Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura inglese, Libri, Londra, Narrativa, Recensioni, Umorismo

Vivace e piacevole, ma che distanza da Dickens

LeTorridiBarchesterRecensione de Le torri di Barchester, di Anthony Trollope

Sellerio, La memoria, 2004

Il metodo di lettura che ho adottato, secondo il quale leggo i libri della mia biblioteca in ordine cronologico di acquisto, mi ha portato ad affrontare i romanzi di Anthony Trollope a partire dal secondo titolo delle Cronache del Barsetshire, il ciclo di sei romanzi che fecero la fortuna di questo prolifico autore vittoriano. L’editoria italiana, che nel secolo scorso aveva dedicato una attenzione tutto sommato marginale a Trollope, lo ha riscoperto soprattutto grazie a Sellerio, che a partire dal decennio scorso ha proposto nella sua collana di punta, La memoria, l’intero ciclo delle Cronache del Barsetshire, oltre ad alcuni altri suoi romanzi; a seguire, anche altre case editrici hanno pubblicato racconti e romanzi di Trollope, così che oggi è possibile reperire in libreria un campionario sufficientemente rappresentativo della sua opera. Va detto subito che nel ciclo ciascun romanzo è compiuto in sé, cosicché non è imprescindibile per il lettore seguire l’ordine originale di pubblicazione dei sei romanzi che lo compongono. È pur vero che ne Le torri di Barchester si incontrano molti personaggi che già apparivano nel precedente L’amministratore, ma poche note a piè di pagina sono sufficienti ad illustrare i labili rimandi e richiami al primo romanzo. Ciò, unito al fatto che a detta di molti Le torri di Barchester è il romanzo migliore delle Cronache, giustifica una sua lettura anche solitaria.
Prima di analizzare il romanzo è però comunque necessario accennare alla cornice in cui è immerso, vale a dire l’immaginaria contea del Barsetshire nella quale Trollope ambienta l’intero ciclo, perché questa ambientazione è a mio avviso essenziale per penetrare la poetica dell’autore.
Il Barsetshire è una contea rurale del sud dell’Inghilterra, il cui capoluogo, Barchester, è il centro delle vicende che si svolgono nei sei romanzi di Trollope. Trollope ne immagina la geografia fisica e sociale con estrema minuzia, così che il lettore familiarizza con i punti focali della vita di Barchester, – su tutti i luoghi del potere ecclesiastico come la cattedrale e il decanato – e con le parrocchie dei dintorni, e familiarizza anche con la struttura sociale della contea, i proprietari terrieri, gli imprenditori e soprattutto gli esponenti della chiesa anglicana, principali protagonisti delle vicende narrate nei sei romanzi. Questa ambientazione rurale permette di stabilire ed analizzare alcuni intriganti parallelismi. Il primo è con l’autore che, ritengo, a ogni lettore ronzi per così dire nell’orecchio leggendo Trollope, vale a dire Charles Dickens. Molte sono infatti le analogie tra questi due scrittori: quasi contemporanei – Dickens inizia a pubblicare una decina di anni prima di Trollope, ma alcuni dei suoi più significativi romanzi escono negli stessi anni delle Cronache del Barsetshire – entrambi gli autori si occupano nelle loro opere della struttura sociale dei tempi in cui vivevano, sottoponendola a critica attraverso l’arma dell’ironia e della satira. Entrambi, poi, sono tipici rappresentanti dell’industria culturale nascente in quei decenni in Gran Bretagna, e la loro opera molto deve alla necessità di soddisfare le esigenze del pubblico a cui si rivolgevano.
Credo però di poter dire che queste analogie finiscano in definitiva per mettere ancora più in risalto le differenze sostanziali tra i due autori, che si estrinsecano plasticamente proprio nella differenza di ambientazione delle loro storie. Dickens infatti colloca generalmente i suoi romanzi a Londra, e comunque in ambiente urbano, perché oggetto della sua analisi sono le conseguenze sociali della rivoluzione industriale, sia in termini di miseria diffusa e sfruttamento, sia in termini di degrado etico e morale. Trollope invece si allontana dalla città: Londra è sì il centro del potere che influisce sugli equilibri sociali del Barsetshire, ma oggetto della sua analisi è il countryside, l’Inghilterra rurale, nella quale le tensioni e le contraddizioni dell’industrializzazione non si fanno sentire se non in modo estremamente attutito, e la struttura sociale appare immutabile. È un mondo immaginario, quello di Trollope, non solo perché il Barsetshire fisicamente non esiste, ma anche perché in esso non si ritrovano i drammi di cui in quei decenni anche le contee rurali inglesi risentivano, ad esempio a causa dell’inurbamento di grandi masse di ex contadini rovinati costretti dallo sviluppo dell’industrializzazione ad ingrossare le fila del proletariato urbano. In questo senso i romanzi del ciclo del Barsetshire sembrano quasi una risposta indiretta alle tematiche dickensiane, contrapponendo ad una città spietata, nel quale il darwinismo sociale sembra essere l’unica legge riconosciuta, un idillico ambiente rurale, nel quale le classi dominanti intessono i loro piccoli giochi di potere sotto lo sguardo bonariamente severo ma giusto dello scrittore. A mio avviso questa differenza di fondo, unita anche alle indubbie diverse capacità intrinseche di scrittura, fanno la differenza sostanziale tra un grande (pur con tutte le sue contraddizioni) come Dickens e un buon scrittore come Trollope. Tra i due, d’altronde, non corse buon sangue, come si può facilmente arguire dallo sferzante ritratto che Trollope fa di Dickens ne L’amministratore, celandolo ma non troppo dietro il fantastico nome di Popular Sentiment.
C’è però un altro parallelismo che mi piace stabilire riguardo all’ambientazione immaginaria dei sei romanzi di Trollope. Rossella Cazzullo, nella brevissima Notizia che chiude l’edizione Sellerio de Le torri di Barchester, afferma che ”vengono subito in mente i paesi che visita Gulliver o l’Isola Che Non C’è dove Peter Pan vive con i ragazzi perduti.” In realtà dimentica l’esempio di ambientazione fittizia che forse formalmente si avvicina di più al Barsetshire di Trollope: il Wessex che pochi decenni dopo avrebbe fatto da sfondo ai romanzi di Thomas Hardy. Anche se non si tratta propriamente di una regione inesistente (Wessex era l’antico nome dell’attuale Dorset) è indubbio che anche Hardy crea un ambiente rurale per potervi collocare le sue storie. Siamo però già quasi in vista del novecento: le angosce e lo straniamento generatisi nelle nuove metropoli industriali, che costituiranno tanta parte della letteratura del nuovo secolo rimbombano cupi nella brughiera di Hardy, che viene quindi ad assumere un ruolo in qualche modo opposto rispetto a quello consolatorio assunto dal piccolo mondo antico che popola il Barsetshire, e nel quale Le torri di Barchester ci permette di entrare.
Il romanzo, come detto, segue il primo del ciclo, L’amministratore, nel quale sostanzialmente si racconta di come il Reverendo Harding, anziano ecclesiastico di Barchester, sia stato costretto da una campagna di stampa orchestrata dai riformatori della Chiesa Anglicana a dimettersi dalla carica di amministratore del Ricovero di Hiram, antica istituzione cittadina dove vengono ospitati dodici anziani.
Le vicende narrate nel secondo romanzo si aprono con la morte dell’anziano vescovo di Barchester. Il nuovo vescovo dovrebbe essere l’Arcidiacono Grantly, figlio del vescovo morto e genero di Harding, di cui ha sposato la figlia maggiore. Essendo però la nomina dei vescovi anglicani prerogativa del primo ministro, il cambio di governo a Londra, con l’ascesa al potere dei whigs, fautori della riforma della chiesa anglicana in senso protestante propugnata dagli esponenti della cosiddetta Chiesa bassa, porta all’inaspettata nomina del dott. Proudie, ecclesiastico londinese e uomo mediocre e docile. L’ambiente ecclesiastico di Barchester, schierato con l’anglo-cattolicesimo oxfordiano della Chiesa alta, vive questa nomina come una sfida alle tradizioni locali, oltre che come uno smacco personale per la mancata nomina dell’arcidiacono Grantly. Lo scontro tra le due fazioni si accende subito: il nuovo vescovo è infatti succube della moglie – che intende mettere le mani sui meccanismi del potere ecclesiastico locale, attorno al quale ruotano tra l’altro ricchi privilegi e prebende – e del Dott. Slope, suo giovane cappellano, viscido ed ambizioso arrivista. Oltre che per questioni squisitamente dottrinali, la collisione avviene sulla nuova nomina dell’amministratore del Ricovero di Hiram. Cadute nel nulla le accuse contro il Revedendo Harding, sembrerebbe logico riaffidare a lui l’incarico, cosa a cui Harding tiene molto per la sua completa riabilitazione e per l’amore che porta all’istituzione. Il nuovo vescovo, però, su istigazione della moglie che intende condurre lo scontro a tutti i livelli, vuole nominare un ecclesiastico molto povero, il Reverendo Quiverful. Il cappellano Slope ha però messo gli occhi sulla figlia minore di Harding, Eleanor, da poco ricca vedova del Sig. Bold che aveva sposato nelle ultime pagine de L’amministratore. Slope capisce che per ingraziarsi Eleanor deve sostenere la nomina del padre di lei ad amministratore del Ricovero, e quindi spinge il vescovo a rivedere la sua posizione al riguardo.
Frattanto il vescovo, applicando un’inflessibilità che gli viene dalla moglie, ha ordinato il ritorno a Barchester del Dottor Vesey Stanhope, prebendario che da dodici anni vive in Italia continuando a percepire le sue rendite ecclesiastiche. Stanhope torna con la moglie i tre figli: Charlotte, dallo spirito pratico e vera amministratrice della famiglia; Ethelbert, scansafatiche incapace a tutto tranne spendere soldi in improbabili imprese professionali; Madeline, che ha sposato un avventuriero italiano da cui si è separata dopo che questi l’ha resa zoppa picchiandola, dotata nonostante la menomazione di particolare sensualità, il cui fascino esotico e perverso sconvolge la piccola comunità, irretendo in particolare il Dott. Slope.
Il racconto si dipana descrivendo con vivacità la lotta senza esclusione di colpi tra le due fazioni ecclesiastiche, i tormenti – dovuti all’incomprensione dei suoi veri sentimenti – ma anche le ferme decisioni della bella Eleanor, sempre animate dall’amore per il padre e il piccolo figlio, l’inaspettata saggezza della Signora Madeline Stanhope, la resistibile ascesa e le fragorose cadute del Dott. Slope, l’entrata in scena, a supporto dell’Arcidiacono Grantly e del Reverendo Harding, del Dott. Arabin, ecclesiastico di prestigio di Oxford e seguace sin sulle soglie del cattolicesimo di John Henry Newman. Si arriva così all’inevitabile lieto fine, nel quale l’ordine pregresso viene ripristinato, sia pure in una nuova forma, e la diocesi di Barchester è pronta ad affrontare le nuove storie che Trollope ci narrerà.
Le torri di Barchester è come detto un libro vivace, nel quale Trollope fa sicuramente emergere le sue qualità di scrittore dotato di una notevole carica di ironia, anche con il suo peculiare modo di rivolgersi direttamente al lettore commentando i fatti narrati, anticipandone alcuni oppure confessando che alcuni di questi fatti li deve scrivere perché altrimenti il romanzo sarebbe incompleto. Questi ammiccamenti al lettore, deprecati sia da alcuni commenti in rete al romanzo sia a suo tempo da un critico importante come Henry James, costituiscono invece a mio modo di vedere un piacevole grado di libertà che lo scrittore si ritaglia, che deriva forse anche dal peculiare rapporto tra autore e lettori instauratosi nell’ambito della letteratura popolare dell’epoca.
Non mancano nel romanzo alcuni personaggi di spessore: tra tutti sicuramente il Dottor Slope, nel cui arrivismo senza scrupoli si possono sicuramente rintracciare chiare ascendenze dickensiane, sia pure mitigate dal tono generale dell’opera di Trollope. Forse però il personaggio più originale è la Signora Madeline Stanhope, che se all’inizio paga lo scotto di un passato stereotipato fatto di un’Italia passionale e violenta non dissimile da quella descritta nei romanzi gotici di Ann Radcliffe, si rivela essere infine il vero deus ex machina della vicenda, capace di utilizzare il suo fascino e il suo intuito per condurre a buon fine le intricate vicende che compongono il romanzo.
Se dunque Le torri di Barchester è un romanzo che si legge con piacere, non posso tuttavia che ribadire quanto detto in precedenza: che cioè la garbata satira sociale che lo innerva, anche se non manca di momenti efficaci – dati ad esempio dalla lucidità con la quale Trollope inquadra il ruolo della stampa nella formazione dell’opinione pubblica e dai rapporti distorti e di sudditanza esistenti tra la prima e il potere politico ed economico – risulta tutta inscritta in una piramide sociale di cui viene analizzato solo il vertice ed i suoi epifenomeni, e che viene data comunque per naturale, sostanzialmente buona ed immutabile una volta ricomposte le piccole perturbazioni che la attraversano. Soprattutto, in Trollope gli epicentri dei drammatici sommovimenti che la seconda rivoluzione industriale stava provocando in tutta Europa, ed in Gran Bretagna in primis, vengono tenuti lontani, e l’autore si concentra su piccole lotte per il potere in campagna, senza mai peraltro permetterci di intuire le vere cause di carattere generale che tali lotte hanno scatenato. Siamo quindi a mio avviso molto più in basso quanto a capacità di critica sociale rispetto ad altri autori più o meno coevi, tra i quali curiosamente si potrebbe annoverare anche la madre di Trollope, Frances, autrice nel 1840 di The Life and Adventures of Michael Armstrong, the Factory Boy, considerato il primo romanzo che affronta il problema del lavoro minorile, peraltro mai tradotto in italiano.
Tra qualche anno il mio metodo di lettura mi porterà ad affrontare gli altri episodi delle Cronache del Barsetshire: chissà se confermeranno o smentiranno queste prime impressioni.

Annunci

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

2 pensieri riguardo “Vivace e piacevole, ma che distanza da Dickens

    1. Ciao Anifares. La Gran Bretagna vittoriana è una miniera. Molti altri autori, anche “minori”, meritano di essere letti.
      Lady Anna è in libreria, ma così ad occhio e croce lo leggerò tra una decina d’anni. Poi ti saprò dire. 😉

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...