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Il gelido neonaturalismo di una scrittrice vittima delle mode culturali

UnghiaRecensione di Unghia, di Laura Hird

Einaudi, I coralli, 1999

Ho il sospetto che questo volume con il quale Einaudi ha pubblicato nel 1999 il primo lavoro di Laura Hird, apparso in Gran Bretagna due anni prima, sia innanzitutto il frutto di una operazione commerciale. Vediamo perché. Nel 1996 esce Trainspotting, film tratto dal primo romanzo di un autore scozzese sino ad allora poco conosciuto in Italia, Irvine Welsh. Il film narra l’epico degrado esistenziale di un gruppo di giovani nella Edimburgo degli anni ’80, quelli del tatcherismo imperante, e ha un successo mondiale. Contemporaneamente all’uscita del film, TEA pubblica l’omonimo romanzo: in quello scorcio di anni ’90 i giovani delle periferie scozzesi diventano l’emblema – per la verità spesso ben confezionato ad uso della cultura popolare – del disagio e della mancanza di valori verso cui la società liberista sta spingendo le giovani generazioni. Insomma, la Scozia tira. Welsh non è un narratore isolato: accanto a lui si segnalano altri giovani narratori, più o meno talentuosi. Perché non cavalcare l’onda, si devono essere chiesti in Einaudi? Purtroppo il nome più celebrato è già impegnato con un’altra casa editrice, ma si può sempre lanciare qualche epigono, e Laura Hird – di cui l’anno prima lo stesso Einaudi ha pubblicato un racconto nell’ambito di una antologia di nuovi autori scozzesi – è perfetta, tanto più che la sua pubblicazione in Italia viene sovvenzionata da The Scottish Art Council. L’opera prima di Hird esce quindi nientemeno che nella collana I Coralli, che anche se da anni non è più quella segnata da Pavese, rappresenta comunque la vetrina più prestigiosa della casa editrice per gli scrittori contemporanei. Ma le parole d’ordine dell’industria culturale cambiano in fretta, e così poco dopo le storie dei giovani scozzesi pieni di alcool e droga cessano di essere oggetto dell’attenzione generale: Einaudi quindi non pubblicherà più nulla di Laura Hird, che per la verità a sua volta non si segnala per prolificità di scrittura. L’unica altra fugace apparizione di questa autrice in Italia, oltre un contributo in un altro volume antologico, è dovuto a Newton & Compton, che nel 2008 pubblica la traduzione della sua seconda opera, Born free (1999), con l’orrendo titolo Sesso, Prozac e Playstation.
Leggere oggi questi racconti rischia quindi di farci cadere in un pregiudizio, quello di trovarci di fronte ad una letteratura figlia di una moda culturale passeggera, ormai sepolta sotto il tanto altro nulla venuto dopo. Se in parte è così, se nelle storie della Hird possiamo trovare atmosfere fortemente legate al periodo storico che ha segnato il volgere del millennio, ed anche tipicamente connesse alla geografia urbana e culturale delle periferie scozzesi, va detto subito che – stante il fatto che i fondamentali della società occidentale non sono nel frattempo cambiati, anzi si sono drammaticamente consolidati portando con sé la più grave crisi economica dal dopoguerra – questi racconti conservano una loro scottante attualità, sia pure con i limiti strutturali che personalmente vi ravviso.
Unghia contiene dieci racconti, di soggetto diverso ma accomunati dalla cruda descrizione della superficialità e del degrado dei rapporti tra le persone in una società frantumata, nella quale non solo non si intravvede alcuna possibilità di cambiamento e riscatto, ma che vede le stesse vittime di questo stato di cose esserne del tutto complici, alla sola ricerca di una vittima che sia ancora più in basso di loro, su cui possano sfogare le loro frustrazioni. I protagonisti delle storie di Hird sono spesso giovani, ma vi sono anche personaggi di mezza età, e la famiglia è il contesto in cui spesso si consumano i loro drammi. Laura Hird non usa, a differenza di Welsh, espressioni dialettali: la sua prosa è, almeno nella traduzione di Norman Gobetti, fredda e a tratti chirurgica, e ciò contribuisce a mio avviso a definire un particolare e ambivalente realismo, non tanto basato sul riconoscimento da parte del lettore dell’aderenza immediata tra le storie e il linguaggio in cui vengono narrate, come avviene in Welsh, quanto sul distacco lessicale, con l’intento di oggettivizzare le storie inscrivendole nel filone di una sorta di neonaturalismo di ritorno. Un’altra delle differenze fondamentali con Irvine Welsh, cui Laura Hird viene spesso accostata, è che si tratta di una donna. La dimensione femminile è quindi fortemente presente nei racconti dell’autrice, non per stabilire una differenza antropologica e comportamentale tra i due sessi (alcune delle storie più crudeli della raccolta vedono donne e anche ragazzine nei panni di carnefici), ma proprio per rimarcare come il degrado valoriale abbia condotto ad un annullamento di qualunque presunta specificità femminile anche in campi, come quello sessuale, dove tali specificità si sono conservate più a lungo, almeno a livello culturale. Le donne di Hird sono quindi anch’esse spesso vittime, a volte vittime dei loro compagni, ma reagiscono a questa condizione rendendoli a loro volta vittime oppure adeguandosi allo status impostogli.
Il primo racconto è quello eponimo, ed è forse il più eccentrico dell’intera raccolta. Charlotte è una giovane donna di successo, che vive sola in un bell’appartamento. Ha molta cura del suo aspetto e del suo corpo, in particolare delle mani, lisce e affusolate. Un giorno si accorge che sotto l’unghia dell’indice destro le sta spuntando una sorta di piccola escrescenza scura, che continua a crescere. Questo fatto manda in crisi le sue certezze: per vergogna non vuole rivolgersi ad un medico e cerca di capire da sola di cosa si tratti, ottenendo il solo risultato di rinchiudersi in casa e doversi stordire di tranquillanti per dormire. Quando l’escrescenza se ne va così come era comparsa riacquista fiducia in sé stessa, mostrando la sua crudeltà attraverso il disprezzo per la sorella sposata, che considera una fallita e della quale peraltro ha anche scopato il marito. Pochi giorni dopo una nuova escrescenza le spunta dalla narice, e Charlotte perde definitivamente il suo equilibrio. È una storia a mio modo di vedere di non eccelsa originalità, vagamente ispirata da La metamorfosi di Kafka e a molti altri luoghi letterari, nella quale la deformità fisica diviene metafora, esplicitata nel finale, del degrado morale della protagonista, della crisi della sua pretesa sicurezza basata sull’apparenza fisica, cui corrisponde un crudele egocentrismo. Si entra qui in contatto con alcuni caratteri della prosa di Hird, che ritroveremo in tutti i racconti, su tutti il freddo realismo che inibisce ogni partecipazione emotiva dell’autore alla vicenda, elemento essenziale del quale è la descrizione accurata al limite della pignoleria dei particolari (l’aspetto delle escrescenze, gli oggetti per casa, il nome e i quantitativi dei tranquillanti presi da Charlotte).
Protagonista di Amici immaginari è invece una bambina di sette anni, affascinata da Mr Paterson, suo nuovo insegnante di pianoforte, il quale si comporta con lei in modo diverso da tutti gli altri adulti: in realtà è un pedofilo. Raccontando di essere in possesso di una grande magia, l’uomo cerca di circuire la bambina, che gli si affida fiduciosa ed emozionata dalle storie che lui gli racconta. Anche se il racconto è narrato in terza persona, la vicenda è vista attraverso gli occhi della bambina, quindi il lettore deve in qualche modo decifrare (cosa non così difficile) il vero significato delle azioni di Mr Paterson. È un racconto a mio modo di vedere debole, forse il più debole della raccolta, in quanto proprio il filtro della mente della piccola protagonista ha a mio modo di vedere un che di didascalico e forzato che toglie spessore alla vicenda.
Ne L’ultima cena il narratore è un giovane che aiuta un amico ad effettuare il forzato trasloco dalla stanza dove era andato a stare dopo la separazione dalla moglie. Cemento dell’amicizia tra i due, che non è poi così profonda, sono sostanzialmente l’alcool e il fatto che uno dei due ha la TV via cavo. Il padrone e la padrona di casa truffano il giovane non restituendogli gran parte della caparra, appellandosi alle clausole del contratto d’affitto e a presunti danni alla stanza: i due, dopo abbondanti libagioni, decidono quindi di vendicarsi. È un racconto nel quale prevale un tono quasi goliardico, forse il più vicino alle atmosfere di Welsh dell’intera raccolta. Se complessivamente non è a mio avviso dei migliori, spicca tuttavia per la sapida caratterizzazione dei due proprietari, vera coppia di sanguisughe che rappresenta bene la – peraltro esplicitamente da loro dichiarata – volontà e possibilità di far soldi in qualsiasi modo, unico valore riconosciuto dalla società liberista.
Il bravo venditore ci presenta, in poche pagine, un personaggio femminile vittima dell’universo maschile. È la semplice storia di un frettoloso rapporto sessuale consumato una sera in un cortile da una signora quarantenne con un conoscente che lei aveva sempre guardato con una punta di disprezzo. Durante una cena tra amici lui, da bravo piazzista, riesce a risvegliare la sensualità di lei, spenta da anni di insoddisfazione, eclissandosi subito dopo aver consumato. Anche questo mi è parso un racconto debole, nel quale, al solito, il crudo realismo della vicenda è affidato ad una accurata descrizione dei particolari, che qui hanno a che fare essenzialmente con la fisicità dell’atto sessuale. Ne risulta, è vero, la tragica solitudine della protagonista e la volgarità dell’uomo che mira solo a quella cosa, ma tutto sommato non mi pare che il racconto brilli per eccesso di originalità, sia come tematica sia per come questa tematica viene trattata, anche stanti gli standard in materia cui ormai siamo usi.
Il successivo Itinerari è forse il racconto che mi è piaciuto di più. Narra il viaggio in autobus di un adolescente uscito di sera dalla casa in cui vive con la madre e il suo nuovo compagno dediti alla droga. Il giovane, che narra in prima persona in una sorta di monologo interiore, attraversa la sconsolata periferia di Edimburgo incontrando varia umanità, analizzando il suo squallido presente e facendo sogni per il futuro, immerso in un universo fatto di vestiti, cibo dozzinale, internet, televisione e videogiochi. Molto bello il finale, che ci restituisce tutta la nascosta umanità di questo piccolo, anonimo personaggio.
Donne e gatti, uno dei racconti più disturbanti della raccolta, narra l’atroce vendetta di una signora lasciata dal marito per un’altra. Come spesso accade nei racconti di Hird che hanno per protagoniste le donne, la vittima diviene carnefice, non sapendo uscire dalla logica che l’ha resa vittima.
Un altro racconto disturbante è senza dubbio il successivo L’iniziazione, nel quale due ragazzine si prendono tragicamente gioco di un ritardato mentale. Si tratta di un racconto molto duro, nel quale Hird non fa sconti di alcun tipo, come sottolineato nel tragicamente beffardo finale.
Con Discreti passatempi si torna a tematiche più leggere: è la storia della sottomissione di Christine, trentenne, ai voleri sessuali del marito, che – afflitto da insicurezza circa le proprie attitudini – coinvolge la moglie in pratiche sempre più strane sino a proporle un incontro con una coppia di scambisti contattata su una rivista. Il sentimento di lei rispetto alla ennesima proposta trasgressiva del marito oscilla tra il disgusto e la curiosità; finisce per accettare, ma il disgusto prevale quando la coppia si rivela essere di ultracinquantenni volgari e di fronte all’atteggiamento altrettanto volgare e servile del marito. Tuttavia neppure Christine riuscirà a liberarsi della gabbia che il marito le ha costruito addosso.
Miglior vita è la storia del fantasma di una ragazza che vede, dopo morta, la compagna tradirla con il suo (della viva) ex ragazzo. La debole vicenda mette in particolare in evidenza l’ipocrisia di parenti e amici rispetto alla relazione lesbica tra le protagoniste.
Il volume si chiude con la storia più disturbante, C’era un soldato…, di cui non dico nulla se non due cose: la prima è che è consigliato solo a stomaci forti, e la seconda è che vi appare, sia pure in lontananza, una critica alla presenza militare britannica in Irlanda del Nord.
Da questi racconti ho ricavato l’impressione complessiva di un approccio meramente sociologico se non esistenziale ai temi del disagio sociale che intendono evidenziare. Laura Hird descrive minuziosamente un mondo in cui tutto appare ineluttabile, e non vi è quasi mai una vera contestualizzazione delle storie individuali narrate. In questo senso il suo realismo è un realismo per così dire di superficie, che non scava mai nel profondo, e la sua denuncia, se di denuncia si tratta, appare sterile e pienamente coerente con il suo neonaturalismo. Alle volte, tra l’altro, mi è parso che l’autrice si compiaccia un po’ troppo del suo essere disturbante. Purtuttavia i racconti sono interessanti e mostrano dei tranches de vie nei quali l’estremo diviene banale normalità. È un peccato che questa scrittrice abbia fatto una apparizione così fugace nella nostra editoria, perché forse avrebbe ancora altro da narrarci.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

6 pensieri riguardo “Il gelido neonaturalismo di una scrittrice vittima delle mode culturali

    1. Salve Anifares e grazie per il commento.
      Io per questo mi rifugio di solito nei classici, che almeno hanno subito la depurazione del tempo. Nel caso di Laura Hird, a mio avviso l’editoria italiana l’ha un po’ usata sinché i ragazzi di Edimburgo facevano cassetta. Spero che in GB continuino a seguirla, perché pur non essendo capolavori assoluti i suoi racconti a mio avviso sono di valore.

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      1. Questo si capisce dalle tue considerazioni e su questo io sono d’accordo ma spesso mi sono accorta che non è solo l’editoria italiana a fare questo giochetto ma anche gli stessi scrittori e case editrici di altri paesi e non voglio mettere in discussione la bravura dello scrittore ma diciamo che alcune volte cavalcano l’onda della pancia del popolo … si è capito quello che volevo dire?

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        1. Si, certo.
          Ormai a mio parere la letteratura è diventata un segmento di nicchia dell’industria culturale, che risponde a logiche quasi esclusivamente di mercato. ovviamente tutte le componenti collaborano, dagli scrittori agli editori ai media che promuovono i libri. È difficilissimo trovare qualcosa che sfugga a questa logica. Per questo penso che leggere i classici sia un esercizio di igiene mentale.
          Ancora ciao
          V.

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  1. Recensione esaustiva e interessante, anche se il genere non è il mio preferito. Ma a proposito di carenze strutturali, neanche tu espliciti il legame fra il degrado esistenziale e “i fondamentali della società occidentale”. Per quel che ne so, il degrado esistenziale era presente e documentato anche nelle periferie dell’Unione Sovietica, per quanto magari meno pubblicizzato. Non avrebbe più senso parlare dei “fondamentali della società industriale e postindustriale”?
    Non conosco questa autrice, ma a proposito del suo neonaturalismo c’è una curiosità: lo sai che il titolo della traduzione francese di Born free è Les lois de l’hérédité?
    Ciao e a presto

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    1. Ciao Elena.
      No, credo che i fondamentali in questo caso siano proprio quelli della società occidentale globalizzante, intesi come princìpi del liberismo che torna ad essere economicamente e culturalmente dominante a partire dagli anni ’80 e sfondano alla fine del decennio dopo la caduta del muro. I racconti della Hird sono ambientati proprio in quel contesto, che di fatto è anche quello di oggi. La società industriale e postindustriale di per sé potrebbe anche avere altri fondamentali, se le scelte (le politiche) fossero diverse.
      Certo, anche le periferie sovietiche erano culla di alienazione e disagio, ma questi racconti sono ambientati in Scozia negli anni ’80 – ’90, quindi in un preciso luogo e tempo, per cui mi riferisco a quello.
      Quanto al neonaturalismo, ogni tanto mi lancio in qualche azzardata definizione, che so benissimo essere dilettantesca (altrimenti farei il critico letterario, ammesso che esista ancora una tale figura): mi fa quindi molto piacere constatare grazie a Te che in qualche modo questa volta ci ho azzeccato.
      Grazie e a presto
      V.

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