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Un’opera che non ci aiuta a capire, quindi per me “minore”

LAmicoRitrovato Recensione de L’amico ritrovato, di Fred Uhlman

Feltrinelli, Universale economica, 2003

L’amico ritrovato è senza dubbio l’opera più celebre di Fred Uhlman, autore tedesco naturalizzato britannico, sorta di scrittore dilettante (la sua professione principale essendo quella di avvocato) attivo nella seconda metà del secolo scorso.
Nato nel 1901 a Stoccarda in una agiata famiglia della borghesia ebraica, Uhlman lasciò la Germania pochi mesi dopo l’avvento al potere del nazismo, approdando dopo varie peripezie a Londra nel 1938, dove tra l’altro fondò una associazione culturale tedesca di cui fecero parte tra gli altri anche Oskar Kokoschka e Stefan Zweig, associazione da cui si discostò quando assunse connotati comunisti. Fu anche un apprezzato pittore e grande collezionista di arte africana. L’amico ritrovato uscì nel 1971, divenendo negli anni un piccolo classico della narrativa inerente il nazismo: è un breve romanzo, o meglio una lunga novella, primo capitolo della Trilogia del ritorno, comprendente anche Un’anima non vile e Niente resurrezioni, per favore.
Va subito detto che il mio giudizio critico sull’opera è forse monco, perché essa andrebbe probabilmente letta e valutata insieme al secondo capitolo della trilogia, che narra le stesse vicende viste con gli occhi del secondo protagonista, Konradin von Hohenfels.
La novella narra dell’amicizia tra due ragazzi sedicenni nella Stoccarda del 1932: Hans Schwarz, figlio di un medico ebreo, e appunto Konradin von Hohenfels, giovane rampollo di una delle più nobili ed antiche famiglie tedesche. Hans, dietro il quale è facile scoprire l’autore, narra in prima persona della sua amicizia giovanile con Konradin, quando negli anni ‘60 ormai da decenni vive a New York essendo diventato un affermato avvocato.
Nel febbraio del 1932 Konradin entra nella classe del liceo frequentato da Hans. Entrambi i ragazzi sono timidi e non legano con gli altri compagni di classe, troppo rozzi o troppo affettati per suscitare il loro interesse. Hans è affascinato da ciò che Konradin rappresenta, dalla storia quasi millenaria della sua famiglia, e cerca di attirare in vari modi la sua attenzione: finalmente un giorno fanno insieme la strada verso casa e diventano amici, scoprendo di condividere la passione per il collezionismo di monete e reperti antichi. Per alcuni mesi i due ragazzi si limitano a vedersi a scuola, poi un giorno Hans invita Konradin a casa sua: mentre la madre di Hans accoglie l’amico del figlio con una spontanea tenerezza materna, il padre, veterano e decorato della prima guerra mondiale, si rende ridicolo trattando Konradin con un inopportuno cameratismo militaresco da cui traspare un evidente senso di inferiorità sociale e gerarchica nei confronti del rampollo della famiglia illustre. Continua a leggere “Un’opera che non ci aiuta a capire, quindi per me “minore””

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Vivace e piacevole, ma che distanza da Dickens

LeTorridiBarchesterRecensione de Le torri di Barchester, di Anthony Trollope

Sellerio, La memoria, 2004

Il metodo di lettura che ho adottato, secondo il quale leggo i libri della mia biblioteca in ordine cronologico di acquisto, mi ha portato ad affrontare i romanzi di Anthony Trollope a partire dal secondo titolo delle Cronache del Barsetshire, il ciclo di sei romanzi che fecero la fortuna di questo prolifico autore vittoriano. L’editoria italiana, che nel secolo scorso aveva dedicato una attenzione tutto sommato marginale a Trollope, lo ha riscoperto soprattutto grazie a Sellerio, che a partire dal decennio scorso ha proposto nella sua collana di punta, La memoria, l’intero ciclo delle Cronache del Barsetshire, oltre ad alcuni altri suoi romanzi; a seguire, anche altre case editrici hanno pubblicato racconti e romanzi di Trollope, così che oggi è possibile reperire in libreria un campionario sufficientemente rappresentativo della sua opera. Va detto subito che nel ciclo ciascun romanzo è compiuto in sé, cosicché non è imprescindibile per il lettore seguire l’ordine originale di pubblicazione dei sei romanzi che lo compongono. È pur vero che ne Le torri di Barchester si incontrano molti personaggi che già apparivano nel precedente L’amministratore, ma poche note a piè di pagina sono sufficienti ad illustrare i labili rimandi e richiami al primo romanzo. Ciò, unito al fatto che a detta di molti Le torri di Barchester è il romanzo migliore delle Cronache, giustifica una sua lettura anche solitaria.
Prima di analizzare il romanzo è però comunque necessario accennare alla cornice in cui è immerso, vale a dire l’immaginaria contea del Barsetshire nella quale Trollope ambienta l’intero ciclo, perché questa ambientazione è a mio avviso essenziale per penetrare la poetica dell’autore.
Il Barsetshire è una contea rurale del sud dell’Inghilterra, il cui capoluogo, Barchester, è il centro delle vicende che si svolgono nei sei romanzi di Trollope. Trollope ne immagina la geografia fisica e sociale con estrema minuzia, così che il lettore familiarizza con i punti focali della vita di Barchester, – su tutti i luoghi del potere ecclesiastico come la cattedrale e il decanato – e con le parrocchie dei dintorni, e familiarizza anche con la struttura sociale della contea, i proprietari terrieri, gli imprenditori e soprattutto gli esponenti della chiesa anglicana, principali protagonisti delle vicende narrate nei sei romanzi. Questa ambientazione rurale permette di stabilire ed analizzare alcuni intriganti parallelismi. Il primo è con l’autore che, ritengo, a ogni lettore ronzi per così dire nell’orecchio leggendo Trollope, vale a dire Charles Dickens. Molte sono infatti le analogie tra questi due scrittori: quasi contemporanei – Dickens inizia a pubblicare una decina di anni prima di Trollope, ma alcuni dei suoi più significativi romanzi escono negli stessi anni delle Cronache del Barsetshire – entrambi gli autori si occupano nelle loro opere della struttura sociale dei tempi in cui vivevano, sottoponendola a critica attraverso l’arma dell’ironia e della satira. Entrambi, poi, sono tipici rappresentanti dell’industria culturale nascente in quei decenni in Gran Bretagna, e la loro opera molto deve alla necessità di soddisfare le esigenze del pubblico a cui si rivolgevano. Continua a leggere “Vivace e piacevole, ma che distanza da Dickens”

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Chi ha paura di Jurij Trifonov?

LaCasasulLungofiumeRecensione de La casa sul lungofiume, di Jurij Trifonov

Editori Riuniti, Biblioteca di narrativa, 1997

In questa nostra società nella quale ci hanno fatto credere che la presenza in rete sia l’unico parametro con il quale viene certificata l’esistenza stessa delle persone, nulla a mio avviso è più emblematico dell’oblio in cui è caduto in Italia un autore importante come Jurij Trifonov del fatto che non gli sia ancora stata dedicata una voce su Wikipedia. Quanto ai suoi libri, cercarli in libreria è praticamente inutile: solo sul mercato dell’usato è possibile trovare alcuni titoli, grazie alla diffusione che le sue opere hanno avuto nel nostro paese negli anni ‘70 ed ‘80.
Il suo romanzo più importante, La casa sul lungofiume, fu pubblicato per l’ultima volta  dagli Editori Riuniti nel 1997, e già allora Lucetta Negarville, nella prefazione al volume, lamentava il fatto che nella “nuova Russia” post-sovietica fosse in atto un profondo cambiamento del ruolo sociale della letteratura: ”Ora il paese più ‘letteraturicentrico’ del mondo, forse giustamente, ha voluto normalizzarsi anche in questo. La letteratura non ha più quella funzione di «coscienza critica» della società che aveva avuto a partire dagli inizi del XIX secolo, ma è diventata uno dei tanti mezzi di espressione, non certo il più importante, sintomo della preferenza per i generi più «leggeri» del poliziesco, del rosa, dell’erotico, o per una greve pseudo-religiosità misticheggiante o anche, finalmente, per una raffinata sperimentazione.”
La Russia eltsiniana degli anni ‘90, quella della liquidazione totale dell’esperimento sovietico e della prona adesione ai dogmi del liberismo economico più sfrenato doveva liquidare anche la cultura del periodo precedente, anche la concezione stessa del ruolo della cultura rispetto alla società. Continua a leggere “Chi ha paura di Jurij Trifonov?”