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Constant l’incostante, contraddittorio e grandissimo

AdolfoRecensione di Adolfo – Il quaderno Rosso – Cecilia – Amelia e Germana – Lettera intorno a Giulia, di Benjamin Constant

Rizzoli, Biblioteca Universale, 1953

Quando mi capita di trarre dalla mia biblioteca uno di questi volumi della prima BUR per leggerlo, cerco di trattarlo con molta delicatezza, essendo cosciente di avere tra le mani un oggetto prezioso. Prezioso perché, trattandosi di volumi editi moltissimi anni fa e comprati sul mercato dell’usato, il loro stato di rilegatura è in genere precario. Prezioso perché il loro contenuto è a volte ormai introvabile in libreria. Prezioso infine perché questi piccoli libri, con la loro copertina beige chiaro ed i titoli in nero che spiccano nell’elegante carattere Bodoni, sono testimoni di un’epoca ormai antica in cui si riteneva, oh somma ingenuità, che un libro si potesse vendere per ciò che conteneva, e non per il chiassoso cromatismo della sua copertina.
Questo volume edito nel 1953 ci propone uno dei classici della letteratura del periodo protoromantico, Adolphe di Benjamin Constant, accompagnato da quattro altri testi di carattere autobiografico dello stesso autore, alcuni dei quali per l’appunto non più reperibili oggi.
Constant fu uno degli intellettuali più importanti dell’epoca che va dalla rivoluzione francese alla restaurazione passando attraverso il convulso periodo napoleonico. Nato a Losanna nel 1767, la madre morì di parto ed il padre, capitano al servizio degli olandesi, lo affidò a vari precettori, in genere inetti, prima di fargli frequentare l’università in Germania. Ragazzo dotato di grande spirito ed acume, idolo dei salotti, passò la giovinezza dedicandosi alle donne e al gioco, essendo spesso salvato dal padre dopo aver perso somme enormi. Tra le numerose donne importanti della sua vita spicca Germaine de Staël, con la quale ebbe un rapporto quindicennale, tormentato a causa dell’autoritarismo sentimentale di lei che soggiogava il caratterialmente debole Benjamin, ma intellettualmente assai fecondo: i due formarono una formidabile coppia intellettuale, capace di essere uno dei principali fulcri del dibattito culturale e politico dell’epoca.
Repubblicano e liberale, intransigente difensore della libertà individuale e nemico di ogni assolutismo, fu dal 1799 membro del tribunato, opponendosi strenuamente a Napoleone e subendo per questo l’esilio in Svizzera insieme a Madame de Staël. Rientrato in Francia, riprese l’attività politica opponendosi alla restaurazione, e nel 1830, poco prima di morire, sostenne la rivoluzione di luglio. Durante le sue esequie solenni, nel dicembre di quello stesso anno, il carro funebre fu trainato dagli studenti della Sorbona, che vedevano in lui un maestro.
Le sue opere sono prevalentemente di carattere politico o storico: scrisse tra l’altro una monumentale storia critica della religione in cinque tomi, oggi pressoché dimenticata. Dopo la sua morte, anche in pieno XX secolo furono pubblicati lettere, diari e testi autobiografici provenienti dalla sua disordinata e frammentaria produzione. Adolphe, scritto di getto nel 1806 e pubblicato dieci anni dopo, è la sua unica opera di narrativa, un breve romanzo cui oggi si deve gran parte della fama dell’autore. Continua a leggere “Constant l’incostante, contraddittorio e grandissimo”

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Il falso chierico prima del “Tradimento”

LOrdinazioneRecensione de L’ordinazione, di Julien Benda

Sellerio, La memoria, 1990

Il nome di Julien Benda non credo dica molto al lettore di oggi: del diluvio di scritti di questo autore francese di cui parla Gramsci non si trovano in libreria che alcuni saggi, tra i quali la sua opera sicuramente più importante, Il tradimento dei chierici, e questo quasi romanzo, edito moltissimi anni fa da Sellerio ma ancora facilmente reperibile.
Tra le molte ragioni che si possono addurre rispetto allo scarso interesse di cui oggi gode nel nostro paese uno degli intellettuali protagonisti del dibattito culturale francese, e non solo, tra le due guerre, vi è senza dubbio il fatto che gran parte della sua produzione, composta da articoli pubblicati sui quotidiani e sulle riviste dell’epoca, risulta strettamente legata al clima culturale dell’epoca e impregnata delle drammatiche divisioni che lo caratterizzavano: è forse quindi inevitabile che oggi ci vengano riproposte solo le sue opere più significative, che ci permettono comunque di conoscere il complesso (e per certi versi contraddittorio) pensiero di questo intellettuale e che conservano una qualche attualità.
Prima di addentrarci nelle sfaccettature di questo pensiero, esercizio necessario per comprendere un’opera scarna (aggettivo da non intendersi in senso negativo) e per certi versi enigmatica come L’ordinazione è però necessario citare qualche dato biografico dell’autore, da cui si possono trarre alcune informazioni che aiutano a comprendere meglio la personalità culturale di Benda.
Nato nel 1867 da una famiglia della borghesia ebraica, laica e repubblicana, Benda esordisce nell’ambiente culturale parigino ai tempi dell’affaire Dreyfus: prende attivamente parte al lacerante conflitto politico e sociale che oppone la società civile democratica alla reazione clerico-militarista e nazionalista, schierandosi decisamente dalla parte giusta. È da notare che è proprio in occasione di tale conflitto, che segnerà profondamente la società francese nei decenni successivi, che nasce ufficialmente il termine intellectuels, riferito agli uomini di cultura che parteciparono al dibattito prendendo le parti del capitano ingiustamente accusato di tradimento; il termine venne immediatamente utilizzato in senso denigratorio dalla parte avversa, ed assunse da allora la sua connotazione moderna.
Negli anni che precedono la prima guerra mondiale Benda si dedica prevalentemente a polemizzare con Bergson, la cui filosofia era molto di moda e avrebbe influenzato una parte importante della letteratura dell’epoca (si pensi alla Recherche proustiana), opponendo al suo intuizionismo ed antintellettualismo il mondo delle Idee e delle verità atemporali che costituiscono la base del sapere. Sulla stessa base condanna il romanticismo, non tanto come specifica corrente letteraria, ma come modo di intendere il mondo e il suo rapporto con esso. È a questo periodo che appartiene L’ordinazione (1911). Si delinea in quegli anni la concezione di Benda rispetto all’intellettuale e al suo ruolo nella società: egli è il depositario della verità, una verità che deriva dalla conoscenza, e deve sempre agire disinteressatamente al suo servizio ed a servizio della giustizia e della morale. Continua a leggere “Il falso chierico prima del “Tradimento””

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Una tragedia borghese che ci racconta soprattutto i limiti dello scrittore

AmokRecensione di Amok, di Stefan Zweig

Adelphi, Piccola Biblioteca, 2004

Dopo la Novella degli scacchi e Il mondo di ieri eccomi di nuovo alle prese con Stefan Zweig, ed ancora una volta ad esprimere le mie perplessità su questo autore peraltro tanto amato ancora oggi dai suoi lettori.
Amok è una novella pubblicata nel 1922, quando la popolarità di Zweig a livello internazionale stava crescendo, quando il suo mondo di ieri si era già sgretolato e alla durezza di quello di oggi, risultato dell’immane ecatombe bellica, l’autore opponeva l’ideale di una cultura europea salvifica, capace di unire i popoli e le nazioni che sino a pochi anni prima si erano scannati sui campi di battaglia.
Mi sono già dilungato, nei commenti alle precedenti opere di Zweig da me lette, sui limiti che attribuisco a questa sua posizione politica, a questo suo cosmopolitismo ingenuo e miope di origine altoborghese, che gli avrebbe impedito di capire ciò che realmente stava accadendo attorno a lui, ingenuità e miopia che a mio avviso si riflettono anche nel suo modo di scrivere, preciso e piano, uno stile moderato che si pone in netta opposizione allo sperimentalismo che caratterizzava le più alte espressioni artistiche di quella tumultuosa epoca di drammatici cambiamenti, uno stile che in fondo è pienamente funzionale al suo essere scrittore di successo. Leggendo Amok ho di fatto ritrovato tutti questi limiti della personalità letteraria di questo scrittore, tutta la sua inadeguatezza culturale.
Al fine di analizzare il contenuto della novella è necessario innanzitutto illustrare brevemente cosa sia l’Amok che le dà il titolo. Come già fatto rilevare da numerosi commenti alla novella, Amok è una sindrome culturale tipica del sud-est asiatico, caratterizzata da una improvvisa esplosione di violenza che spinge chi ne è colpito a uccidere prima i familiari e poi, correndo all’impazzata, tutti coloro che incontra sulla sua strada; la violenza può essere scatenata da una qualche perdita familiare o da insulti subiti. Per sindrome culturale si intende, secondo la relativa voce di Wikipedia, ”un quadro clinico che unisce disturbi somatici e psichici, con un significato particolare e tipico di un certo spazio culturale o gruppo etnico”. È proprio questo aspetto che ritengo particolarmente significativo rispetto all’interpretazione della novella, vale a dire il fatto che Zweig scelga come suo titolo una sindrome in grado di scatenare una violenza cieca, irrazionale e incontenibile che ha origine nella cultura stessa di un gruppo sociale. Cercherò di sviluppare questo punto più oltre.
La vicenda si svolge su una nave, l’Oceania, che da Calcutta sta tornando verso l’Europa. Il narratore racconta i fatti anni dopo che sono accaduti, trasportandoci nel 1912, quando viaggiò sulla nave. Dato che gli era stata assegnata una torrida cabina vicina alle caldaie, non riuscendo a dormire, in una calda e stellata notte tropicale passeggia per il ponte, sistemandosi a prua per godere della magica atmosfera notturna. Poco dopo si rende conto che nei pressi è seduta un’altra persona, di cui scorge solo il rosso della pipa accesa. I due si scambiano pochi convenevoli in tedesco, ma prima di lasciarsi lo sconosciuto prega il narratore di non rivelare la sua presenza, perché a causa di un lutto non vuole incontrare nessuno. Continua a leggere “Una tragedia borghese che ci racconta soprattutto i limiti dello scrittore”

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Un mondo lontano, un panorama culturale vicino

LaColpadiMiaMadreRecensione de La colpa di mia madre – L’unico viaggio della sua vita – Moskóv Selím, di Gheórgios Viziinós

Argo, Il Pianeta scritto, 2004

Gheórgios Viziinós è un autore pressoché sconosciuto nel nostro paese, sia perché appartiene ad un’area culturale, quella neoellenica, poco frequentata dalla nostra editoria, sia perché la sua produzione letteraria è stata, come vedremo, quantitativamente limitata. Va dato quindi merito all’editore Argo di Lecce, particolarmente attento alla produzione letteraria del vicino oriente, per avere raccolto nell’ormai lontano 2004 in questo piccolo ed elegante volume tre dei racconti più significativi di Viziinós. Fortunatamente il volume è ancora in catalogo, mentre solo sul mercato dell’usato può essere reperito l’unico altro racconto di Viziinós pubblicato in italiano, Chi fu l’assassino di mio fratello, edito dalla Società Editrice l’Epos nel 2000.
Viziinós è considerato uno dei fondatori della letteratura greca moderna, e viene definito Il Maupassant greco. Nato da una famiglia economicamente modesta nel 1849 nell’odierno Vize, villaggio della Tracia orientale, allora appartenente all’impero ottomano ed oggi in Turchia, ebbe una vita non facile, segnata in gioventù da tragedie familiari di cui si ritrova l’eco nei suoi racconti; dopo l’esordio letterario con un volume di poesie, nel 1875 lascia l’angusto mondo letterario ateniese e si trasferisce per tre anni, grazie alla protezione di un mecenate, a Göttingen, dove entra in contatto con i fermenti culturali europei e all’Università segue corsi di filosofia e storia, ma anche di antropologia e psicologia.
Tornato in patria, fa parte del gruppo di letterati che intende rinnovare l’asfittica cultura ellenica fondando una letteratura nazionale basata sul recupero delle tradizioni e sulla documentazione della vita nei villaggi, considerati il cuore della specificità greca: è la cosiddetta ithografia, corrente letteraria analoga per molti versi al naturalismo francese e al verismo italiano. Tra il 1883 e il 1884 pubblica su Hestia, la rivista ufficiale della nuova letteratura ellenica, cinque racconti, mentre esce in volume una raccolta di poesie. Negli anni seguenti insegna all’Università e si dedica soprattutto alla saggistica, la sua produzione narrativa limitandosi ad un altro paio di racconti. A causa di crescenti turbe mentali passerà gli ultimi quattro anni di vita in manicomio, morendo nel 1896.
Una vicenda umana complessa, quindi, per molti versi tragica, nella quale la produzione letteraria in prosa occupa una parte temporalmente limitata: sono tuttavia proprio i pochi racconti scritti da Viziinós che oggi costituiscono il suo lascito culturale più importante, anche perché, come vedremo analizzando i tre proposti in questo volume, si discostano dalla semplice rappresentazione cronachistica della realtà tipica della prosa itografica per abbracciare tematiche che, come fa giustamente notare il curatore e traduttore Gianni Schilardi, attengono al disagio di vivere, preannunciando quindi in qualche modo il ‘900. Continua a leggere “Un mondo lontano, un panorama culturale vicino”