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Chi ha paura di Jurij Trifonov?

LaCasasulLungofiumeRecensione de La casa sul lungofiume, di Jurij Trifonov

Editori Riuniti, Biblioteca di narrativa, 1997

In questa nostra società nella quale ci hanno fatto credere che la presenza in rete sia l’unico parametro con il quale viene certificata l’esistenza stessa delle persone, nulla a mio avviso è più emblematico dell’oblio in cui è caduto in Italia un autore importante come Jurij Trifonov del fatto che non gli sia ancora stata dedicata una voce su Wikipedia. Quanto ai suoi libri, cercarli in libreria è praticamente inutile: solo sul mercato dell’usato è possibile trovare alcuni titoli, grazie alla diffusione che le sue opere hanno avuto nel nostro paese negli anni ‘70 ed ‘80.
Il suo romanzo più importante, La casa sul lungofiume, fu pubblicato per l’ultima volta  dagli Editori Riuniti nel 1997, e già allora Lucetta Negarville, nella prefazione al volume, lamentava il fatto che nella “nuova Russia” post-sovietica fosse in atto un profondo cambiamento del ruolo sociale della letteratura: ”Ora il paese più ‘letteraturicentrico’ del mondo, forse giustamente, ha voluto normalizzarsi anche in questo. La letteratura non ha più quella funzione di «coscienza critica» della società che aveva avuto a partire dagli inizi del XIX secolo, ma è diventata uno dei tanti mezzi di espressione, non certo il più importante, sintomo della preferenza per i generi più «leggeri» del poliziesco, del rosa, dell’erotico, o per una greve pseudo-religiosità misticheggiante o anche, finalmente, per una raffinata sperimentazione.”
La Russia eltsiniana degli anni ‘90, quella della liquidazione totale dell’esperimento sovietico e della prona adesione ai dogmi del liberismo economico più sfrenato doveva liquidare anche la cultura del periodo precedente, anche la concezione stessa del ruolo della cultura rispetto alla società.
In occidente la marginalizzazione della letteratura, la sua riduzione a prodotto elitario dell’industria culturale normalizzata era in corso da tempo; qui l’espulsione dai circuiti editoriali della letteratura sovietica rispondeva (e risponde) forse ad un altro obiettivo: occultare tutto ciò che possa mettere in dubbio la narrazione dell’Unione Sovietica come male assoluto, come errore della storia, come società totalitaria nella quale ogni forma di espressione culturale critica verso il potere era duramente repressa: ciò in funzione non tanto della (giusta) critica a quella società, ma della negazione di qualsiasi possibilità di cambiamento sociale radicale, dell’accreditamento della tesi secondo cui un altro mondo non è possibile, e il capitalismo – nella sua versione più spietata, il liberismo – è l’unica prospettiva per le magnifiche sorti e progressive dell’umanità. Questa espulsione è praticamente sistematica nei confronti della letteratura sovietica del secondo dopoguerra, della quale vengono riproposte praticamente solo le opere del dissenso, figlie di una opposizione radicale, spesso pagata drammaticamente, al regime, ma solo in quanto funzionali alla narrazione di cui sopra.
Riproporre oggi la letteratura sovietica ufficiale del secondo dopoguerra significherebbe permettere di coglierne le sfaccettature, di analizzare l’evoluzione del complesso rapporto tra intellettuali e potere nelle varie fasi che seguirono la morte di Stalin, insomma significherebbe discutere della società sovietica, e ciò è incompatibile con la necessità della sua liquidazione tout-court. Personalmente ritengo invece che l’esperienza sovietica abbia rappresentato uno dei fatti più importanti della storia dell’umanità, e che proprio dall’analisi attenta della sua evoluzione storica, dalla rivoluzione al crollo, delle speranze suscitate e dei tragici errori commessi, possano trarsi elementi di conoscenza indispensabili a innervare una necessaria teoria del cambiamento del paradigma sociale in cui siamo immersi, che ci sta portando speditamente verso il disastro globale.
In questa prospettiva di conoscenza di ciò che era la società sovietica La casa sul lungofiume è sicuramente, come vedremo, un romanzo importante. Del resto Trifonov non è autore marginale: nato nel 1925, suo padre combatté con l’armata rossa, per finire fucilato durante le purghe staliniane nel 1938. Il primo romanzo, Gli studenti, gli valse il Premio Stalin nel 1950, ma è con il ciclo di opere moscovite scritte nella cosiddetta prosa urbana, pubblicati tra il finire degli anni ‘60 e il decennio successivo, che Trifonov diviene il più conosciuto scrittore sovietico dell’epoca. Si tratta di quattro romanzi, da Lo scambio (1969) a La casa sul lungofiume (1976), incentrati sulla vita quotidiana degli abitanti di Mosca nei periodi che vanno dai cupi anni dello stalinismo a quelli tragici della guerra a quelli pieni di speranze della destalinizzazione Chruščëviana alla stagnazione autoritaria di Brèžnev. Candidato nel 1981 al premio Nobel morì, cinquantaseienne, nel marzo dello stesso anno.
Come detto, La casa sul lungofiume è considerato il suo capolavoro. La casa del titolo è un enorme edificio realmente esistente, costruito all’inizio degli anni ‘30 sull’altra riva della Moscova rispetto al Cremlino come abitazione di esponenti della nomenklatura: vi abitarono lo stesso Trifonov con la famiglia prima dell’arresto del padre e personaggi come Chruščëv, Dimitrov e Kosygin. Al pari del padre di Trifonov, molti dei suoi abitanti sparirono nei gulag staliniani nel corso delle purghe, e all’epoca la casa era anche nota come la casa della detenzione preliminare.
Il protagonista del romanzo, Vadim Glebov, è un ragazzo che non vive nella casa, ma in una poco lontana squallida kommunalna, gli appartamenti in cui abitavano più famiglie diffusi nei primi decenni dopo la rivoluzione. Vadim, detto sfilatino, frequenta però la casa in quanto compagno di scuola e amico di alcuni ragazzi che vi abitano. Il romanzo è costruito con una serie di flashback che ci accompagnano lungo diverse epoche. Gli anni ‘30, quelli appunto dell’adolescenza di Vadim, nei quali prevale il racconto del rapporto di amicizia tra i ragazzi, delle avventure scolastiche, delle rivalità tra bande di ragazzini, dell’invidia di Vadim per le migliori condizioni di vita dei suoi amici che vivono nella casa; gli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale, con l’orgoglio per la vittoria e le tante speranze di una maggiore prosperità e libertà intellettuale presto deluse, con l’amore tra Vadim e Sonja, figlia di un prestigioso intellettuale; infine gli anni ‘70, nei quali il romanzo si apre e si chiude, con un maturo Glebov inserito nell’ambito accademico che tenta invano di non ricordare il suo passato e il suo essere stato un piccolo opportunista.
Vadim Glebov è infatti sin da giovane caratterizzato come la rappresentazione paradigmatica del cittadino sovietico medio nato dopo la rivoluzione, che accetta le logiche del sistema cercando di intrufolarvisi per ottenere vantaggi personali, che non si espone mai temendo di vedere inficiate le proprie aspirazioni di scalata sociale, che giunge a sacrificare i sentimenti quando capisce che questi possono minare la sua possibile ascesa, ma senza quasi essere cosciente delle sue scelte. Così ci viene descritto in uno dei momenti in cui l’autore interviene in prima persona nella narrazione: ”Per molto tempo questo Vad’ka Sfilatino mi parve un personaggio enigmatico. Chissà perché erano in molti a voler fare amicizia con lui. Era in un modo e anche in un altro, né buono né cattivo, non era molto avido né molto generoso, […] non era quello che si dice un furbo, e nello stesso tempo non era un minchione.” E poco più avanti: ”Era assolutamente un «nessuno», Vadik Sfilatino. Ma, come ho capito più tardi, è un dono raro: essere un «nessuno». Quelli che sono capaci di essere genialmente «nessuno» arrivano lontano.” Insomma un piccolo genio dell’opportunismo, che grazie alla sua capacità di non prendere una direzione ai drammatici bivi che la vita gli pone davanti, di stare fermo nella tempesta sarà premiato dalla vita.
Ragazzo, ammira i suoi compagni che abitano nella casa, che per lui rappresenta un mondo a parte, nel quale è ansioso di entrare e di farsi accettare. Ammira Šulepa, il bulletto figliastro di un importante funzionario del partito; ammira Anton, il piccolo intellettuale che stravede per Verdi, e ammira la dolce Sonja, che è già segretamente innamorata di lui perché capace di compatirlo.
Le storie adolescenziali di Vad’ka e compagni, raccontate con una buona dose di ironia, sembrano quelle di tanti altri ragazzi, se non fosse che su di loro aleggia l’oscura mano di un potere assoluto ed esercitato a discrezione: così, i coinquilini di Vadim, piccoli delinquenti, possono vessare indisturbati le altre famiglie, ma quando i loro ragazzi picchiano Šulepa vengono immediatamente allontanati su ordine del suo potente patrigno. Così, ancora, un freddo giorno la famiglia dell’autore sarà costretta ad andarsene dalla casa sul lungofiume, tra l’indifferenza dei portieri e degli altri inquilini.
La parte del romanzo più articolata e più densa è quella relativa al dopoguerra: molti abitanti della casa sono cambiati, alcuni degli amici di Vadim sono morti in guerra, mentre lui è riuscito ad evitare il fronte. Il professor Gančuk, padre di Sonja, è relatore della tesi di laurea a cui sta lavorando Vadim, che diviene ospite fisso della casa. Tra Sonja e Vadim scocca l’amore vero, tenuto nascosto ai genitori di lei, che forse non l’approverebbero. In particolare la madre di Sonja, anch’essa accademica, considera Glebov per quello che è: un arrivista pervaso da una mentalità piccolo-borghese, attratto soprattutto dai bei mobili dello spazioso appartamento dei Gančuk. Sonja invece lo ama di un amore tenero ed appassionato, ne giustifica sino in fondo le ambiguità, ha fiducia in lui. Sono come detto anni di speranza dopo la guerra, e Trifonov ci descrive benissimo, attraverso la cerchia di amicizie di Sonja, l’ingenuo fervore intellettuale dell’epoca. Ma ancora una volta il potere si fa avanti, attaccando meschinamente Gančuk, che per inciso ha partecipato alla rivoluzione ed è un coerente marxista, e il suo prestigio intellettuale e politico. Glebov è ovviamente parte in causa e subirà il ricatto di chi vorrebbe trasformarlo in un testimone d’accusa. Anche in questo caso la sua capacità di stare fermo gli permetterà di non scegliere, con l’amaro ed ironico aiuto insperato di un drammatico avvenimento familiare. A questa sua capacità di non scegliere dovrà sacrificare, invero senza troppa sofferenza, l’amore per Sonja. Dopo l’ultima notte passata con lei, sogna di frugare in una scatola di latta alla ricerca di una onorificenza: ”Il sogno […] si ripeté poi altre volte nella sua vita.”
Come già detto, il libro si apre e si chiude negli anni ‘70, praticamente nell’attualità rispetto alla sua scrittura. Glebov è un affermato professore universitario: nelle prime pagine del libro, nell’agosto del 1972 incontra per caso Šulepa, finito ai margini della società, il quale però fa finta di non riconoscerlo. Quando la sera riceve una sua telefonata, Glebov è costretto a immergersi nei suoi ricordi, da lui odiati e rimossi.
Le ultime pagine del libro ci portano invece a due anni dopo, quando Glebov incontra in treno, mentre sta andando ad un congresso a Parigi, la madre di Šulepa, che lo tratta come un estraneo. Ma la splendida chiosa del romanzo è affidata all’autore, che interviene direttamente, come in altri momenti chiave, per raccontarci di un suo incontro con il vecchio professor Gančuk, che vive solo in un piccolo appartamento di periferia, ormai vecchio e sconfitto dalla vita, interessato solo a guardare una serie televisiva.
La casa sul lungofiume è un bellissimo romanzo, che ci dice moltissimo sulla società sovietica, sul clima che si respirava al tempo delle purghe staliniane, di cui la famiglia dell’autore fu vittima, sui grandi ideali in cui molti credevano e sulle piccole meschinità di cui si nutriva il potere, sul progressivo distacco tra la generazione che aveva fatto la rivoluzione e quelle seguenti, in cui prevalgono apatia e opportunismo, sino a giungere all’epoca Brežneviana, della quale in poche pagine Trifonov descrive magistralmente la sclerosi. Glebov, il nessuno geniale in grado di superare ogni dilemma etico e morale semplicemente stando fermo è per Trifonov il vero uomo nuovo forgiato dalla società sovietica e dai suoi errori, ed è nello stesso tempo un personaggio tipicamente russo, che risente della lezione dei grandi romanzieri dell’800.
La prosa urbana di Trifonov ci accompagna sapientemente durante la lettura, e questo va a mio modo di vedere anche ascritto all’ottima traduzione di Vilma Costantini: è una prosa colloquiale, misurata e perfettamente adeguata a quell’umanità dolente che Trifonov attribuisce a tutti i suoi personaggi. L’uso del flashback, dei salti temporali e l’improvviso intervento diretto in alcuni passi del romanzo di un io narrante in cui si riconosce l’autore aumentano non poco il fascino del racconto.
Trifonov non era un dissidente: ha sempre pubblicato le sue opere in URSS, descrivendo i mali della società in cui viveva da una prospettiva interna, svolgendo appieno il ruolo di coscienza critica che dovrebbe essere la cifra essenziale di un vero intellettuale. Forse questi sono i peccati originali per i quali oggi è di fatto messo all’indice dalla nostra editoria normalizzata forse più di quanto lo fosse quella sovietica negli anni ‘70.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

4 pensieri riguardo “Chi ha paura di Jurij Trifonov?

  1. Non conoscevo questo autore. Vedo che La casa sul lungofiume si trova, ancora, nell’usato; cercherò di procurarmelo. Molto vera, temo, la tua analisi sulla rimozione, da parte dell’editoria, di una narrativa che permetta di vedere, e comprendere, una storia difficilmente liquidabile con la sola voce del dissenso.

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  2. Ciao, gran bella recensione, complimenti.
    Però sono tanti i libri che meriterebbero una riedizione e non ce l’hanno. E l’articolo su Wikipedia c’è. Sulla marginalizzazione della letteratura in Europa occidentale sono d’accordo, anche se non credo che si tratti semplicemente di una macchinazione del liberismo, sarebbe troppo semplice. Cosa intendi per ” la sua riduzione a prodotto elitario dell’industria culturale normalizzata”? “elitario” in che senso? A me non sembra elitario per nulla, al massimo pseudo-elitario…

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    1. Ciao Elena e bentornata dopo tanto tempo. Credevo proprio che ti fossi definitivamente tediata dei miei sproloqui.
      Definisco la letteratura elitaria perché (soprattutto in Italia) frequentata da una esigua minoranza. Quindi in questo caso il termine élite è da intendersi in senso puramente quantitativo.
      Certo che sono tantissimi gli autori importanti e ormai ignorati: mi ha colpito però l’accanimento particolare che mi è sembrato di notare verso i russi della II metà del XX secolo. Ragioni di mercato? Probabilmente, ma forse non sono estranei motivi ideologici.
      A presto
      V.

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