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Tre racconti diversi ma tra i quali passa un sottile filo rosso

TreDonnediRazzaRecensione di Tre donne di razza, di Étiemble

Sellerio, La memoria, 1986

Questo piccolo volume di Sellerio è tutto ciò che oggi si può trovare in libreria delle opere di René Étiemble, intellettuale francese nato nel 1909 e morto nel 2002, che fu uno dei protagonisti del dibattito culturale e politico di quel paese nei decenni a cavallo della seconda guerra mondiale. Appassionato studioso di culture esotiche, viaggiò moltissimo in tutto il mondo e fu anzitutto un eminente sinologo, ma si interessò anche di altre civiltà asiatiche, di quelle precolombiane e dei nativi nordamericani, in particolare degli Hopi. Introdusse in Francia la comparatistica, mettendo in discussione l’eurocentrismo che caratterizzava da sempre il dibattito letterario occidentale. Con il nom de plume di Étiemble pubblicò soprattutto saggi, dei quali i più noti, come Confucio del 1956 e Conosciamo la Cina?, del 1964, furono pubblicati negli anni successivi anche nel nostro paese. Il suo testo più popolare, Parlez-vous Franglais (1964) è un’accorata, polemica, tipicamente transalpina ma anche profetica difesa della lingua francese nei confronti della già allora montante anglofilia linguistica.
La sua parabola politica è analoga a quella di molti intellettuali della sua generazione. Vicino nei primi anni ‘30 al Partito Comunista, se ne distacca già nel 1936 quando comincia ad essere evidente la brutalità del regime stalinista; si mantiene però su posizioni vicine al marxismo, ammirando e sostenendo in particolare i comunisti cinesi, che ritiene essere gli eredi ultimi dell’antica civiltà di quel paese: solo negli anni ’60 comincerà ad esprimersi criticamente nei confronti del maoismo. Sinteticamente si può forse classificare la complessa figura intellettuale di Étiemble, ammesso che questo esercizio abbia una qualche utilità e un qualche senso, come quella di un erede dell’illuminismo; ciò emerge anche dalla sua ammirazione particolare per Diderot e dal fatto che egli abbia sempre indicato come suo padrino culturale Jean Paulhan, grande intellettuale della generazione precedente alla sua, a lungo direttore della prestigiosissima Nouvelle Revue française, fondata nei primi anni del ‘900 da André Gide e Charles-Louis Philippe.
Se la sua produzione saggistica è stata vasta e polimorfica, scarna è invece quella letteraria: un paio di romanzi, alcuni racconti, un’opera teatrale peraltro oggi dimenticata. Continua a leggere “Tre racconti diversi ma tra i quali passa un sottile filo rosso”

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La tragedia di un uomo, di un popolo e di una terra che fecero la rivoluzione ma non riuscirono a conservarla

LaBreveEstatedellAnarchiaRecensione de La breve estate dell’anarchia, di Hans Magnus Enzensberger

Feltrinelli, Universale Economica, 2002

La lettura rispetto alla quale svolgo queste considerazioni si distacca notevolmente dai filoni letterari che sono solito seguire, costituiti quasi esclusivamente da romanzi e racconti cosiddetti classici, per lo più scritti tra il XVIII e la prima metà del XX secolo.
La breve estate dell’anarchia, sottotitolo Vita e morte di Buenaventura Durruti è infatti un saggio storico, scritto nel 1972 da un poliedrico intellettuale bavarese, Hans Magnus Enzensberger, ed edito nel nostro paese da Feltrinelli l’anno successivo.
Il mio interesse per questo libro è tuttavia strettamente legato a quello per la storia e per la letteratura del primo novecento, in quanto la sua lettura mi ha permesso di esplorare una fase drammatica della storia europea, quella della Repubblica spagnola e della successiva guerra civile, cruciale per gli sviluppi che di lì a pochi anni portarono allo scoppio della seconda guerra mondiale e quindi cruciale anche nella determinazione della direzione che la cultura, non solo letteraria, avrebbe preso in seguito.
Hans Magnus Enzensberger è autore sia di saggi sia di opere di poesia e in prosa: tra queste ultime particolarmente note sono Il mago dei numeri, un libro per bambini, e Storie raccapriccianti di bambini prodigio, scritto utilizzando lo pseudonimo di Linda Quilt, che qualche anno fa fu un vero e proprio caso letterario anche per l’incertezza sulla vera identità dell’autore. Ha fatto parte del Gruppe 47, il cenacolo di intellettuali che subito dopo la seconda guerra mondiale tentò di rifondare la cultura tedesca da sinistra, sotto lo sguardo occhiuto e censorio degli alleati.
Il protagonista assoluto di questo libro, come dice il sottotitolo, è il leggendario anarchico spagnolo Buenaventura Durruti, uno dei leader della rivoluzione che portò alla costituzione del potere anarco-sindacalista a Barcellona e in Catalogna dal luglio 1936 al maggio successivo, quando durante la settimana di sangue il governo centrale di Madrid schiacciò l’esperienza anarchica con la forza delle armi, lasciando sul campo oltre cinquecento morti. A quel tempo Durruti era già morto da sei mesi.
Anche se il libro di Enzensberger è completamente centrato sulla figura di Durruti, non si tratta di una biografia, cosa di cui l’autore ci avverte nelle prime pagine: ”Il romanzo di Durruti va inteso così: non come biografia che raccolga i fatti, e tanto meno come elaborato scientifico. Il suo ambito narrativo va al di là del volto di un singolo personaggio. Raccoglie in sé l’ambiente, quell’interscambio con le situazioni concrete senza di cui tale personaggio resta inimmaginabile.” Per far ciò, per legare la figura di Durruti agli avvenimenti di cui fu protagonista, Enzensberger si affida ai testimoni. Struttura il racconto in capitoli formati per lo più da brevi testi tratti da opuscoli e giornali dell’epoca, da libri scritti sulle vicende spagnole o da interviste rilasciate direttamente all’autore (all’inizio degli anni ‘70 molti dei protagonisti della guerra civile erano ancora vivi, come lo era del resto lo stesso Franco). L’intervento diretto dell’autore è limitato alle glosse, poche pagine di introduzione e contestualizzazione poste all’inizio della maggior parte dei capitoli. Con la forza data dalle fonti originali, che rispecchiano diversi punti di vista, spesso in contraddizione tra loro, Enzensberger ricostruisce, attraverso la figura di Durruti, i tragici avvenimenti politici che hanno segnato la Spagna nelle prime quattro decadi del XX secolo, e che si concluderanno con la vittoria della reazione e l’instaurazione del regime franchista nel 1939.
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Il romanticismo aristocratico e pessimista di Alfred de Vigny e la nascita dei poeti maledetti

StelloRecensione di Stello, di Alfred de Vigny

Rizzoli, BUR, 1950

Eccomi ad aver letto, ancora una volta, uno di quei fragili e minuti volumetti che componevano la Biblioteca Universale Rizzoli originale ed eccomi ad aver letto, ancora una volta, un testo non più pubblicato dalle nostre case editrici. Questa edizione di Stello risale al 1950, e non mi risulta che da allora ne sia seguita alcuna: fortunatamente, la grande disponibilità di titoli BUR sul mercato dell’usato rende facilmente reperibile il volume anche al lettore di oggi.
Il libretto che possiedo, acquistato usato anni fa presso una bancarella, reca in prima pagina la firma, curata ma illeggibile, del proprietario originale (di cui ho interpretato solo il nome, Mario) e la data d’acquisto: dicembre 1953, il tutto scritto quasi sicuramente con il pennino intinto nel calamaio. Allo stesso sconosciuto Mario apparteneva peraltro anche Il cugino Basilio, letto poco tempo fa. Se da un lato mi ha quasi commosso ripensare a questo signore e immaginare i motivi per cui i libri da lui acquistati e così minuziosamente contrassegnati siano andati a finire sulla bancarella di un bouquiniste che li ha venduti ad un prezzo stracciato, dall’altro mi sono ancora una volta chiesto per quale (im)perscrutabile motivo ciò che era consentito al signor Mario nell’Italia povera e ignorante dell’immediato dopoguerra, nella quale la letteratura entrava sicuramente in poche case – cioè trovare un libro come Stello in quella che era allora la collana editoriale più diffusa – sia negato a noi oggi.
Stello è infatti, a mio avviso, l’ennesimo libro importante ingiustamente trascurato, visto che è una sorta di manifesto romantico sulla condizione e il ruolo dell’intellettuale – termine che per la verità all’epoca (1832) non esisteva ancora, essendo nel testo usato quello di poeta. Va subito detto, che, a mio avviso, il termine romantico è estremamente vago ed inadatto a caratterizzare compiutamente quest’opera, perché il romanticismo fu un movimento (forse sarebbe meglio dire un minimo comun denominatore) che raccoglie sotto le sue ampie ali tali e tante correnti interne, sensibilità artistiche e posizioni politiche diverse che forse sarebbe meglio parlare di romanticismi: è infatti logico riscontrare significative differenze tra i romantici tedeschi e quelli francesi ed inglesi – derivanti in gran parte dalle profonde diversità dei contesti sociali in cui operavano – ma è sicuramente possibile individuare distanze culturali molto più ampie che semplici sfaccettature tra i rappresentanti del romanticismo in ciascuno di questi paesi: per quanto riguarda la Francia, si pensi ad esempio alle indubbie diversità di fondo che caratterizzano l’opera di Hugo, Gautier, Nerval e de Vigny, quest’ultimo essendo latore di una visione marcatamente aristocratica e pessimistica che non costituisce, per così dire, la cifra intellettuale degli altri autori. Continua a leggere “Il romanticismo aristocratico e pessimista di Alfred de Vigny e la nascita dei poeti maledetti”

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Il capitolo dimenticato della “tetralogia dell’adulterio”

IlCuginoBasilioRecensione de Il cugino Basilio, di José Maria de Eça de Queirós

Rizzoli, BUR, 1952

Nel nostro immaginario collettivo di lettori esiste, quando pensiamo alla letteratura del XIX secolo, una sorta di trilogia dell’adulterio, composta da tre dei capolavori assoluti di tale secolo: Madame Bovary, Anna Karenina e Effi Briest.
Sbocciati in aree culturali affatto diverse, questi tre fiori letterari hanno in comune, oltre alla tematica trattata, il fatto di essere considerati, pur con diverse sfumature, capisaldi del realismo nel loro paese.
In realtà, a questa trilogia andrebbe aggiunto sicuramente un altro romanzo, se non fosse che – almeno nel nostro paese – tale romanzo risulta oggi pressoché sconosciuto, essendo stato edito nei primi anni ‘50 praticamente in contemporanea sia da Mondadori sia da Rizzoli per poi cadere, abbastanza inspiegabilmente vista la sua importanza, nel più totale oblio. Questo romanzo, di cui consiglio sin da subito l’acquisto sul mercato dell’usato al lettore di classici, è Il cugino Basilio, del portoghese José Maria de Eça de Queirós (altrimenti noto come José Maria de Eça de Queiroz).
Giornalista, diplomatico e scrittore, Eça de Queirós nacque nel 1845 e morì di tubercolosi nel 1900. È considerato il padre e il più importante esponente della letteratura realista portoghese, una sorta di Verga lusitano. Grande viaggiatore, visse per lunghi periodi in Gran Bretagna e a Parigi, entrando in contatto con la cultura europea del tempo, soprattutto francese: ammiratore in particolare di Balzac e Flaubert, scrisse vari romanzi e racconti, in gran parte volti a criticare la grettezza, l’ipocrisia e il provincialismo della borghesia portoghese; progettò la realizzazione di una sorta di Comédie humaine lusitana, di cui però riuscì a scrivere solo due capitoli. Come vedremo la sua scrittura è un riuscito mix di distaccato naturalismo e sottile ironia, molto efficace nella caratterizzazione dei personaggi e nella minuziosa ambientazione delle storie.
Il cugino Basilio, pubblicato nel 1878, è uno dei primi romanzi dell’autore, che lo scrisse mentre era console in Inghilterra: probabilmente proprio la lontananza fisica da Lisbona e dal Portogallo contribuisce a conferire al romanzo quell’aura di distaccata oggettività che come detto costituisce a mio avviso uno dei suoi punti di forza.
Nella ideale tetralogia dell’adulterio cui ho accennato sopra, Il cugino Basilio si colloca cronologicamente al secondo posto ex-aequo, essendo di fatto contemporaneo a Anna Karenina, uscito l’anno precedente: Eça de Queirós non poteva quindi conoscere quest’opera durante la scrittura del suo romanzo, visto che – come annotato nell’ultima pagina – esso lo impegnò dal settembre 1875 al settembre 1877. Il modello cui Eça de Queirós guarda è quindi Madame Bovary, come lo stesso autore modestamente evidenzia nella lettera scritta qualche anno dopo ad un importante critico letterario portoghese che aveva recensito favorevolmente il romanzo: ”Povero me, mai non riuscirò a dare la sublime nota della realtà eterna, come nel divino Balzac, o la nota giusta della realtà transitoria, come nel grande Flaubert! Questi dèi e questi semidèi dell’arte, stanno sulle cime, mentre io, poveretto, mi muovo tra le infime erbe.” Per inciso segnalo che è a mio avviso molto interessante, in questo passo, la differenziazione che Eça de Queirós fa tra Balzac, scrittore della realtà eterna, e Flaubert, cantore della realtà transitoria, quasi a stabilire una sorta di gerarchia tra i due ovvero a delimitare, con una capacità di sintesi a mio avviso molto efficace, il diverso rapporto che i due scrittori francesi hanno avuto con il realismo, elemento che mi azzardo a definire strutturale nel primo e funzionale nel secondo. Credo che questa frase di Eça de Queirós possa aprire spazi di approfondimento della questione, che lascio comunque a chi è dotato di conoscenze e capacità di analisi superiori alle mie. Continua a leggere “Il capitolo dimenticato della “tetralogia dell’adulterio””