Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura argentina, Libri, Narrativa, Novecento, Racconti, Recensioni

Tra Buenos Aires e Misiones: i racconti di un borghese tragicamente segnato dalla vita

RaccontidAmorediFolliaediMorteRecensione di Racconti d’amore di follia e di morte, di Horacio Quiroga

Editori Riuniti, I Grandi, 1993

Horacio Quiroga non è autore molto noto in Italia. Nato in Uruguay nel 1878 ma vissuto prevalentemente in Argentina, la sua fu un’esistenza tragica, segnata dalla morte, spesso violenta, di molti dei suoi cari: il padre fulminato da un colpo di fucile, forse suicida, forse per un tragico incidente, quando Horacio ha pochi mesi; la precoce morte dei due fratelli; lui stesso, ventiquattrenne, che uccide accidentalmente il suo migliore amico, pulendo un’arma; la sua prima moglie avvelenatasi nel 1915. Lo stesso farà lo scrittore nel 1937, dopo che gli era stato diagnosticato un tumore. Scrisse in prevalenza racconti, la cui pubblicazione fu molto popolare ed apprezzata da subito, ed è oggi considerato tra i più importanti scrittori ispano-americani, anche se della sua opera Jorge Luis Borges disse che ”ha scritto racconti che avevano scritto meglio Poe e Kipling”.
Se dalla lettura di questo volume di racconti ho tratto la convinzione che il giudizio di Borges si può considerare in larga parte ingiusto, esso tuttavia ci permette di inquadrare le tematiche della produzione letteraria di Quiroga, legate al crudele fascino degli ambienti primigenii delle foreste del nord dell’Argentina, alle tragiche condizioni di vita di chi in queste foreste lavorava (e lavora) distruggendole a favore del profitto di pochi, ma anche alla caratterizzazione degli ambienti borghesi di Buenos Aires e di quelli dei coloni e allevatori delle pianure argentine, spesso attraverso la descrizione della patologia e della morte come fattore di indagine dei rapporti sociali e umani. Il richiamo a Poe e Kipling rende anche ragione dell’atmosfera culturale nel quale Quiroga era immerso e che informa la sua narrativa: siamo come detto nei primi decenni del ‘900 e Quiroga, che tra l’altro nei primi mesi del 1900 ha vissuto a Parigi proprio per entrare in contatto con il mondo letterario europeo, è una sorta di terminale latinoamericano delle pulsioni che, tra naturalismo positivista e decadentismo modernista, animavano la produzione letteraria dell’epoca.
Questo volume edito dagli Editori Riuniti per la prima volta nel 1987, ed oggi reperibile solo nei circuiti dell’usato, propone due delle raccolte di racconti più significative pubblicate da Quiroga: i Racconti d’amore, di follia e di morte, del 1917, e Il selvaggio, del 1920. A questo volume, come si evince dalla breve ma densa prefazione di Dario Puccini, ne è seguito un altro, Anaconda e altri racconti, anch’esso fuori catalogo da tempo: oggi è comunque possibile rinvenire in libreria numerose altre edizioni dei racconti di Quiroga, compresa una loro selezione edita da Einaudi.
I Racconti d’amore, di follia e di morte propriamente detti sono 14 brevi storie, che spaziano attraverso le tematiche tipiche di Quiroga e sono quindi in grado, da sole, di darci un’idea esaustiva della poetica dell’autore. Come detto, la raccolta fu pubblicata nel 1917: è presumibile quindi che i racconti siano stati scritti a cavallo di quel tragico 1915 segnato dal suicidio della moglie, che non si era mai adattata a vivere nella remota provincia di Misiones, a ridosso della selva subtropicale, dove la famiglia si era trasferita alcuni anni prima.
La raccolta si apre con un racconto di ambientazione urbana e borghese: Una stagione d’amore è appunto la narrazione di un amore adolescenziale, che nasce durante una festa di carnevale nelle vie di Concordia – città di confine tra Uruguay e Argentina – tra il giovane Nébel e la bella e fresca Lidia. Nébel appartiene ad una delle famiglie in vista della città, e studia a Buenos Aires; Lidia è a Concordia ospite, con la madre vedova, di uno zio, ed anch’essa ripartirà presto. L’amore tra i due ragazzi, fatto di visite alla casa di lei, è però ostacolato dal padre di Nébel a causa della cattiva reputazione della madre di Lidia, amante dello zio sin da prima della vedovanza. D’altro canto quest’ultima favorisce la relazione tra i due ragazzi intravedendo la possibilità di una scalata sociale per la figlia. I contrasti familiari si accentuano e al momento della forzata separazione Nébel medita romanticamente il suicidio. Undici anni dopo, ormai sposato ed affermato professionista, Nébel incontra per caso la madre di Lidia in tram: è una donna sfatta, succube della morfina e della miseria nella quale è piombata. Saputo che Lidia non è sposata, invita le due a casa sua in campagna (la moglie è in vacanza…) e finalmente consuma il suo amore per Lidia, che pure ha ovviamente perso la freschezza e la purezza dell’adolescenza. In pochi giorni la madre di Lidia muore a causa della morfina, quindi Nébel accompagna in stazione Lidia non senza averle prima dato una cospicua somma di denaro. Alla partenza del treno Nébel attende invano che Lidia si affacci dal finestrino per salutarla.
Ho voluto raccontare per intero la trama di questo racconto, che è diviso in quattro capitoli, ciascuno intitolato ad una delle stagioni dell’amore tra Nébel e Lidia, perché a mio avviso costituisce una sorta di preludio all’insieme delle tematiche che, più o meno singolarmente, verranno sviluppate nei racconti successivi, ma allo stesso tempo, per ambientazione, relativa lunghezza e tono della scrittura rappresenta una sorta di piccola perla che brilla di una luce diversa dalle altre.
Il racconto è dominato dai due temi dell’amore e della morte, che lo dividono in maniera speculare: Primavera ed Estate, primi due capitoli, sono dedicati all’innamoramento di Nébel adolescente ed alla sua apparente ferma volontà di superare gli ostacoli di carattere sociale che si oppongono al suo matrimonio con Lidia, volontà che si rivelerà però alquanto labile. Le successive due stagioni ci presentano invece un Nébel ormai morto, che vuole Lidia, a dispetto del fatto di non amarla più e di trovarla molto cambiata – in peggio – rispetto alla ragazzina che lo aveva fatto fremere, per colmare egoisticamente il vuoto, il senso di insuccesso che quell’amore gli aveva lasciato. Ora egli è pienamente parte organica di quei meccanismi sociali che da giovane aveva velleitariamente pensato di poter infrangere, e li usa per raggiungere lo scopo, lasciandosi andare ad un volgare rapporto mercantile con Lidia per appagare tardivamente il suo desiderio represso. La morte della madre di Lidia è in questo senso una sorta di traslato dell’atmosfera di morte dei sentimenti che aleggia su tutta la seconda parte del racconto. Essa è anche il primo incontro del lettore con il modo crudo e realistico con il quale Quiroga tratta il tema della morte, per lui centrale e non a caso inserito nel titolo della raccolta. Vedremo come tale tema verrà trattato in molti altri racconti. Una stagione d’amore è anche forse il più naturalistico dei racconti di Quiroga raccolti in questo volume, nel senso che è quello nel quale il tono della narrazione appare più distaccato, più asettico, espresso in una terza persona che praticamente si limita a registrare gli avvenimenti così come si susseguono, e questo a mio avviso contribuisce alla forza complessiva della narrazione.
A questo primo racconto segue Il solitario, piccola ma potente tragedia familiare che fa perno sulle frustrazioni e sulle meschinità insite nelle aspirazioni di scalata sociale di un ambiente piccoloborghese per estrarne le tensioni nascoste. È un racconto in cui a mio avviso la capacità dell’autore di scavare nella psicologia dei due personaggi, come pure l’analisi dei meccanismi per cui la vittima si trasforma in carnefice, appare sicuramente originale e tipicamente novecentesca.
La gallina sgozzata è a mio avviso uno dei racconti più belli della raccolta, un racconto nel quale la patologia fisica e la patologia dei rapporti familiari sono gli strumenti, ancora una volta, di una tragedia che assume toni lancinanti e grottescamente disperati. Emerge a mio avviso in questo racconto come Quiroga, probabilmente anche a causa delle tragedie che lo avevano segnato, considerasse la famiglia, con i suoi rapporti parentali apparentemente regolati, un potenziale pozzo di orrore, dove può facilmente scatenarsi l’odio più profondo. Non voglio segnalare nulla della trama, e mi limito a constatare che a mio avviso la forza del racconto è data soprattutto dal fatto che i veri carnefici sono i due genitori, apparentemente vittime della tragedia.
Dopo un paio di racconti senza pretese, dei quali Il cuscino di piume deve molto a Poe, seguono due storie nelle quali il punto focale è la descrizione della morte, della morte precoce e violenta dovuta alle condizioni estreme delle pianure e delle selve argentine. Alla deriva narra, quasi in presa diretta e con un gelido tono da referto medico, la morte di un uomo morso da un serpente, che invano cerca di raggiungere la città più vicina. Molto diverso è invece L’insolazione, che pure racconta della morte di un uomo, un contadino, a causa dell’eccesso di calore, ma nel quale la descrizione dell’avvicinarsi dell’epilogo è affidata ai suoi cani, che vedono la morte avvicinarsi e la temono sapendo che la loro vita cambierà. Animali come esseri pensanti e parlanti e, in quanto tali, protagonisti, appaiono anche in alcuni altri racconti della raccolta, a partire dal successivo Il filo spinato, che ha per protagonisti due saggi cavalli ed uno stupido toro. Un fox terrier è invece protagonista di Yaguaì forse il racconto più melodrammatico della raccolta, al quale però l’ambientazione canina conferisce una precisa originalità.
I racconti propriamente della selva appaiono in questa raccolta solo in due casi: I mensù e I pescatori di tronchi. Il primo è il racconto della crudele vita dei salariati assoldati per tagliare i tronchi nella foresta, pagati in anticipo nei centri di arruolamento perché, indebitati, divenissero di fatto schiavi dei loro padroni. I mesi passati in foresta sotto cieli carichi di pioggia, le tremende condizioni di lavoro, le inondazioni apocalittiche, le febbri malariche, le baldorie con prostitute dove vengono spesi tutti i soldi appena ricevuti ci fanno entrare in un mondo di disperazione umana e sociale descritto con la vividezza di chi con questo mondo ha avuto un contatto non episodico. Il secondo racconto della selva, I pescatori di tronchi, ha invece un tono più leggero, in qualche modo più vicino allo spirito di Kipling.
Con Il miele selvatico si torna ad un racconto di morte, che in questo caso colpisce chi si avvicina alla foresta senza conoscerne i pericoli. Si tratta di un racconto che non aggiunge molto a quanto già detto sul tema, e che anzi risente di un certo didascalismo complessivo.
La raccolta termina con due racconti di ambientazione borghese, nei quali prevale, soprattutto nel primo, La nostra prima sigaretta, un inedito tono leggero e scanzonato, volto a mettere in luce la furbizia di un bambino nei confronti delle imposizioni degli adulti. La meningite e la sua ombra è un godibile racconto nel quale la patologia, la malattia, è accostata all’amore come fattore in grado di scardinare le rigide convenzioni sociali della società dell’epoca.
La seconda raccolta proposta dal volume, Il selvaggio, è composta di nove racconti, che in generale riprendono quanto già detto circa le tematiche trattate da Quiroga. Fa eccezione il primo racconto, che dà il nome alla raccolta, suddiviso in due parti distinte. Nella prima di queste, Il sogno, storia del presunto incontro – scontro nella foresta tra un solitario meteorologo e un dinosauro, ho trovato un’atmosfera che fa pensare (in piccolo) al conradiano Cuore di tenebra: chissà se Quiroga lo aveva letto. La seconda parte del racconto, il più lungo del volume, è invece eccentricamente dedicata alla preistoria, narrando la conquista del sonno da parte dell’antenato dell’uomo nel terziario.
Seguono anche in questo caso racconti della selva e delle pianure e descrizioni di morte date da serpenti a sonagli o da api inferocite. Anche in questo caso la raccolta si chiude con alcuni racconti in qualche modo anomali: Quadrivio laico raccoglie quattro storie volte a mettere in discussione il dogmatismo religioso, Racconto per fidanzati narra la tremenda notte di una coppia alle prese con un figlioletto che piange e Un idillio si ricollega in qualche modo a La meningite e la sua ombra, narrando come un trucco matrimoniale volto a non perdere un’eredità possa trasformarsi nel prodromo di un vero amore.
In definitiva ritengo che Quiroga, pur non avendo scritto dei capolavori, sia un autore che vale la pena leggere, per comprendere come i fermenti letterari del primo ‘900 siano approdati nelle remote province dell’America Latina, nelle quali il darwinismo sociale ottocentesco si coniugava con una natura leopardianamente matrigna e dotata di una forza primigenia che non può non affascinarci, soprattutto oggi che la stiamo perdendo del tutto. Alcuni racconti su tutti si stagliano come piccole perle letterarie, soprattutto quelli in cui Quiroga è capace di trasmetterci e contestualizzare le sue personali esperienze d’amore, di follia e di morte.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

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