Pubblicato in: Letteratura, Letteratura statunitense, Libri, Narrativa, Novecento, Recensioni

I due volti di un romanzo asimmetrico

Ciao,aDomaniRecensione di Ciao, a domani, di William Maxwell

Marsilio, Farfalle, 1998

Eccomi di nuovo a parlare di un autore semisconosciuto e di un libro al momento introvabile. Questa volta non si tratta però di un classico, ma di un autore statunitense contemporaneo, la cui produzione letteraria non ha trovato invero molta attenzione dalle nostre parti. William Maxwell, nato nell’Illinois nel 1908 e morto nel 2000, fu soprattutto editor della rivista The New Yorker, presso la quale lavorò per quasi quarant’anni, occupandosi delle opere di scrittori come Vladimir Nabokov, J.D. Salinger, Isaac B. Singer e molti altri.
Dei sette romanzi, delle raccolte di racconti e dei libri per bambini che scrisse oggi in Italia è possibile leggere solo Come un volo di rondini, romanzo del 1937 a sfondo autobiografico, mentre stranamente non è più edito da anni Ciao, a domani, del 1980, l’ultimo e anche il più acclamato dei suoi romanzi, che fu pubblicato da Marsilio alla fine degli anni ’90.
Entrambi questi romanzi, scritti a più di quarant’anni di distanza l’uno dall’altro, sono ispirati da un avvenimento che segnò profondamente la vita del futuro scrittore: nel 1918, quando Willam aveva 10 anni, la madre morì per l’epidemia di influenza spagnola, lasciandolo con un padre incapace di comprendere il dramma dei figli e che si risposerà presto. Mentre però Come un volo di rondini è, da quanto ho intuito non avendolo letto, essenzialmente la storia delle conseguenze per lui e per la sua famiglia della morte della madre, Ciao, a domani è un romanzo più sfaccettato, nel quale le vicende familiari dello scrittore sono per così dire sovrastate da quelle, ancora più drammatiche, di due famiglie di mezzadri che vivono nelle campagne circostanti la cittadina in cui abita l’io narrante. Queste due vicende si connettono attraverso la figura di Cletus Smith, figlio di uno dei mezzadri e amico del piccolo protagonista, che si identifica con l’autore da bambino. Anche in questo romanzo quindi ritroviamo forti elementi autobiografici, sottolineati dal fatto che il narratore è lo stesso scrittore, che ripensa gli avvenimenti della sua infanzia dopo cinquant’anni.
Il romanzo ha una costruzione asimmetrica e non cronologicamente lineare. Si apre con un breve capitolo nel quale veniamo a sapere che una mattina d’inverno Lloyd Wilson, un giovane mezzadro conduttore di un podere nelle campagne di Lincoln, Illinois, viene trovato ucciso con un colpo di pistola e con un orecchio mozzato nella stalla in cui si era recato per mungere le mucche. Sospettato dell’omicidio è Clarence Smith, un tempo amico di Lloyd e conduttore del podere vicino, che però è sparito. Nei due capitoli seguenti il narratore rievoca, a cinquant’anni di distanza, la morte della madre e il difficile rapporto con il padre, che dopo un periodo di afflizione si risposa e fa costruire una nuova casa alla periferia di Lincoln. Proprio nel cantiere della casa in costruzione il decenne protagonista incontra Cletus Smith, che ha più o meno la sua età. I due ragazzi per qualche tempo si trovano ogni giorno a giocare tra muri e travi in legno: parlano poco, essendo entrambi vittime di difficili situazioni familiari, e si salutano sempre dicendosi ”Ciao, a domani”. Un giorno però Cletus non viene a giocare: è il giorno in cui suo padre ha ucciso Lloyd Wilson.
Un paio d’anni dopo il narratore rivede Cletus nel corridoio della scuola di Chicago, dove nel frattempo si è trasferito, ma non ha il coraggio di parlargli a causa di quello che gli è successo: gli sguardi dei due si sfiorano appena e Cletus uscirà per sempre dalla vita del narratore, il quale però maturerà un forte senso di colpa per non aver saputo riassicurare del suo affetto l’amico di un tempo. Sarà proprio questo senso di colpa mai sopito che lo spingerà a scrivere quello che definisce un memoriale, come tentativo di fare ammenda.
Da questo punto in poi il libro cambia completamente. Praticamente tutti i successivi capitoli sono dedicati alla storia di Lloyd Wilson e Clarence Smith, una vicenda di sentimenti forti e di amicizia tradita che porta inevitabilmente allo sfascio delle famiglie coinvolte e alla tragedia finale. L’io narrante in questa parte del romanzo diviene di fatto un narratore onnisciente, ed anche la struttura narrativa subisce notevoli variazioni. Alle lunghe pagine di pensieri del narratore che caratterizzano i primi capitoli si sostituisce una classica narrazione in terza persona, fatta di paragrafi anche brevi nei quali il discorso diretto, prima del tutto assente, svolge un ruolo importante nel dettare il ritmo del racconto. Solo nell’ultimo, breve capitolo riappare l’io narrante che trae le conclusioni della storia che ha narrato.
Romanzo piuttosto breve, scritto con una prosa piana alla quale però non mancano, come vedremo, ambizioni colte, questo romanzo non è privo di spunti interessanti, che tuttavia a mio modo di vedere non sono sviluppati con sufficiente profondità e appaiono, rispetto al periodo in cui fu scritto, abbondantemente fuori tempo massimo, in particolare per quanto riguarda la scelta di privilegiare nettamente il racconto delle due famiglie.
Il principale elemento di interesse del romanzo è secondo me senza dubbio dato dall’intreccio delle due vicende familiari narrate viste dalla parte dei due figli, e dalle potenzialità narrative del peculiare rapporto tra i due ragazzini. Il narratore da bambino e Cletus sono accomunati dal medesimo dramma, la famiglia che si sta sfasciando, e dall’impossibilità di accettare quanto è accaduto o sta accadendo. I due, che si incontrano ogni giorno per camminare in equilibrio sulle assi di cantiere di un edificio che non è ancora una casa, non parlano mai delle loro vicende familiari, perché non le possono comprendere. Entrambi sentono drammaticamente la mancanza delle figure genitoriali di riferimento o i conflitti che ci sono in famiglia, ma non sanno spiegarsi il perché degli avvenimenti. Il narratore, a proposito di come allora avesse interiorizzato la morte della madre, dice: ”… non mi capacitavo di come potesse essere successo a noi. Sembrava uno sbaglio. E gli sbagli vanno corretti, solo che quello non si poteva correggere”. Maxwell in uno di questi primi capitoli introduce nei suoi ricordi, in modo apparentemente incongruo, la descrizione di un’opera d’arte di Alberto Giacometti, intitolata Palazzo alle quattro del mattino, che paragona alla casa in costruzione dove giocava da bambino, e riporta, virgolettato, il racconto che l’artista svizzero fece delle motivazioni che lo portarono a realizzare quella scultura. Quest’opera, nella quale tutto trasmette un senso di precarietà costruttiva, dove c’è una figura di madre impersonale, nella quale le pareti si possono attraversare e strani uccelli e inquietanti spine dorsali occupano alcune delle stanze, può rappresentare bene – anche se tradisce a mio modo di vedere un certo autocompiacimento autoriale per la citazione colta – la drammatica realtà nella quale due bambini che hanno perso i riferimenti essenziali sono immersi: la casa non è più una casa, è uno spazio indefinito abitato da incubi, nel quale non si trova più alcun rifugio.
Questo interessante spunto narrativo è però quasi subito trascurato dallo scrittore, che preferisce dopo i primi capitoli immergere il lettore nel resoconto dettagliato di cosa sia successo tra le famiglie Wilson e Smith, di come si sia arrivati all’omicidio che apre il romanzo. La strana amicizia con Cletus, del quale il narratore dirà significativamente che ”non era poi molto diverso da un compagno di giochi immaginario”, si interrompe bruscamente con il colpo di pistola che suo padre esplode contro Lloyd Wilson, e si interrompe a mio modo di vedere così anche l’elemento di maggior potenziale originalità del romanzo. Con la narrazione delle vicende che hanno portato al delitto si entra infatti in una atmosfera affatto diversa, ampiamente frequentata dalla letteratura statunitense del primo dopoguerra, quella del Midwest rurale, con il suo isolamento culturale, la sua povertà e precarietà sociale, le sue ipocrisie e la sua violenza più o meno latente, alla quale atmosfera però mi sento di dire che Maxwell non aggiunga nulla rispetto a quanto su questi temi era già stato scritto da altri autori, ben più importanti di lui. Ci troviamo di fronte ad un mix composto da un pizzico di Anderson, un velo di Steinbeck e una buona dose di James M. Cain (Il postino suona sempre due volte), salvo il fatto che tutto resta sostanzialmente in superficie e non si sfugge ad una sensazione di già letto derivante proprio dal confronto con questi (ed altri) autori. Intendiamoci, non è che manchino capacità narrativa e anche un certo sforzo per una efficace caratterizzazione dei personaggi e per trasmettere al lettore la loro condizione sociale e i loro tormenti esistenziali. La figura di Lloyd Wilson, che tradisce l’amicizia con Clarence quasi suo malgrado, spinto da una forza interiore che vorrebbe contrastare senza riuscirvi. riesce senza dubbio a trasmettere la potenza irrazionale del sentimento, e la vicenda della cagna Trixie è emblematica della crudeltà delle relazioni nella società rurale. Altre figure, per la verità, sono solo tratteggiate, come ad esempio quella di Clarence Smith, del quale percepiamo solo a sprazzi la durezza di carattere, oppure quelle delle due mogli dei mezzadri, che restano molto più sfocate dell’importante ruolo che svolgono nella vicenda. Al di là di questi pregi e difetti, tuttavia, è proprio a mio avviso nella scelta di dare a questa vicenda un ruolo centrale nel romanzo e nel modo in cui Maxwell ce la narra che si palesano i punti deboli di Ciao, a domani. È come se l’autore fosse partito con un intento e poi qualcosa gli abbia preso la mano. Tutto, anche la scelta del titolo, lascia secondo me intendere che Maxwell avesse l’intenzione di porre al centro del racconto il rapporto tra sé stesso bambino e Cletus, il loro essere vittime di due vicende familiari tragiche senza riuscire a stabilire un rapporto che permettesse loro di cercare insieme una spiegazione a ciò che gli stava accadendo. Il senso di colpa annidato per cinquant’anni nell’animo del narratore è legato a questa incapacità di comunicare ed è esplicitamente indicato sin dalle prime pagine come il fattore scatenante la narrazione. Le due vicende, quindi, la morte della madre di uno dei due protagonisti e l’omicidio commesso dal padre dell’altro, avrebbero a mio avviso dovuto costituire le cornici di una storia basata sul rapporto tra i due. La narrazione cronachistica e dettagliata delle vicende dei due mezzadri (fatta anche di pagine del giornale locale dell’epoca e resoconti puntigliosi di vicende legali) prende però nettamente il sopravvento, regalandoci una storia ben confezionata ma che in qualche modo annacqua il buon vino che avevamo assaggiato nelle prime pagine.
Tra l’altro non si deve a mio avviso tralasciare il fatto che il romanzo viene scritto alla fine degli anni ’70, quando la società rurale descritta da Maxwell non esiste più da tempo, quando le modalità espressive letterarie sono approdate a lidi affatto diversi da quelle dell’anteguerra, e ciò toglie ulteriore forza alla centralità della vicenda che costituisce il cuore del racconto.
Non so perché Maxwell abbia sentito il bisogno di cambiare così repentinamente registro e obiettivo mentre scriveva. Forse bisognerebbe aver letto anche Come un volo di rondini e gli altri suoi romanzi, per capire se sia stato il fatto di aver già ampiamente trattato il tema della mancanza della madre a farlo virare verso lidi inesplorati, o forse molto più semplicemente l’autore non disponeva dei mezzi espressivi per scavare in profondità una tematica come quella che ha inteso affrontare nel romanzo, per cui ad un certo punto si è dovuto, come dire, arrendere alla cronaca. Sta di fatto che quella che avrebbe potuto – e forse nelle prime intenzioni dell’autore dovuto – essere una sorta di confessione liberatoria rispetto ad un senso di colpa inutilmente rimosso per decenni, quella che avrebbe potuto essere una piccola (s’intende) Recherche in salsa dell’Illinois, nella quale analizzare il senso di smarrimento e rifiuto che la morte della madre o la deflagrazione degli affetti familiari comportano nella mente di chi ne è vittima da bambino, diviene la tardiva descrizione di una storia di corna e sangue nelle polverose campagne del Midwest che attendevano, oltre alle piogge, la grande depressione.

Annunci

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...