degli animali; vi si trovano richiami all’illuminismo e alla sua degenerazione tecnicista, la cui critica costituisce come accennato per Michele Sisto la chiave di lettura fondamentale; l’apparizione dei Puffi (si, proprio loro) allude al degrado della cultura e del linguaggio.
Grass mette quindi tantissima carne al fuoco del suo realismo magico: forse troppa. Inevitabilmente, a mio modo di vedere, un romanzo così complesso non può che avere cadute di tono anche pesanti, visto che l’autore è sicuramente un ottimo scrittore ma non un genio assoluto. Così molti passaggi appaiono fin troppo didascalici e forzati. Esemplare da questo punto di vista la storia delle fiabe dei Grimm, che a mio avviso si salva solo per il potente, tragico finale. C’è poi una certa dose di autocompiacimento autoriale nel riprendere vicende e personaggi de Il tamburo di latta e de Il rombo, quasi a dire al lettore se vuoi capire sino in fondo leggi quanto ho già scritto. Resta, secondo me, soprattutto la storia di Malskat, in cui una vicenda vera si trasforma nella metafora della falsificazione della Storia, falsificazione che – possiamo dire a oltre trent’anni di distanza – costituì il necessario antefatto della mai sopita ansia di egemonia di una nazione che oggi persegue – sia pur per ora con altri mezzi – gli stessi obiettivi perseguiti cento e ottanta anni fa, contro i quali – come visto all’inizio – Günter Grass non ha smesso di scagliarsi sino alla fine.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

5 pensieri riguardo “Troppa carne al fuoco del Realismo Magico di Grass

  1. “Resta, secondo me, soprattutto la storia di Malskat, in cui una vicenda vera si trasforma nella metafora della falsificazione della Storia, falsificazione che – possiamo dire a oltre trent’anni di distanza – costituì il necessario antefatto della mai sopita ansia di egemonia di una nazione che oggi persegue – sia pur per ora con altri mezzi – gli stessi obiettivi perseguiti cento e ottanta anni fa, contro i quali – come visto all’inizio – Günter Grass non ha smesso di scagliarsi sino alla fine.”
    Non ho capito. Tu cosa avresti proposto, di eliminare la Germania dalla carta geografica?
    Certo può stupire che un paese distrutto settant’anni fa alla radice sia di nuovo il più forte, e da parecchi decenni. Forse è su questo che bisognerebbe riflettere. Un motivo ci sarà.

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    1. Ciao Elena.
      Certo che un motivo c’è, almeno per come la penso io. Sono le politiche attuate dalla Germania, mercantilistiche e deflazionistiche. Ora, politiche di questo genere, sinché si limitano a essere attuate in un singolo paese, sono pienamente legittime sinché i cittadini di quel paese le supportano con il loro voto, ma quando la loro attuazione comporta il depauperamento di altri paesi, la letterale distruzione della loro economia attraverso strumenti come la UE, L’Euro e la BCE, (Grecia docet, ma adesso tocca a noi…) per conto mio occorre ribellarsi.
      Sarebbe molto lungo elencarti i presupposti teorici e analitici della mia posizione, che si può riassumere in una radicale (e ritengo motivata) avversione all’UE e all’Euro, strumenti da un lato di un disegno egemonico delle classi dominanti del Nord Europa nei confronti dei paesi periferici per farli divenire subfornitori del centro esportatore, dall’altro della nostra di borghesia, che essendo “la più ignorante d’Europa” (cit.) vuole utilizzarli per svalutare il lavoro e i suoi diritti, essendo per questo disposta a sacrificare il Paese (come peraltro già fatto meno di un secolo fa).
      È un discorso come detto molto lungo, non affrontabile in un posto come questo, che attiene a due categorie per me attualissime: la lotta di classe e l’imperialismo.
      E con questo vedi quanto sono eccentrico.
      A presto
      V.

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      1. Ciao Vittorio,
        benché l’espressione “lotta di classe” sia atta a procurarmi l’orticaria, e nonostante la mia sostanziale ignoranza in questioni di economia, sono tendenzialmente d’accordo con la tua analisi. Io però mi riferivo a qualcos’altro. Ho vissuto nella BRD dal 1975 al 1984. Non c’era la UE (al massimo il mercato europeo), non c’era la BCE e non c’era l’euro. Trent’anni dopo la fine della guerra, continuando a pagare debiti di guerra praticamente a tutti (la Germania ha finito poco tempo fa di pagare alla Francia i debiti della prima guerra mondiale, quelli stabiliti in quella meraviglia di lungimiranza che fu il trattato di Versailles) e avendo ricostruito tutto da zero, i tedeschi avevano un’economia più forte, una moneta enormemente più stabile, strutture e infrastrutture incomparabilmente migliori delle nostre, anche limitatamente al Norditalia. Ma ti sei mai chiesto perché di tutti gli stati satelliti dell’Unione Sovietica quello in cui alla fine, almeno economicamente, si stava meglio era la DDR? Perché erano tedeschi, ecco perché, e perché i tedeschi, purtroppo per noi e per loro, sono più bravi.
        E con questo vedi quanto sono eccentrica anch’io.
        (Sul ribellarsi sono d’accordo, ma ribellarsi da deboli è generalmente un cattivo affare).
        A presto
        Elena

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        1. Riciao Elena.
          Mmmm. attenta a basare i successi tedeschi sul loro essere superiori: anche loro (le loro élites) lo pensano da almeno 150 anni, e non è che questo loro convincimento abbia portato molta fortuna, né a loro né agli altri (men che meno a chi a un certo punto li seguì come un cagnolino fedele). Credo anche che ipotizzare superiorità antropologiche o razziali di altri (ops) sia profondamente autorazzista.
          Sono più coesi, questo sì, (nessuno si sognò di organizzare una resistenza neppure quando fu chiaro il disastro verso il quale li stavano portando, anzi bambini ed anziani difesero Berlino a prescindere) ed hanno delle élites che credono veramente nella loro superiorità, con tutti i pregi e i difetti del caso. Se avessero continuato a fare le loro politiche a casa loro, tanto di cappello! Purtroppo (per noi) hanno scoperto (sempre le élites) che oggi si possono ottenere gli obiettivi sempre perseguiti senza le Panzerdivisionen, almeno per il momento: infatti stanno progettando l’esercito europeo, perché non si sa mai…

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          1. Ciao Vittorio,
            non ho detto che sono superiori, antropologicamente o in altro senso. Ho detto che sono più bravi. Più bravi a organizzarsi come collettività e come stato, e alla fine in politica è questo che conta. I disorganizzati non hanno mai comandato niente, neanche a casa loro. Il tuo esempio per quello che chiami coesione è tendenzioso e assai discutibile. C’è stata una Repubblica di Weimar con una sinistra molto forte e una cultura assolutamente di avanguardia, c’è stata eccome una resistenza al nazismo che è stata brutalmente annientata nei campi di concentramento istituiti a quello scopo. Non è vero che le loro élites si ritengono superiori da 150 anni. Almeno dalla fine della guerra c’è, soprattutto da parte delle élites (leggi genericamente quelli che hanno studiato) ma non solo, un rispetto per gli altri, gli stranieri, ecc. che noi non ci sogniamo neanche. Quando sono tornata in Italia, nel 1984, ero allibita a sentire come in Norditalia (e non nel nord-est!) si parlava dei (nostri) meridionali, anche negli ambienti colti. Le élites tedesche non si sarebbero mai permesse una cosa del genere, non solo di parlare, ma nemmeno di pensare. Francamente, da come ce l’hai con i tedeschi e dai giudizi massimalisti che metti in campo, mi sembra che sia tu quello non esente da un certo razzismo alla rovescia.
            Bye
            Elena

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