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I racconti del cronista che mira all’oggettività soggettiva

EsecuzionediunVitelloRecensione di Esecuzione di un vitello, di Christoph Hein

e/o, Dal mondo, 1996

Dobbiamo essere grati alla casa editrice e/o, che dal 1990 ha iniziato a pubblicare nel nostro Paese le opere di Christoph Hein, importante autore contemporaneo tedesco che ha al suo attivo numerosi romanzi e opere teatrali.
Anche se molti dei titoli via via pubblicati dalla casa editrice non sono più disponibili in libreria, quelli rimanenti comprendono alcuni dei romanzi più significativi dell’autore, permettendo così al lettore italiano di approfondire la conoscenza della sua letteratura. Tra i titoli non più disponibili ma ancora – sia pure con una certa difficoltà – reperibili sul mercato dell’usato, figura questo Esecuzione di un vitello, raccolta di racconti pubblicata in Germania nel 1994 e due anni dopo da noi.
Christoph Hein è nato in Slesia nel 1944. Ha vissuto ed operato nella DDR, a Lipsia e a Berlino, pubblicando nel 1982 il romanzo che gli diede la fama: L’amico estraneo. Nello stesso anno vinse il premio Heinrich Mann, conferito annualmente dall’Accademia delle Arti della Repubblica Democratica Tedesca a scrittori di area germanica che si fossero particolarmente distinti per le tematiche sociali delle loro arti. Il premio, che esiste ancora ed è oggi assegnato dall’Accademia delle Arti di Berlino, nel corso degli anni ha visto vincere scrittori e drammaturghi come Heiner Müller (1959), Christa Wolf (1963), Peter Weiss (1966) e molti altri.
Dopo essere stato critico nei confronti della DDR e della degenerazione totalitaria e burocratica degli ideali socialisti, Hein lo è altrettanto della modalità con cui si è concretizzata l’unificazione tedesca. La sua scrittura si caratterizza per il distacco cronachistico con cui rende le storie di emarginazione, alienazione, ipocrisia e banalità del male che racconta. Attraverso il racconto distaccato di episodi minori, di personaggi ordinari e sconfitti, Hein è stato in grado di descriverci le intime contraddizioni di una società come quella della DDR prima e della Germania riunificata poi.
I sedici racconti contenuti ne L’esecuzione di un vitello sono stati scritti tra il 1977 e il 1994, quindi proprio nel periodo di passaggio dall’epoca delle due Germanie a quella della riunificazione. In buona parte sono ambientati nella DDR, anche se alcuni riguardano altri periodi della storia tedesca e uno è di ambientazione biblica; alcuni sono brevissimi, e solo due superano le dieci pagine. Nonostante queste ed altre differenze tra racconto e racconto, la raccolta si presenta come estremamente compatta quanto a tematiche di fondo, le stesse che caratterizzano l’autore e la sua opera.
Il primo racconto, intitolato Un anziano signore, leggero come una piuma, è probabilmente stato scritto da Hein nella Germania dopo la caduta del muro, perché è ambientato in un quartiere (probabilmente di Berlino) dove c’è un edificio occupato da giovani alternativi. Di fronte vive un anziano – a cui si affeziona e di cui si prende cura una delle giovani occupanti – il quale sostiene di essere Noè e di avere novecentocinquanta anni. Questa fugace adesione ad una sorta di realismo magico serve ad Hein per marcare le difficoltà di comprensione della Storia, della Memoria e dei loro insegnamenti, che a volte si nascondono dietro una simbologia oscura, da parte di una generazione che fa del pragmatismo, dell’oggi l’unico suo orizzonte culturale. La giovane infatti non crede alle storie del vecchio, e alla sua narrazione del diluvio oppone una spiegazione razionale e limitata, così come in Germania si stava facendo strada già negli anni ’90 una visione riduzionista del nazismo. Che a ciò alluda questo racconto emerge, a mio avviso, dall’incipit del racconto, nel quale ci viene detto che la casa del vecchio si trova …due case dietro la sinagoga distrutta, a un isolato di distanza dalla nuova moschea”: in tredici parole l’autore ci ricorda quanto concretamente vicini siano il fardello storico (materialmente ancora presente) della Germania e la difficile ricerca di identità dello Stato riunificato. Il vecchio è quindi la Storia, che maledice dio per quante gliene ha fatte passare, che invano i giovani tedeschi tentano di seppellire, ed a cui dovranno sempre tornare, come è evidente nel finale solo apparentemente paradossale. La cripticità del racconto, che come detto contiene elementi magici che non troveremo nelle altre storie narrate, è forse indice della necessità di Hein di trovare una diversa cifra narrativa per rapportarsi con la nuova realtà in cui si trova immerso nei primi anni ’90.
Nel racconto successivo, Sui ponti gela prima, entriamo appieno nelle atmosfere tipiche di Hein. È uno dei due racconti lunghi della raccolta, e narra dell’intervista di una giovane ricercatrice ad un ex economista della DDR, Walter Rieder, in occasione della morte di un famoso professore di Economia, Stefan Kölpin, di cui era stato molto amico negli anni 60. Tra i due vi era stata una rottura quando il secondo, contro tutte le aspettative, era stato nominato direttore dell’istituto universitario in cui entrambi lavoravano. Rieder aveva quindi lasciato l’Università e – pare di capire – si era trasferito all’ovest dove si è arricchito fabbricando giochi ad effetto per spettacoli vari: l’intervista ha luogo nella casa di lui, dotata di sauna e piscina.
Rieder ricorda con fastidio il passato, sostenendo di essere stato vittima di un’ingiustizia, visto che aveva più titoli per la direzione: unica sua finalità è comunque concupire la bella e giovane ricercatrice. Ci andrà a letto, ma lei lo distruggerà sbattendogli in faccia il suo comportamento ignobile nei confronti dell’amico.
Racconto molto bello, si caratterizza perché formato quasi esclusivamente dai dialoghi tra i due: l’intervento del narratore è limitato alla prima descrizione del contesto e ad altri pochi passaggi: sembra davvero il resoconto stenografico di un’intervista. Emerge quindi appieno il distacco cronachistico dagli eventi narrati che caratterizza la prosa di Hein, qui applicata non tanto al clima della DDR quanto alla meschinità della figura di Walter Rieder, che da sempre persegue il successo utilizzando sistematicamente la menzogna (cosa a cui allude anche la sua professione di costruttore di illusioni) ma negando sempre, anche a sé stesso, la propria bassezza morale.
Segue una dozzina di racconti molto brevi, tra i quali meritano una segnalazione a mio avviso Lo stupro, storia della rimozione da parte di una dirigente politica della DDR dell’episodio dello stupro della nonna da parte di soldati sovietici alla fine della guerra, Ciocchetti, nel quale è messa alla berlina la stupidità burocratica del potere nella DDR, attraverso la vicenda di un minatore che è solito portare a casa, al termine della massacrante giornata di lavoro, piccoli pezzetti di legna scartati in miniera, Un incontro inatteso, nel quale un giovane fuggito all’ovest ritrova e diviene di nuovo vittima di chi ne aveva un tempo – in nome dell’ortodossia di partito – causato la fuga, e Lo storpio, in cui viene narrato il rifiuto da parte di una moglie e dei suoi figli del ritorno del marito e padre reduce da guerra e prigionia.
Un cenno più ampio merita La morte di Mosè, perché pur essendo di ambientazione biblica, è a mio avviso il racconto nel quale la critica alla esperienza della DDR è più esplicita. Mentre negli altri racconti che abbiamo visto sin qui, infatti, l’ambientazione non è elemento essenziale del racconto oppure la critica si concentra su aspetti particolari del sistema, qui si coglie una negazione dei principi stessi su cui il sistema si basa, e forse non è un caso che ciò avvenga in un racconto non ambientato esplicitamente nel qui ed ora. Il racconto narra una versione alternativa della vicenda della morte di Mosè e degli esploratori da lui inviati nella terra promessa prima che vi entrasse il popolo d’Israele. Essi, secondo un cronachista indegno e censurato dalla storia ufficiale, morirono perché avevano scoperto che la terra promessa non aveva la volta celeste, la qual cosa li aveva atterriti. Il solo Caleb …derideva i timorosi dicendo loro che nella terra promessa il cielo è già in terra”. Fu quindi lui, dopo la morte di Mosè e degli altri esploratori per mano di Jahweh, a guidare il popolo nella terra promessa, dove effettivamente non c’era la volta celeste ma, conclude Hein, gli ebrei non erano turbati perché ”…a nessuno manca il cielo laddove esso è già in terra”.
Dopo altri racconti, alcuni di tono più intimista (come La stampella e Viola del pensiero non ti scordar di me) ed altri nei quali prevale la critica alla sostanziale continuità della mentalità tedesca lungo il ‘900 e viene toccato anche il tema dell’antisemitismo, la raccolta si conclude con il racconto che le dà il titolo, che è anche il più lungo.
Ambientato in un piccolo villaggio nella DDR degli anni ’60, il racconto è la complicata storia del disastro gestionale di una cooperativa per l’allevamento di bovini, dovuto all’incompetenza dei vertici e alle divisioni di chi avrebbe invece dovuto operare secondo la logica della solidarietà socialista. Il protagonista, Gotthold Sawetzki, è il responsabile della brigata che si occupa dei vitelloni d’ingrasso. In pieno autunno, questi occupano ancora le stalle che dovrebbero servire alle vacche di rientro dai pascoli alti, perché a loro volta le stalle per i vitelloni sono ancora occupate dai buoi ingrassati che il macello non compra perché troppo magri a causa di una carenza nelle forniture di foraggio. La cooperativa è quindi come un complesso ingranaggio: se si ferma una delle sue ruote, per l’imperscrutabile inefficienza nella distribuzione del foraggio, si blocca tutto il meccanismo. Le vacche al pascolo dovrebbero infatti rientrare, perché fa freddo e l’erba ormai scarseggia. Gotthold, che è di animo duro ma generoso, cerca di risolvere la situazione, scontrandosi però con l’incomunicabilità con gli altri settori della cooperativa e la mancata volontà di assumersi responsabilità, oltre che l’incompetenza, dei vertici locali del Partito. L’attivismo di Gotthold lo porta a stare quasi sempre fuori casa, e ciò incrina tra l’altro definitivamente il rapporto con la giovane moglie. L’inevitabile accade, e una mattina si contano molte mucche morte, con gravissimo danno economico per tutti. Gotthold, per protesta contro ciò che è successo, uccide un vitello che non può più tenere in stalla, seppellendolo davanti agli uffici della cooperativa. L’episodio viene messo a tacere, per non allarmare le autorità superiori, e quindi nulla cambia nella gestione della cooperativa. Gotthold a questo punto tenta di andarsene dalla DDR: verrà arrestato e dopo pochi mesi espulso all’ovest, dove si rifarà una vita.
Anche in questo bellissimo racconto Hein ci sorprende con il suo stile cronachistico, che in questo caso, essendo la vicenda più corale, fa meno ricorso al dialogo diretto ma assume le forme di un resoconto giornalistico. Della raccolta è forse il racconto (anche per la sua estensione) in cui gli aspetti politici e quelli esistenziali sono più intrecciati, restituendoci un crudele affresco sia del grigiore del potere sia della rigidità di pensiero del mondo rurale (solo quello rurale?) tedesco. La figura di Gotthold emerge come quella di uno sconfitto, di chi da un lato cerca invano di intervenire sullo stato delle cose, e dall’altro non è in grado di comprendere le conseguenze delle sue azioni, scaricando sugli altri – la moglie in primis – i suoi errori. L’uccisione del vitello assume quasi un connotato sacrificale in una vicenda che si occupa tutto sommato di piccole questioni di paese, conferendo al racconto un’aura primordiale.
Questi racconti di Hein, essendo ambientati per buona parte in un mondo che non esiste più, sono tuttavia in grado di parlarci anche dell’oggi, assurgendo a mio avviso al ruolo di piccoli classici. Ciò anche in virtù del peculiare stile di scrittura di Hein, del suo distacco programmatico da ciò che narra. Egli infatti si autodefinisce un cronista, perché la letteratura non può avere valore terapeutico. Ma d’altra parte, come fa notare Fabrizio Cambi nella breve ma importante postfazione al testo, Hein è pienamente conscio che anche nel distacco lo scrittore fa le sue scelte, per le quali il cronista mira ad una oggettività soggettiva. È questa una riflessione che mi trova completamente d’accordo, ed è proprio per la coerenza che ho rilevato tra queste affermazioni programmatiche di Hein e il risultato dato dalla sua opera che lo ritengo uno scrittore notevole. Solitamente non sono molto tenero con la letteratura contemporanea, che ritengo in generale scaduta inevitabilmente a livello di forma (colta?) di intrattenimento, ma sono lieto quando posso trovare qualche testo che contraddica questa mia affermazione. Questi racconti, forse perché provenienti da un’esperienza umana e culturale distante – nel bene e nel male – da quella dell’omologato occidente – fanno parte di diritto della buona letteratura.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

5 pensieri riguardo “I racconti del cronista che mira all’oggettività soggettiva

  1. Mi incuriosiscono diversi dei racconti di cui parli (Un anziano signore, La morte di Mosè, e naturalmente il povero vitello); vorrei anche capire meglio l’oggettività soggettiva. Ho ordinato i racconti e l’Amico estraneo (su Amazon, l’omologato occidente). Sarà interessante leggere un autore a cavallo fra due mondi e due epoche (e uno che sfugge alla tua drastica condanna della letteratura postbellica); poi ti so dire, intanto grazie del consiglio (non lo conoscevo proprio), e a presto.

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  2. Un vero piacere trovare una recensione su Christoph Hein, un autore che amo moltissimo. Di lui non ho letto i racconti ma alcuni romanzi ( Il suonatoredi tango; Sin da principio , -la sua autobiografia-; Nella sua infanzia, un giardino). Tutti molto belli. Hein sa catturare con il suo stile da cronista che sembra rappresentare in maniera neutrale le vicende ma, sotto questo stile, quanta attenzione ! Penso, in modo particolare al romanzo Nella sua infanzia, un giardino che prende spunto da un fatto di cronaca mai chiarito: l’ uccisione di un membro della RAF da parte della polizia. La figura del padre del terrorista, preside in pensione, che vuole scoprie la verità e a questo obiettivo si dedica, con determinazione, è sviluppata da Hein con struggente compassione. Poi, la sua autobiografia, il mondo della Germania dell’ Est, un vero gioiello. Peccato che non abbia una grande eco, in Italia ( pochi suoi libri si trovano nelle biblioteche, per esempio).

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    1. Ciao Renza.
      Per me Hein è stata una piacevole scoperta: di solito mi dedico a letteratura non contemporanea, ma in questo caso è stato molto interessante fare una eccezione. Tra questi racconti ci sono alcuni piccoli gioielli, che come dici tu brillano anche per il peculiare modo di scrivere, che lui stesso ha definito oggettività soggettiva.
      Grazie per l’attenzione
      V.

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