Pubblicato in: Classici, Letteratura, Letteratura portoghese, Libri, Lisbona, Narrativa, Recensioni

Il capitolo dimenticato della “tetralogia dell’adulterio”

IlCuginoBasilioRecensione de Il cugino Basilio, di José Maria de Eça de Queirós

Rizzoli, BUR, 1952

Nel nostro immaginario collettivo di lettori esiste, quando pensiamo alla letteratura del XIX secolo, una sorta di trilogia dell’adulterio, composta da tre dei capolavori assoluti di tale secolo: Madame Bovary, Anna Karenina e Effi Briest.
Sbocciati in aree culturali affatto diverse, questi tre fiori letterari hanno in comune, oltre alla tematica trattata, il fatto di essere considerati, pur con diverse sfumature, capisaldi del realismo nel loro paese.
In realtà, a questa trilogia andrebbe aggiunto sicuramente un altro romanzo, se non fosse che – almeno nel nostro paese – tale romanzo risulta oggi pressoché sconosciuto, essendo stato edito nei primi anni ‘50 praticamente in contemporanea sia da Mondadori sia da Rizzoli per poi cadere, abbastanza inspiegabilmente vista la sua importanza, nel più totale oblio. Questo romanzo, di cui consiglio sin da subito l’acquisto sul mercato dell’usato al lettore di classici, è Il cugino Basilio, del portoghese José Maria de Eça de Queirós (altrimenti noto come José Maria de Eça de Queiroz).
Giornalista, diplomatico e scrittore, Eça de Queirós nacque nel 1845 e morì di tubercolosi nel 1900. È considerato il padre e il più importante esponente della letteratura realista portoghese, una sorta di Verga lusitano. Grande viaggiatore, visse per lunghi periodi in Gran Bretagna e a Parigi, entrando in contatto con la cultura europea del tempo, soprattutto francese: ammiratore in particolare di Balzac e Flaubert, scrisse vari romanzi e racconti, in gran parte volti a criticare la grettezza, l’ipocrisia e il provincialismo della borghesia portoghese; progettò la realizzazione di una sorta di Comédie humaine lusitana, di cui però riuscì a scrivere solo due capitoli. Come vedremo la sua scrittura è un riuscito mix di distaccato naturalismo e sottile ironia, molto efficace nella caratterizzazione dei personaggi e nella minuziosa ambientazione delle storie.
Il cugino Basilio, pubblicato nel 1878, è uno dei primi romanzi dell’autore, che lo scrisse mentre era console in Inghilterra: probabilmente proprio la lontananza fisica da Lisbona e dal Portogallo contribuisce a conferire al romanzo quell’aura di distaccata oggettività che come detto costituisce a mio avviso uno dei suoi punti di forza.
Nella ideale tetralogia dell’adulterio cui ho accennato sopra, Il cugino Basilio si colloca cronologicamente al secondo posto ex-aequo, essendo di fatto contemporaneo a Anna Karenina, uscito l’anno precedente: Eça de Queirós non poteva quindi conoscere quest’opera durante la scrittura del suo romanzo, visto che – come annotato nell’ultima pagina – esso lo impegnò dal settembre 1875 al settembre 1877. Il modello cui Eça de Queirós guarda è quindi Madame Bovary, come lo stesso autore modestamente evidenzia nella lettera scritta qualche anno dopo ad un importante critico letterario portoghese che aveva recensito favorevolmente il romanzo: ”Povero me, mai non riuscirò a dare la sublime nota della realtà eterna, come nel divino Balzac, o la nota giusta della realtà transitoria, come nel grande Flaubert! Questi dèi e questi semidèi dell’arte, stanno sulle cime, mentre io, poveretto, mi muovo tra le infime erbe.” Per inciso segnalo che è a mio avviso molto interessante, in questo passo, la differenziazione che Eça de Queirós fa tra Balzac, scrittore della realtà eterna, e Flaubert, cantore della realtà transitoria, quasi a stabilire una sorta di gerarchia tra i due ovvero a delimitare, con una capacità di sintesi a mio avviso molto efficace, il diverso rapporto che i due scrittori francesi hanno avuto con il realismo, elemento che mi azzardo a definire strutturale nel primo e funzionale nel secondo. Credo che questa frase di Eça de Queirós possa aprire spazi di approfondimento della questione, che lascio comunque a chi è dotato di conoscenze e capacità di analisi superiori alle mie.
Tornando al romanzo, esso è dunque essenzialmente la storia di un adulterio. Non mi addentrerò più di quanto necessario nella trama, perché Il cugino Basilio va gustato sino in fondo, ma qualche accenno, soprattutto alle pagine iniziali, è comunque necessario fornirlo per contestualizzare le mie osservazioni. Avviso che nell’edizione da me letta, che risale come detto ai primi anni ‘50, i nomi dei protagonisti sono, come usava all’epoca, italianizzati: ritengo più corretto riportare qui i nomi originali, anche per restituire al romanzo la piena ambientazione lusitana, essenziale per comprendere il pensiero dell’autore.
La protagonista dell’adulterio è Luísa, giovane e avvenente sposa di Jorge, ingegnere minerario che lavora per il ministero. I due sono sposati da tre anni, e il loro rapporto è sereno, anche se ancora alla coppia manca un figlio. Jorge deve partire per lavoro per l’Alentejo, dove resterà alcune settimane: è la prima separazione dei coniugi. Una mattina di luglio, pochi giorni prima la partenza del marito, mentre i due fanno colazione, Luísa legge sul Diario de Noticias che sta per tornare in città suo cugino Basílio, che è stato il suo primo amore, e che era emigrato in Brasile per affari, viaggiando poi molto in Europa e Medio Oriente. La notizia le fa tornare alla mente, con un velo di nostalgia, il suo sentimento giovanile e il dolore provato quando Basílio la abbandonò. Ella, comunque felice del suo matrimonio, con noncuranza comunica al marito – che non sa del passato legame tra i due – l’arrivo del cugino. Nel pomeriggio, mentre il marito è al lavoro, Luísa riceve la visita di Leopoldina, sua ex compagna di collegio, sposata ad un uomo più vecchio di lei, che tradisce continuamente passando da un amante ad un altro. Leopoldina è oggetto dei pettegolezzi di tutta Lisbona, e Jorge non vede di buon occhio che Luísa la riceva, ma la sua vita scandalosa esercita un certo fascino su Luísa, che si diverte a farsi raccontare dall’amica particolari piccanti sia delle sue storie d’amore sia riguardanti altre signore di Lisbona conosciute ufficialmente per la loro virtù. Quando Jorge torna dal lavoro, la domestica Juliana, una vecchia acida, gli racconta subito della visita, provocando uno screzio tra i coniugi, durante il quale Jorge proibisce alla moglie di riceverla mentre lui sarà nell’Alentejo.
La successiva domenica sera si riuniscono in casa di Jorge e Luísa, come di consueto, alcuni loro amici. Tra di loro vi sono Sebastião, un amico d’infanzia di Jorge, buono e altruista, Julião, studente di medicina, povero e confusamente sovversivo, ed Ernestinho, cugino di Jorge, piccolo e linfatico, impiegato alla dogana, che sta finendo di scrivere un dramma teatrale romantico e pomposo, che ha speranze di veder rappresentato. Completano il gruppo Donna Felicidade, una cinquantenne afflitta da problemi di stomaco e da una incipiente pinguedine, e il Consigliere Acácio, alto funzionario ministeriale, magro e calvo, stimato autore di numerose pubblicazioni di carattere economico e divulgativo, rigido difensore della morale corrente e delle istituzioni. Di lui è innamorata, da ormai cinque anni, Donna Felicidade, che più di una volta gli si è praticamente dichiarata, ricevendo in cambio dall’integerrimo Consigliere solo una fredda cortesia, il che non è causa secondaria dei suoi acciacchi.
Questo, con pochi altri personaggi secondari, è il mondo attorno a cui ruota il romanzo: il mondo della piccola borghesia di Lisbona, riassunto in questi personaggi che ritroveremo lungo tutto il racconto, ciascuno in qualche modo paradigmatico delle varie sfaccettature che assumeva il provincialismo di una capitale e di uno stato lontani dalle grandi correnti culturali europee, che si crogiolavano nel mito di un glorioso passato ormai finito e nell’illusione che esso fosse ancora vivo. Il romanzo, infatti, è ambientato nell’attualità di Eça de Queirós: quella che descrive è la società portoghese del suo tempo. La grandezza dell’autore sta a mio avviso, come vedremo più avanti con qualche esempio, nella capacità di non trasformare questi personaggi in macchiette, nel saper dosare l’arma dell’ironia e quella della oggettività del racconto per fornirci un affresco riuscito dell’ipocrisia, della grettezza e del conservatorismo della piccola borghesia portoghese.
È però necessario analizzare brevemente anche un altro personaggio, che svolge un ruolo essenziale nella vicenda. Juliana, la domestica della casa, forse il personaggio più complesso del romanzo. È animata da un odio nei confronti dei padroni, che l’hanno assunta dopo che aveva servito sino alla fine una anziana parente di Jorge, nel quale mescola confusamente motivazioni di classe (Eça de Queirós è spietato nella descrizione di come i due padroni trattino male la domestica, considerandola davvero una serva e facendola dormire in una stanza in soffitta maleodorante e piena di cimici) e motivazioni personali (Juliana è vecchia e brutta, conscia della sua bruttezza, è vergine non avendo mai avuto uno spasimante, è malata di cuore). Un personaggio totalmente negativo, quindi, ma di una negatività per così dire grande, soprattutto se confrontata con la negatività meschina che accomuna tutti gli altri personaggi che abbiamo visto sopra, con l’eccezione forse del solo buon Sebastião.
In questo mondo familiare chiuso, apparentemente sereno ma nel quale i rapporti sono basati spesso sull’ipocrisia (Luísa detesta molti dei suoi ospiti abituali, pur interpretando la parte della perfetta padrona di casa) piomba come un ciclone il cinico cugino Basílio, che ha buon gioco a risvegliare gli antichi ardori di Luísa, ammantato come è dell’aura del viveur, di chi conosce il mondo e le sue raffinatezze. Dopo la prima visita di cortesia, accortosi di come la cugina si sia fatta più donna e avvenente rispetto al ricordo di gioventù, decide che deve conquistarla. Luísa, dal canto suo, da un lato assuefatta al tranquillo ménage coniugale ma dall’altro stuzzicata dalla coscienza della propria attrattività e dalla sensazione di mancanza datale dal confronto tra la sua vita e quella dell’amica Leopoldina, gli cederà presto, lasciandosi travolgere dal piacere fisico e anche in qualche modo dal soddisfacimento di quello che inconsciamente sentiva come un dovere sociale, che sia pure ufficialmente esecrato era in realtà uno dei punti fermi delle relazioni interpersonali: “Allora, era vero ciò che asseriva Leopoldina, che «bastava una scappatella per rendere graziosa una persona»? Finalmente anche lei aveva il suo amante.”
La vicenda si dipana tra incontri d’amore e strategie dei due per tenere segreto il loro legame, tra vicini pettegoli e ricatti, tra la progressiva e drammatica scoperta da parte di Luísa di essere stata solo l’oggetto del piacere di Basílio e la fuga vigliacca di quest’ultimo, tra il ritorno dell’ignaro Jorge dall’Alentejo e il finale che, pur essendo tragico, non mancherà di stupire il lettore.
Da un punto di vista formale, Il cugino Basilio è costruito molto minuziosamente dal narratore terzo, onnisciente e neutrale: anche se non sappiamo l’anno in cui le vicende si svolgono, possiamo agevolmente calcolare che durano pochi mesi, da luglio all’inverno successivo. Quando Luísa esce di casa o altri personaggi camminano per la città, potremmo seguirli avendo sottomano una mappa di Lisbona, tanto precisi sono i loro itinerari: interni di stanze, caratteristiche fisiche dei singoli sono descritti con altrettanta precisione; il tutto senza che mai il narratore esprima un giudizio, limitandosi – in perfetto stile naturalistico – a registrare ciò che avviene e i pensieri dei personaggi. Ciò che però – a mio avviso fortunatamente – discosta questo romanzo dal naturalismo scientifico e positivista di Zola o altri è la capacità di Eça de Queirós di usare l’arma dell’oggettività per far risaltare ironicamente l’ipocrisia sociale e personale che caratterizza quasi tutti i personaggi. Così, splendide sono a mio avviso le confessioni della devotissima Donna Felicidade sui suoi sogni lascivi riguardanti l’amato Consigliere Acácio, e le scoperte che il lettore fa circa quest’integerrimo funzionario, sicuramente uno dei personaggi più riusciti del romanzo. Nessuno si salva sotto la garbata ma spietata penna di Eça de Queirós, perché tutti sono figli di una società di cui l’autore percepiva lucidamente le tare. La prosa dell’autore è inoltre scevra da eccessivi pudori rispetto al tema narrato, e pur non entrando in particolari non si esime dall’essere sulla soglia dell’esplicito, accennando in un passo anche alle relazioni saffiche intercorse tra le studentesse del collegio di Luísa e Leopoldina.
Tornando per l’ultima volta alla ideale tetralogia dell’adulterio trovo interessante accennare – oltre alle comunanze – le diversità di fondo tra questo romanzo e gli altri che la compongono. La più evidente è che questo è il solo romanzo non intitolato all’adultera. Credo che ciò derivi dalla sostanziale differenza di prospettiva da cui Eça de Queirós guarda alla protagonista femminile: Luísa, a differenza di Emma, Anna o Effi, non è l’elemento che mette in discussione, più o meno consapevolmente, le convenzioni sociali nella quale è immersa, e il suo adulterio non è lo strumento che le evidenzia drammaticamente. Luísa al contrario considera il suo adulterio come lo strumento per essere pienamente integrata nella società in cui vive: non fosse stata forzata dagli eventi alla resa dei conti, avrebbe probabilmente tranquillamente continuato a incontrare il suo Basílio e a cornificare il pur adorato Jorge, essendo pubblicamente rispettata come donna di specchiata virtù. Il cugino Basilio è inoltre un romanzo sicuramente più corale degli altri, (con la parziale eccezione di Anna Karenina, nel quale tuttavia la coralità dell’azione assume significati diversi): accanto a quella di Luísa e Basílio assumono infatti parallela importanza le vicende di altri personaggi, quella di Juliana innanzitutto ma anche quelle di altri astanti. Nella tetralogia Il cugino Basilio è forse il romanzo che si pone più esplicitamente l’obiettivo di raccontarci un mondo attraverso l’adulterio, e devo dire che in gran parte, come i capolavori cui l’ho accostato, ci riesce.

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Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

6 pensieri riguardo “Il capitolo dimenticato della “tetralogia dell’adulterio”

  1. Autore e titolo completamente sconosciuti, dopo lettura del post da mettere in lista, benché questa Luisa mi sembri parecchie tacche sotto le altre. Ma lo dici anche tu che è un romanzo corale.
    Mi interessa molto la distinzione fra realtà eterna e realtà transitoria, che tu interpreti come realismo strutturale e realismo funzionale. Le mie conoscenze e competenze in materia sono limitate (oltretutto, la mia ammirazione per i classici è intatta, ma il mio interesse sta calando), però io il rapporto fra Balzac e Flaubert tendo a vederlo dall’angolazione del romanticismo, del suo (necessario?) fallimento. In poche parole: per Balzac il mondo è dominato dal denaro e dalle sue dinamiche sostanzialmente autonome, ma la simpatia e la nostalgia vanno al sentimento destinato a sfracellarsi; per Flaubert, del romanticismo, e quindi del sentimento, rimane solo il carattere obsoleto e dunque ridicolo (eventuale parallelo fra Emma Bovary e Don Chisciotte).
    A te…

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    1. Ciao Elena.
      Tieni presente che venivo da due letture settecentesche, e immergermi in un romanzo realista dell’800 mi ha fatto sentire a casa, per cui può darsi che abbia esagerato nell’attribuire meriti a questo romanzo.
      In ogni caso a parer mio Eça de Queirós è un autore che va letto (prima di questo avevo letto il lungo racconto Alves e c. e mi era piaciuto anche quello). Fortunatamente in libreria qualcosa si trova, anche se alcune delle opere più importanti, tra cui questa, bisogna cercarle sulle bancarelle (fisiche o virtuali).
      Quanto a Balzac e Flaubert, ho dichiarato subito la mia incompetenza sul punto del diverso realismo dei due. Mi è parso di rilevare che per il primo il reale costituisce la struttura stessa del suo scrivere, senza la quale non esisterebbero i suoi romanzi, mentre il secondo usa il reale (quando lo usa) per giungere ad altro. Il che mi ha fatto pensare: Se Madame Bovary è un romanzo realista, si può dire lo stesso di Salambò? Per il momento la mia risposta è un sonoro (salam)boh!
      E con questo palla sulla rete e punto a te!
      A presto
      V.

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  2. No, probabilmente il romanzo è un grande romanzo (oltre la tua recensione, c’è un breve commento entusiasta su Anobii, del 2010); mi è sembrato soltanto che Luisa, come personaggio, non sia al livello delle altre, soprattutto Bovary e Karenina.
    L’altra questione è più complessa. Lasciando anche da parte Salammbô che è un romanzo storico, per di più ambientato nel III secolo a.C., credo di sfondare una porta aperta se dico che il realismo di Flaubert è una specie di reazione a una deriva romantica che gli era connaturata e che egli stesso giudicava, così com’era, impraticabile e impresentabile – in una parola ridicola. La tragedia di Emma Bovary sta tutta nell’aver equivocato e scambiato il ridicolo per sublime. Detto questo, credo di capire molto bene il tuo punto di vista: sicuramente Balzac (che contiene comunque una bella percentuale di romanticismo, ad esempio “La pelle di zigrino” è un romanzo realista? Mah.) è molto attaccato alla realtà, la realtà è per lui qualcosa di concreto, qualcosa per cui vale la pena di combattere; la ama, ama il lusso, l’eleganza e la raffinatezza che non sono immaginabili senza la ricchezza e il successo. Flaubert, che appartiene alla generazione successiva, francamente della realtà non sa che farsene: l’eleganza, la raffinatezza e finalmente la bellezza sono scomparse dal mondo (Madame Bovary e I fiori del male escono – e sono processati – lo stesso anno), sono cose che si possono immaginare, e rappresentare, al massimo situandole fra il III sec. a.C. e il III sec. d.C. La realtà del presente – la realtà tout court – è inutilizzabile comunque la si rigiri. Questa consapevolezza risparmia a Flaubert i chilometri di commenti e giudizi morali su situazioni e personaggi di cui Balzac lardella i suoi romanzi e che spesso ne costituiscono la parte meno digeribile (e più verbosa). Senza nulla voler togliere alla grandezza di Balzac, il più moderno, e secondo me il più aderente alla realtà moderna, è Flaubert.
    (Leggendo Balzac, agli spiriti sensibili, tipo me, è capitato in passato di versare calde lacrime, Leggendo Flaubert mai; questo è un segno di modernità 🙂 )

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    1. Ciao Elena.
      Che belle le indisposizioni che permettono a volte di stare a letto a leggere, invece che andare al lavoro.
      Dal mio punto di vista più materialista del tuo direi che obiettivo di Balzac è descriverci una società, e per far questo utilizza storie di singoli personaggi, mentre Flaubert vuole descriverci storie di singoli e per far questo li cala nella società. Non saprei chi dei due è più moderno: se è vero che Flaubert forse è uno dei grandi anticipatori del ‘900 e della crisi, credo che oggi, per come siamo messi, avremmo tanto bisogno di qualcuno capace di analizzare i meccanismi reali che governano la nostra società.
      A presto
      V.

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