Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura austriaca, Libri, Nazismo, Novecento, Recensioni, Vienna

Su Hitler gli vennero in mente moltissime cose

LaTerzaNottediValpurgaRecensione de La terza notte di Valpurga, di Karl Kraus

Editori Riuniti, Nuova biblioteca di cultura, 1996

Su Hitler non mi viene in mente nulla. Quasi tutte le recensioni che ho letto de La terza notte di Valpurga prendono le mosse o comunque citano il celebre incipit di questo straordinario pamphlet di Karl Kraus. Giustamente celebre, direi, perché riassume in poche parole tutto il disprezzo che Kraus nutriva nei confronti del nazionalsocialismo e del suo capo. Un disprezzo, prima ancora e più ancora che politico, culturale e quasi viscerale da parte di un intellettuale che aveva speso tutta la sua vita nella difesa della parola, della lingua come espressione della bellezza e della verità, nella affermazione della assoluta necessità della corrispondenza tra linguaggio e pensiero, e che vedeva ora l’oltraggio della parola, l’uso della lingua come sistematica menzogna, la volgarità di non-concetti espressi in un tedesco deturpato anche sintatticamente, affascinare milioni di persone e farsi Stato. Dichiarare che non gli venisse in mente nulla è quindi per Kraus il modo più netto per non attribuire al capo del nazismo la dignità di essere suo interlocutore, per relegarlo – quasi per una sorta di beffardo contrappasso – al livello di untermensch.
Naturalmente a Kraus, nei mesi compresi tra l’aprile e il settembre 1933, poco dopo quindi la presa del potere da parte di Hitler, quando elabora questo testo, di cose sul nazismo e il suo capo ne vengono in mente moltissime, abbastanza per scrivere un saggio di alcune centinaia di pagine che rappresenta, anche per la sua precocità, un documento che testimonia l’eccezionale lucidità di analisi, sconfinante a tratti nella capacità profetica, dell’autore de Gli ultimi giorni dell’Umanità. Kraus concepì questo scritto come un supplemento alla sua rivista Die Fackel, ma non lo pubblicò mai integralmente. Morì di lì a tre anni, e La terza notte di Valpurga fu edito solamente nel primo dopoguerra.
Nel 1933 Karl Kraus è di fatto uno dei polemisti e dei conferenzieri più famosi d’Europa, nonché da oltre un trentennio il redattore, praticamente in solitudine, di Die Fackel, la rivista con la quale la sua sferzante prosa satirica prendeva incessantemente di mira la stupidità della classe dirigente austriaca (imperiale prima e repubblicana poi) e la cultura ufficiale viennese, la quale faceva dell’orpello linguistico e della ”decadence falsa e menzognera… [della] poesia morbosa, masturbatoria, tutta posa” la sua cifra intellettuale; soprattutto però Kraus lanciava i suoi strali contro il giornalismo cialtrone e sensazionalistico, assetato di notizie da dare in pasto ad un pubblico morboso, rappresentato par excellence dalla Neue Freie Presse, l’organo ufficiale della borghesia liberale viennese. Queste sue posizioni radicali gli valgono, al momento della presa del potere da parte di Hitler, da parte di alcuni ambienti liberali l’accusa di essere uno dei mandanti morali del nazismo, che in Germania ha colpito duramente proprio la stampa e l’arte, oggetto della satira di Kraus, oltre che gli avversari politici. Provocatoriamente, questi suoi critici gli muovono l’accusa di aver contribuito al fatto che in Germania ormai non esista più la journaille, termine con il quale Kraus definiva spregiativamente la stampa prezzolata e di scarsa qualità. Kraus all’inizio de La terza notte di Valpurga si difende da par suo rispetto a questa accusa, affermando che il peggior danno per l’autore satirico consiste nella scomparsa dei suoi bersagli, perché ciò lo lascia senza ispirazione e senza lavoro.
Nelle pagine seguenti Kraus inizia a concentrarsi sulla dimostrazione di cosa il nazismo realmente sia, sfoggiando una capacità di analisi che, con il senno di poi, fa capire come già in quel 1933 fosse possibile presagire, da parte di chi aveva occhi per vedere, ciò che sarebbe accaduto in seguito. Per Kraus il nazismo non è solo atrocità: è atrocità che prepara la guerra, accompagnata dalla capacità di elevare la menzogna a sistema, è atrocità che deriva dalla barbarie e che si fa spesso banale volgarità, è atrocità intrisa di corruzione e nepotismo.
Per dimostrarlo Kraus parla dei campi di concentramento già attivi allora, soprattutto per i detenuti politici, delle torture e delle angherie contro gli ebrei, del rogo dei libri. Usa spesso dichiarazioni di gerarchi e brani tratti dagli organi di stampa tedeschi, primo fra tutti il quotidiano ufficiale dei nazisti, il Völkischer Beobachter, ma anche da altri giornali ormai uniformati, dai quali emerge sia la mistica del capo – che assume spesso forme grottesche – sia la sistematicità dell’uso conclamato e spregiudicato della menzogna. In particolare Kraus se la prende con il metodo sistematicamente usato dai nazisti di dichiarare cose diverse a seconda dei destinatari dei messaggi: così le dichiarazioni rivolte al movimento sono intrise dell’odio più feroce per i nemici, incitano alla loro soppressione violenta e forniscono una giustificazione legale alle violenze delle SA, mentre i messaggi rivolti all’estero tendono a descrivere una Germania normale, dove tutti sono sereni, se c’è qualche violenza è da ascriversi a soggetti isolati e chi vuole, in particolare gli ebrei, può andarsene ricevendo anche un piccolo assegno dallo Stato. Gli arresti sono spesso giustificati come necessari per proteggere dai pericoli chi viene arrestato, mentre gli assassinii diventano incidenti o suicidi. Fa impressione, nelle numerose pagine che trattano questi argomenti, scoprire come a pochi mesi dalla presa del potere da parte del nazismo gli apparati del potere statale, compresa la giustizia, siano del tutto nazificati.
Ovviamente Kraus fa ricorso a tutta la sua sferzante ironia per dimostrare come il potere nazista sia basato sulla menzogna e come oltre ad assassinare gli avversari uccida anche la lingua tedesca, inventando orrendi neologismi e astruse sigle e spesso – Kraus riporta a questo proposito una canzone contro gli ebrei – usando un linguaggio, oltre che violento e volgare, anche sgrammaticato. Sempre riguardo al linguaggio, tema che per Kraus riveste un ruolo centrale, egli fa notare, in pagine tanto splendide quanto agghiaccianti, come lo stravolgimento della lingua perpetrato dai nazisti abbia avuto la capacità di rendere reali le metafore: ad esempio, la locuzione spargere sale sulle ferite è esattamente ciò che le SA hanno fatto ad un prigioniero dei lager.
Non manca il sarcasmo più dissacrante nei confronti dell’organizzazione nazista: esemplare a questo proposito il fatto che l’accusa di Hitler ai comunisti per l’incendio del Reichstag, episodio che servì al Führer per assumere formalmente poteri dittatoriali, fu diramata un’ora prima che l’incendio si sviluppasse, per un inconveniente di comunicazione. Ancora, la sostanziale stupidità del nazismo trova la sua drammaticamente esilarante dimostrazione nell’episodio del Führer che, ad una associazione di ciechi adoranti che avevano chiamato la loro sala di riunioni Stanza di Adolf Hitler manda ”una splendida fotografia con firma autografa”.
Molto importanti, a mio avviso, anche perché vanno a colpire precocemente una azione di strumentalizzazione che si sarebbe sviluppata negli anni a seguire, sono le pagine in cui Kraus analizza le presunte basi filosofiche e culturali del nazismo, arrivando a concludere che due dei presunti numi tutelari del movimento, Nietzsche e Wagner, in realtà esprimevano (anche) posizioni inconciliabili con il mito nazista della terra e del sangue. Piuttosto, Kraus imputa ad Heidegger (che per la verità si sarebbe in seguito staccato dal nazismo) e a Oswald Spengler, controversa figura di pensatore nazionalista, il ruolo di teorici del nazismo. Alcune pagine letteralmente corrosive Kraus le dedica anche a Gottfried Benn, scrittore e saggista di matrice espressionista, nazista della prima ora (anche lui se ne distaccherà in seguito) che in quei mesi rivolge un appello agli intellettuali emigrati perché ritornino in Germania, descritta come la terra di una rivoluzione dello spirito.
Kraus, che era di origine ebraica, se la prende anche, duramente e giustamente, con i cosiddetti Ebrei nazionaltedeschi, un movimento che tendeva a minimizzare il nazismo, a ritenerlo un fenomeno transitorio destinato ad essere riassorbito dalla democrazia tedesca, e quindi predicavano di fatto di restare in Germania e porgere l’altra guancia. Anche in queste pagine emerge la lucidità di Kraus, che di fatto grida loro addosso tutto il suo disprezzo per non aver capito ciò che sta realmente accadendo. L’autore non manca di far notare che il clima di antisemitismo violento trova un’eccezione nel caso degli ebrei che svolgano attività economiche ritenute importanti dal potere, tanto che mentre il 1° aprile 1933 il governo ha indetto una giornata di boicottaggio delle attività ebraiche, alla fiera di Lipsia espongono alcune imprese di proprietà di ebrei.
La cultura e la stampa sono comunque tra i suoi bersagli principali: di quest’ultima dice ad un certo punto che, non solo in Germania ma anche in Austria, si è compiuto ormai ”l’accasermamento della prostituzione giornalistica”. Nelle ultime pagine del volume troviamo una lapidaria affermazione, che a mio avviso è tra le più significative del libro, e che svela una verità della quale, soprattutto nei cupi tempi che stiamo vivendo anche oggi, non ci dovremmo mai dimenticare: ”Il nazionalsocialismo non ha annientato la stampa, è la stampa che ha creato il nazionalsocialismo.” Agli intellettuali in genere Kraus rimprovera il narcisismo e la tendenza a considerarsi le principali vittime del nazismo, mentre egli richiama il fatto che ”una sola ora di vita strappata al più povero essere umano ha lo stesso peso di un’intera biblioteca data alle fiamme”.
Già in quei primi mesi di potere il nazismo ha iniziato a destabilizzare l’Austria attraverso infiltrazioni di attivisti che compiono violenze, lancio di volantini da aerei ed altre azioni di propaganda ed attacchi strumentali al governo del cancelliere Dollfuss, che pur essendo filofascista si opponeva all’anschluss, e che i nazisti avrebbero assassinato l’anno seguente. Kraus avverte tutto il pericolo della pressione tedesca sul piccolo stato austriaco, giungendo ad elogiare Dollfuss e il suo governo per aver detto in faccia ad un ministro nazista in visita che non era persona gradita. Anche in queste pagine, cariche di tensione, emerge la lucidità di analisi di Kraus che, pur essendo lontanissimo dalle idee di Dollfuss, auspica che tutte le forze politiche appoggino il governo perché la priorità deve essere tutto ma non Hitler.  Rivolge aspre critiche alla socialdemocrazia austriaca, cui per molto tempo è stato vicino, per non avere compreso la gravità della situazione, accusandola di tradimento nei confronti dei lavoratori e di inseguire retoricamente e solo a parole l’obiettivo del socialismo sottovalutando la minaccia costituita dal nazismo: sono pagine anche queste sferzanti, dalle quali emerge tutta la stupidità dei leader socialdemocratici, che la Storia aveva già certificato in Germania e si stava accingendo a certificare in Austria. In sostanza in queste pagine Kraus emerge come un antesignano delle politiche dei fronti democratici antifascisti che sarebbero nati molto dopo, e dimostra che il tragico errore dell’attendismo tattico nei confronti del fascismo e del nazismo, considerati fenomeni interni alla società borghese non fu prerogativa in quegli anni del solo movimento comunista.
Purtroppo questo libro così denso, così importante dal punto di vista storico, così attuale e così rivelatore del genio di Kraus ho dovuto leggerlo in una edizione inadeguata. La traduzione non è brillantissima, e per gustarlo appieno sarebbe stato necessario che i rimandi agli episodi dell’epoca, le tante citazioni di personaggi e i numerosissimi estratti di articoli tratti da giornali e riviste, le dichiarazioni, poesie e testi letterari fossero stati accompagnati da un esaustivo apparato di note in grado di guidare il lettore: le note per la verità ci sono, ma carenti in quantità ed esaustività. Spero quindi che la nuova edizione che oggi si trova in libreria abbia colmato questa lacuna, perché La terza notte di Valpurga è un testo che deve essere capito appieno, una vivisezione in presa diretta del nazismo, che ci offre innumerevoli spunti anche per comprendere la realtà in cui viviamo oggi. È una sorta di testamento morale di un grandissimo intellettuale, il cui senso critico non si presta ad alcuna catalogazione, cui forse – con una certa dose di azzardo – può essere accostato, nel ‘900, un grandissimo intellettuale italiano, anche lui scomodo per la sua libertà di espressione e non catalogabile: Pier Paolo Pasolini.
Se l’incipit di La terza notte di Valpurga è giustamente famoso, credo valga la pena citare anche i versi che lo chiudono, di cui non sono riuscito a trovare la fonte, a causa della citata mancanza di un apparato critico degno di questo nome:
Che il fantasma che è sorto contro di noi,
che si chiama imperatore e signore delle nostre terre
capo dell’esercito, feudatario dei nostri Grandi
sia gettato col suo stesso pugno nel regno dei morti!

Ci sarebbero voluti dodici anni e oltre cinquanta milioni di morti perché questo auspicio si avverasse.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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