Pubblicato in: Ebraismo, Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Narrativa, Nazismo, New York, Novecento, Recensioni

Amleto a New York, tra vecchiaia e memoria

IlPrincipedellaWestEndAvenueRecensione de Il Principe della West End Avenue, di Alan Isler

Marsilio, Farfalle, 1999

Il tredici settembre 1978 Otto Korner festeggia il suo ottantatreesimo compleanno alla Emma Lazarus, una casa di riposo per ebrei agiati sulla West End Ave., a New York.
Da qualche settimana il suo organismo è in subbuglio, perché la nuova, giovane fisioterapista della casa, Mandy Dattner, è di fatto una sosia di Magda Damrosch, la bellissima ungherese da lui disperatamente e inutilmente amata più di sessant’anni prima, a Zurigo. Il riaffiorare dei suoi ricordi di gioventù, provocato dall’apparizione di Mandy/Magda, spinge Otto ad iniziare a scrivere un manoscritto in cui alterna il diario delle sue giornate alla Emma Lazarus con la sofferta rievocazione della sua vita di ebreo tedesco scampato alla Shoah. Questo manoscritto è il libro che compone Il Principe della West End Avenue, romanzo di Alan Isler pubblicato nel 1994 ed edito in Italia da Marsilio cinque anni dopo. Isler, inglese di nascita, si trasferì diciottenne negli Stati Uniti nel 1952, insegnando per lunghi anni Letteratura Inglese e Letteratura rinascimentale all’Università. Esordì ormai sessantenne come scrittore proprio con questo romanzo, che ebbe un buon successo internazionale, cui ne seguirono pochi altri, sino alla morte nel 2010. In Italia non ha avuto molta fortuna: questa edizione Marsilio è rimasta isolata, non essendo più in catalogo, e solo il suo ultimo romanzo, The Living Proof, del 2005, fu pubblicato due anni dopo da Newton Compton con il titolo Per sesso o per amore, che da solo lascia intendere l’ammiccamento al pubblico dell’operazione editoriale, che peraltro non deve essere perfettamente riuscita se è vero che anche di questo volume si sono perse le tracce in libreria. Dico subito che la trascuratezza cui è soggetto oggi questo autore in Italia non priva l’editoria nazionale di capolavori letterari, almeno a giudicare da questo romanzo che è rimasta la sua opera più celebrata, anche se sicuramente la sua lettura è piacevole per il tono leggero (a volte troppo) ed ironico con cui tratta alcuni temi di grande rilevanza nella storia e nella cultura del ‘900 e non solo.
Come detto, il protagonista ed io narrante è l’anziano Otto Korner, che subito si presenta così: ”L’eliminazione della dieresi sulla o è stata la mia prima concessione all’America.” È infatti di origine tedesca, e il lettore capisce presto che è un sopravvissuto al lager. Alcuni degli ospiti autosufficienti dell’Emma Lazarus sono impegnati nelle prove per mettere in scena l’Amleto: Otto fa parte della compagnia, ironicamente chiamata Old Vic, dovendo interpretare lo spettro del defunto Re Amleto, padre del Principe. Purtroppo il regista dello spettacolo è morto improvvisamente, e chi gli è subentrato, anche lui anziano ospite della casa, ha una personalità autoritaria e decide di rimescolare le carte sia adattando il testo shakesperariano sia redistribuendo le parti: Otto si troverebbe così ad interpretare il primo becchino. La rappresentazione teatrale è fortemente coinvolgente per gli anziani, che si dividono in clan opposti nei rapporti con il regista. Otto, con i suoi amici Benno Hamburger e Lazar Poliakov, un vecchio bolscevico, trama un golpe per detronizzare il regista, accusato di voler degradare l’opera del Bardo. Facciamo a poco a poco conoscenza con il microcosmo della casa di riposo, fatto di persone che cercano di esorcizzare il declino fisico, e in qualche caso mentale, attraverso grandi amicizie e piccoli odii, e dove non mancano attrazioni anche di tipo sessuale.
La posizione assunta da Otto di saggio e tranquillo osservatore di questo tran-tran senile, in cui la morte è la logica conseguenza ultima della vita di comunità, è sconvolta dall’arrivo di Randy, che come detto gli ricorda Magda Damrosch, il grande amore di Zurigo: egli inizia quindi a raccontarci della sua gioventù, quando nel 1916 giunse nella città svizzera per studiare, mandatovi dal ricco padre per sfuggire all’arruolamento. Prima dell’inizio del conflitto Otto aveva pubblicato un libro di poesie, lodato da Rilke che gli aveva mandato una lettera (che gli verrà rubata all’Emma Lazarus). A Zurigo ha condotto una vita bohémienne: ha conosciuto Lenin, ha visto Joyce ma soprattutto ha frequentato, per amore (non corrisposto) di Magda, il Café Voltaire, locale nel quale nacque il movimento Dada; Otto anzi rivendica la paternità di tale nome. Oltre a Lenin entrano quindi nel romanzo artisti come Tristan Tzara, Hugo Ball, Marcel Janco, Richard Huelsenbeck, Jean Arp, Sophie Taeuber e altri.
Se Otto Korner aveva iniziato a scrivere solo allo scopo di rievocare gli anni di Zurigo e tenere un diario dei suoi giorni nella casa di riposo, in breve i ricordi tracimano, anche contro la volontà del protagonista, che spesso dice di non essere pronto a raccontare. C’è infatti nella sua vita un grande dolore ed un senso di colpa rimossi, che ovviamente si riferiscono agli anni del nazismo. Korner si svela al lettore non solo per gradi, ma anche in ordine diverso rispetto alla cronologia della sua vita, perché racconta prima gli episodi che in qualche modo è per lui più semplice ricordare. Veniamo quindi a sapere che è arrivato negli Stati Uniti subito dopo la fine della guerra e della prigionia, e conosciamo per prima la sua seconda moglie, una vedova sposata quando era già in pensione, che gli ha lasciato, qualche anno addietro, il cospicuo patrimonio con cui può permettersi di vivere all’Emma Lazarus. Otto invece fa molta fatica a parlare della sua prima moglie, perché ad essa è legato, come accennato, un suo fortissimo senso di colpa, che lascio al lettore scoprire.
Alle pagine sempre più cupe che ci svelano le tragedie della sua vita europea si alternano le pagine leggere nelle quali Otto Korner racconta i piccoli episodi che caratterizzano la vita nella casa di riposo, centrata sulle difficoltà della messa in scena dell’Amleto. Infatti anche il secondo regista dello spettacolo muore, ed Otto assume sia la regia sia il ruolo del principe danese. Il romanzo si conclude nel momento in cui la grande sera è giunta e l’Amleto sta andando in scena, dopo che Otto ha trovato il coraggio di scrivere tutto del suo passato.
Il Principe della West End Avenue è sicuramente un romanzo ambizioso che ci permette di conoscere un buon scrittore, sia pure con evidenti limiti.
Come si può desumere dalla trama, il romanzo affronta alcuni temi di grande importanza. Innanzitutto quello della vecchiaia, e della sua percezione da parte di chi vi è immerso. Isler, come detto, pubblica questo romanzo, il suo primo, a sessant’anni, avvicinandosi quindi alla vecchiaia. È forse per questo che riesce a trattare l’argomento con uno stile che definirei di tagliente leggerezza. Nella prosa di Isler prevale infatti una ironia leggera, che però non si tira indietro neppure di fronte agli argomenti più scabrosi, quali la malattia e la morte, la sessualità degli anziani, la perdita del controllo sul proprio corpo. I personaggi che affollano la casa di riposo Emma Lazarus sono in gran parte dei vecchi che percepiscono gli altri come tali, ma che non sono consci della propria vecchiaia. Da questo scarto cognitivo nasce l’ironia del testo, che a tratti è trascinante. Forse, se un appunto si può fare alla costruzione del microcosmo della casa di riposo, è relativo alla eccessiva schematizzazione di alcuni personaggi: il satiro Blum, la cui unica occupazione è concupire (con successo) le anziane ospiti, ancora interessate ad una vita sessuale attiva, e il comunista Poliakov, che vive la rivolta contro il regista come se fosse la rivoluzione d’ottobre, sono forse i due esempi principali di una certa tendenza al macchiettismo che toglie un po’ di forza alla citata ironia del testo.
L’altro tema centrale del romanzo è la storia europea del ‘900, in particolare della prima parte del secolo. Nella parte del romanzo ambientata a Zurigo a mio avviso le cose si complicano e il romanzo perde forza, perché Isler si prende troppo sul serio. Se è vero che la Zurigo degli anni di guerra in cui si muove il giovane Otto è descritta con una certa vividezza, appare francamente sproporzionato e forzato il ruolo che egli vi gioca. Passi l’incontro con un Lenin piccolo-borghese, che effettivamente avrebbe anche potuto avvenire ma che appare molto fine a sé stesso, non lasciando traccia nel prosieguo del romanzo; ciò che meno convince, a mio modo di vedere, è il racconto dei rapporti tra Otto e gli artisti Dada, nel quale prevalgono evidenti intenti didascalici: Isler si lascia prendere la mano dalla sua erudizione, e si ha netta l’impressione che tutta questa parte del romanzo sia funzionale unicamente a far sapere al lettore quanto sia profonda la sua conoscenza dell’avanguardia madre del surrealismo. In questo quadro l’amore disperato di Otto per Magda Damrosch, che dovrebbe costituire uno snodo centrale del romanzo, per le conseguenze che avrà dopo sessant’anni, diviene invece un episodio marginale, funzionale solo (come l’incontro con Lenin) ad introdurci nel trasgressivo mondo dadaista, che viene descritto come un circolo chiuso di narcisisti un po’ folli.
Più delicato è tracciare un giudizio sulle pagine dedicate al primo matrimonio di Otto e alla persecuzione nazista degli ebrei, anche perché non voglio entrare troppo in particolari, lasciando al lettore la scoperta delle cause del grande senso di colpa del protagonista. Posso solo dire che queste pagine hanno una loro forza interiore, che il comportamento di Otto nei confronti della moglie e della comunità ebraica è descritto utilizzando una prosa che tiene conto del fatto che si tratta di una dolorosa confessione da parte di chi per decenni ha rimosso quanto successo, che quindi non può raccontare tutto e soprattutto non lo può raccontare in modo asettico, tormentato com’è dai suoi dubbi. Un pregio di queste pagine è sicuramente il fatto che attraverso i dubbi e l’inadeguatezza dimostrata da Otto passa una precisa critica all’atteggiamento attendista di buona parte della comunità ebraica tedesca dell’epoca.
I dubbi e le incertezze di Otto Korner nelle varie fasi della sua vita trovano il loro corrispettivo nel ruolo del tutto speciale che nel romanzo assume l’Amleto di Shakespeare. L’allestimento della tragedia è una sorta di filo rosso attorno a cui ruotano la gran parte degli episodi in cui sono coinvolti gli ospiti della Emma Lazarus, e sottili fili si possono rintracciare tra gli avvenimenti della casa e la trama shakespeariana. Così i vari ruoli che Otto Korner interpreta nelle prove, prima spettro del Re, poi becchino e infine Principe Amleto corrispondono in qualche modo alle varie fasi della rinnovata presa di coscienza dei suoi ricordi e della sua incerta capacità di affrontarli. Egli è un novello Amleto perché si è rivelato inadeguato rispetto ai grandi appuntamenti che la vita gli ha posto innanzi, quello con la poesia prima, con l’amore poi e infine con il suo essere ebreo di fronte al nazismo. Ancora, la salda amicizia che corre tra lui e Benno Hamburger richiama quella tra il Principe e Orazio, e simili corrispondenze possono essere ricercate tra altri ospiti della clinica e personaggi della tragedia in cui recitano. Il tutto anche in questo caso appare a tratti intriso di un compiaciuto didascalismo, tanto che l’autore non manca di fornirci, per il tramite degli appunti lasciati dal primo regista, ormai morto, una sua personale interpretazione complessiva della tragedia del principe danese, che fa strame in particolare di quella freudiana e di quella lacaniana.
Il romanzo, a parte quelle che personalmente considero pecche anche piuttosto gravi, è sicuramente godibile, giocato com’è essenzialmente sul contrasto tra la commedia, a tratti macabra, della vita quotidiana nella casa di riposo e la tragedia della vita precedente del protagonista, che affiora a poco a poco costringendo il lettore a continui cambi di tono che tengono desta la sua attenzione. Un altro pregio del romanzo è a mio avviso dato dal fatto che anche la sua ambientazione ebraica è trattata con una sottile ironia, che sottolinea garbatamente anche gli aspetti contraddittori di una comunità fondata su una identità escludente.
Il Principe della West End Avenue è come detto un romanzo ambizioso, che affronta argomenti importanti, trattandoli con un gradevole tono leggero: è però a mio avviso anche un tipico rappresentante della letteratura del tardo novecento e della nostra epoca, una letteratura che ha perso irrimediabilmente, dati i cambiamenti nei mezzi di comunicazione e negli strumenti di espressione artistica, la capacità di essere veicolo di riflessione profonda sull’uomo e sul suo rapporto con la realtà, che non è più capace di sconvolgere anche quando parla di tragedie umane e collettive, che non può quindi che rifugiarsi in una sorta di già detto condito, in questo caso, di una dose di grazia narrativa ma anche di didascalismo derivante dalla voglia dell’autore di farci sapere quanto sa, più che di accrescere la nostra capacità di sapere.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

4 pensieri riguardo “Amleto a New York, tra vecchiaia e memoria

  1. Ciao Vittorio.
    Davvero non ti capisco. Dici tu stesso che “la trascuratezza cui è soggetto oggi questo autore in Italia non priva l’editoria nazionale di capolavori letterari”, e poi ne fai “un tipico rappresentante della letteratura del tardo novecento e della nostra epoca, una letteratura che ha perso irrimediabilmente, dati i cambiamenti nei mezzi di comunicazione e negli strumenti di espressione artistica, la capacità di essere veicolo di riflessione profonda sull’uomo e sul suo rapporto con la realtà, che non è più capace di sconvolgere anche quando parla di tragedie umane e collettive, che non può quindi che rifugiarsi in una sorta di già detto”.
    Ma di mezze calzette come il tizio in questione, a andarle a cercare, è piena la letteratura occidentale dal Medioevo ai nostri giorni, non soltanto il tardo Novecento e la nostra epoca. Perché non parli invece di Pastorale americana (1997), tanto per dirne uno, o se vogliamo rimanere in Europa di Houellebeck, di W.G.Sebald, di altri che adesso non mi vengono in mente o che magari non ho neppure letto ma ci sono. Lì trovi l’analisi, la riflessione profonda e la capacità di sconvolgere, che non ti credere, ma anche in passato sono state appannaggio di pochi.
    Perché, anche per la contemporaneità, non dedichi il tuo tempo, la tua attenzione e le tue indubbie capacità critiche, semplicemente a delle opere migliori?
    Hochachtungsvoll
    Elena

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    1. Ciao Elena.
      Nessuna sorpresa che tu non mi capisca, viste le differenti correnti culturali cui apparteniamo: pensa che a volte non mi capisco neppure io.
      Isler non è, a mio avviso, proprio una mezza calzetta: diciamo tre quarti di calzetta. Perché lo ho letto? Seguo un ordine di lettura per anno di acquisto, e all’interno dell’anno per ordine alfabetico. Nel 2004, non mi ricordo bene perché, ho acquistato questo libro ed ora era giunto il tempo di leggerlo.
      Hai comunque ragione a rimarcare il fatto che la mia affermazione sulla letteratura contemporanea è apodittica: avrei dovuto dire “un tipico rappresentante di moltissima della letteratura del tardo novecento e della nostra epoca…”, perché è indubbio che c’è ancora qualcosa che si salva (Pynchon, ma anche Hein, tra quelli da me letti di recente, ma probabilmente anche quelli che citi tu, che non conosco – Roth e Sebald sono lì, acquistati in quegli anni, per cui tra non molto mi ci confronterò – e sicuramente altri).
      Detto questo credo che si possa dire che la letteratura d’oggi non ha più la funzione culturale che aveva quella del passato: la sua espressione massima nell’epoca moderna, il romanzo, ha caratterizzato una precisa fase storica, ed è stato demolito all’inizio del ‘900, quando questa fase storica è entrata in crisi. Dopo, a mio avviso, i cambiamenti drammatici (nel male e nel bene) della società hanno fatto sì che altre forme espressive in qualche modo sostituissero la letteratura come una delle modalità prime dell’organizzazione della coscienza collettiva (anche per il fatto che prima questa coscienza collettiva era riservata ad una minoranza). In questa fase, che a me piace paragonare a ciò che fu il rococo per l’Ancien Régime, la letteratura gioca un ruolo di retroguardia: tutto, o quasi tutto, deve essere neo o post, proprio perché di fatto, in letteratura ma non solo, tutto è già stato scritto, nel senso che come modalità di espressione artistica (per ciò che intendo io per arte) non può dire più nulla di nuovo su una società che non ha nulla di nuovo (almeno nei suoi fondamentali). Viene tenuta in vita dal mercato, diventato suo padrone assoluto, a patto di essere stanca riproposizione di sé stessa. La questione non è che anche in passato ci fossero degli scartini, la questione è che oggi fare letteratura, a mio avviso, non ha più senso.
      Sono ritornato ad affermazioni apodittiche, ma come detto riconosco le eccezioni anche alle mie regole fondanti.
      Del resto, non è forse lo stesso per la musica colta? Dopo il silenzio di Cage, (tanto per fare un esempio) cosa resta da comporre? Oppure nella pittura?
      Non mi ricordo se tu o altri mi hanno detto che bisognerebbe esplorare altre forme letterarie, come le Graphic novels. Ecco, può essere una prova da fare, ma non ne ho il tempo, visto che non riuscirò neppure a leggere tutti i libri acquistati. Indubbiamente però, a mio avviso, il tardo novecento e questo inizio di millennio non sono stati i decenni della letteratura, ma quelli del cinema, della musica popolare, della fotografia (troppo spesso trascurata come forma di espressione artistica) e di altro.
      Un confuso salutone
      V.

      Piace a 1 persona

      1. Be’ Vittorio, hai un metodo sorprendente – non criticabile, certo, ma sorprendente – di organizzare le tue letture. Quello che invece mi lascia perplessa è il metodo apodittico che applichi alla valutazione della letteratura contemporanea: è così perché deve essere così (che, fra parentesi, è il modo di ragionare dei cattolici). A essere “demolito” all’inizio del ‘900 è il romanzo realista europeo, ma il realismo, come fa notare Borges, è tutto sommato una breve parentesi all’interno della totalità della letteratura. Che di questi tempi la letteratura sia stata almeno apparentemente sostituita da altre forme di espressione (spesso semplicemente più facili) è un’osservazione sociologica, un dato sociologico, importante quanto si vuole, ma interno alla sociologia, non alla letteratura.
        Anche se (pare) la rivoluzione non si farà, le cose non rimangono mai uguali a se stesse, è questo l’interessante della vita (del mondo), a questo “interessante” la letteratura deve aderire e credo lo faccia (non necessariamente in Italia). Certo, ci sono periodi di crisi: l’alto Medioevo non ha prodotto gran che che io sappia (almeno in Europa, in Giappone invece…). Secondo me ci troviamo in un periodo per certi versi analogo; fortunatamente il nostro è un tempo incomparabilmente più veloce e globalizzato, il che da questo punto di vista è un bene, per cui di questa crisi confido che si vedrà presto la fine. Mi fermo qui perché i discorsi escatologici danno fastidio a me per prima 🙂
        Un salutone altrettanto confuso

        Elena

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        1. Ciao Elena.
          Il mio metodo di lettura nasce qualche anno fa per non dimenticare di leggere i libri comprati anni fa, che magari giacciono in terza fila negli scaffali. Allo stesso modo le mie recensioni nascono per riflettere e quindi ricordare meglio ciò che ho letto.
          Riguardo alla letteratura può darsi che in generale abbia ragione tu, nel senso che forse ci sarà ancora un futuro per la parola scritta. Ad esempio non so, francamente, come stiano le cose dalle parti della poesia, perché la frequento poco. Tutto però dipende da ciò che si considera letteratura. Per quello che ritengo io essere questa forma di espressione, o meglio la forma di espressione che suscita il mio interesse, la ritengo morta, o quanto meno agonizzante, perché morto o quantomeno agonizzante è il mondo che l’ha generata. Cosa ritengo essere letteratura degna di questo nome cerco di dirlo in ogni recensione, per cui non lo ripeto.
          Non è un atteggiamento cattolico (questo tuo accostamento mi dà invero molto fastidio), ma deriva da una mia personale visione del mondo, condivisa da pochi, forse nessuno, che si riflette anche su ciò che ritengo artisticamente valido.
          A presto
          V.
          PS: la rivoluzione (che non è un pranzo di gala) non si farà perché questo mondo esploderà prima, ma se per caso si facesse….;-)

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