Pubblicato in: Anarchia, Letteratura, Letteratura tedesca, Libri, Novecento, Recensioni, Spagna

La tragedia di un uomo, di un popolo e di una terra che fecero la rivoluzione ma non riuscirono a conservarla

LaBreveEstatedellAnarchiaRecensione de La breve estate dell’anarchia, di Hans Magnus Enzensberger

Feltrinelli, Universale Economica, 2002

La lettura rispetto alla quale svolgo queste considerazioni si distacca notevolmente dai filoni letterari che sono solito seguire, costituiti quasi esclusivamente da romanzi e racconti cosiddetti classici, per lo più scritti tra il XVIII e la prima metà del XX secolo.
La breve estate dell’anarchia, sottotitolo Vita e morte di Buenaventura Durruti è infatti un saggio storico, scritto nel 1972 da un poliedrico intellettuale bavarese, Hans Magnus Enzensberger, ed edito nel nostro paese da Feltrinelli l’anno successivo.
Il mio interesse per questo libro è tuttavia strettamente legato a quello per la storia e per la letteratura del primo novecento, in quanto la sua lettura mi ha permesso di esplorare una fase drammatica della storia europea, quella della Repubblica spagnola e della successiva guerra civile, cruciale per gli sviluppi che di lì a pochi anni portarono allo scoppio della seconda guerra mondiale e quindi cruciale anche nella determinazione della direzione che la cultura, non solo letteraria, avrebbe preso in seguito.
Hans Magnus Enzensberger è autore sia di saggi sia di opere di poesia e in prosa: tra queste ultime particolarmente note sono Il mago dei numeri, un libro per bambini, e Storie raccapriccianti di bambini prodigio, scritto utilizzando lo pseudonimo di Linda Quilt, che qualche anno fa fu un vero e proprio caso letterario anche per l’incertezza sulla vera identità dell’autore. Ha fatto parte del Gruppe 47, il cenacolo di intellettuali che subito dopo la seconda guerra mondiale tentò di rifondare la cultura tedesca da sinistra, sotto lo sguardo occhiuto e censorio degli alleati.
Il protagonista assoluto di questo libro, come dice il sottotitolo, è il leggendario anarchico spagnolo Buenaventura Durruti, uno dei leader della rivoluzione che portò alla costituzione del potere anarco-sindacalista a Barcellona e in Catalogna dal luglio 1936 al maggio successivo, quando durante la settimana di sangue il governo centrale di Madrid schiacciò l’esperienza anarchica con la forza delle armi, lasciando sul campo oltre cinquecento morti. A quel tempo Durruti era già morto da sei mesi.
Anche se il libro di Enzensberger è completamente centrato sulla figura di Durruti, non si tratta di una biografia, cosa di cui l’autore ci avverte nelle prime pagine: ”Il romanzo di Durruti va inteso così: non come biografia che raccolga i fatti, e tanto meno come elaborato scientifico. Il suo ambito narrativo va al di là del volto di un singolo personaggio. Raccoglie in sé l’ambiente, quell’interscambio con le situazioni concrete senza di cui tale personaggio resta inimmaginabile.” Per far ciò, per legare la figura di Durruti agli avvenimenti di cui fu protagonista, Enzensberger si affida ai testimoni. Struttura il racconto in capitoli formati per lo più da brevi testi tratti da opuscoli e giornali dell’epoca, da libri scritti sulle vicende spagnole o da interviste rilasciate direttamente all’autore (all’inizio degli anni ‘70 molti dei protagonisti della guerra civile erano ancora vivi, come lo era del resto lo stesso Franco). L’intervento diretto dell’autore è limitato alle glosse, poche pagine di introduzione e contestualizzazione poste all’inizio della maggior parte dei capitoli. Con la forza data dalle fonti originali, che rispecchiano diversi punti di vista, spesso in contraddizione tra loro, Enzensberger ricostruisce, attraverso la figura di Durruti, i tragici avvenimenti politici che hanno segnato la Spagna nelle prime quattro decadi del XX secolo, e che si concluderanno con la vittoria della reazione e l’instaurazione del regime franchista nel 1939.
Il libro però prende avvio con un prologo di alcune pagine di grande intensità: i funerali di Durruti, ripresi da Quelli di Barcellona, di H. E. Kaminski, dove vediamo l’immensa folla che in una grigia e piovosa di fine novembre 1936 accompagnò il feretro di Durruti sino al cimitero, folla tanto grande che non si poté procedere all’inumazione se non il giorno successivo. Il lettore, se non si è documentato in precedenza, non sa ancora nulla di Durruti, della sua vicenda umana e politica, ma già da queste poche pagine può percepire l’eccezionalità della sua figura di leader e comandante, l’amore viscerale che per lui nutriva un’intera classe sociale. Già in queste pagine emerge anche un altro tema che sarà centrale nel libro: la contraddizione insanabile e tragica tra l’afflato libertario che animava gli anarchici spagnoli, che li portava a rifiutare forme di organizzazione strutturata sia nella vita interna al movimento sia nell’esercizio del potere, e la necessità di una organizzazione rigida nel momento in cui si devono gestire momenti di drammatico conflitto. È questa una delle grandi dicotomie di fondo cui si sono trovati di fronte tutti i movimenti rivoluzionari, ed a cui hanno fornito risposte diverse che spesso hanno generato drammatiche divisioni interne. Semplificando molto potremmo dire che il comunismo libertario cui si ispiravano gli anarchici spagnoli trovava proprio in questa radicalmente diversa impostazione organizzativa i motivi di maggior contrasto con il comunismo di stampo leninista verso cui tendeva in quegli stessi decenni l’Unione Sovietica e il proletariato organizzato; un dato da solo può esemplificare plasticamente questa differenza: all’inizio degli anni ‘30, nel momento di maggiore espansione tra le masse operaie e contadine, quando la Federación Anarquista Ibérica unita al sindacato anarchico CNT contava milioni di aderenti essendo il movimento di gran lunga più rappresentativo del proletariato spagnolo, c’era un solo funzionario stipendiato, e praticamente tutto era deciso in organismi di base composti da volontari. Questa differenza, lungi dall’essere solo di ordine organizzativo ma comportante ovviamente inevitabili riflessi sulla concezione stessa della società che le diverse forze rivoluzionarie intendevano costruire e sui metodi da utilizzare per raggiungere tale obiettivo, fu una delle cause principali dello scontro politico a sinistra che caratterizzò gli anni della seconda repubblica spagnola e che avrebbero portato alla sconfitta nella guerra civile.
Vi è subito da dire che rispetto a tali cruciali questioni, in particolare al difficile rapporto tra la sinistra di ispirazione marxista e socialdemocratica e il movimento anarchico, Enzensberger, pur prendendo nelle glosse evidentemente le parti di quest’ultimo, non manca di sottolinearne errori e contraddizioni, lasciando come detto parlare fonti di varia estrazione. Così attribuisce il fallimento della rivoluzione proletaria delle Asturie del 1934, nella cui cruenta repressione si distingue un giovane generale di nome Francisco Franco, essenzialmente al fatto che la FAI-CNT, che come detto mobilitava la stragrande maggioranza del proletariato, rimase inattiva sia in Catalogna sia in Andalusia, le due regioni in cui era più forte, per diffidenza nei confronti di chi aveva da sempre discriminati e repressi gli anarchici, non riuscendo quindi a cogliere l’importanza del momento storico. Ancora, emerge a tratti dal testo che la mancanza di organizzazione degli anarchici è sicuramente tra le cause degli episodi di violenza nei confronti degli esponenti del potere borghese ma soprattutto della chiesa, che contribuirono in un paese cattolico come la Spagna ad alimentare la propaganda franchista sul diavolo comunista: i massacri e le distruzioni di edifici religiosi sono in gran parte da imputare a bande locali che non rispondevano alla debole catena gerarchica degli anarchici.
Per cogliere appieno i fondamenti di questo scontro tra anarchismo e marxismo (scontro che affonda le sue radici ai tempi dei padri fondatori e della prima internazionale) il libro ci propone un breve passo tratto da La lezione della Spagna di Lev Trockij, edito nel 1937 (dunque in media res) nel quale il grande esule critica duramente gli anarchici spagnoli, accusandoli di non aver compreso le leggi della rivoluzione, di essersi rifugiati nelle rivendicazioni di carattere sindacale senza porsi concretamente il problema della presa del potere. Trockij fa dire all’anarchia spagnola ”noi non abbiamo preso il potere non perché non avremmo potuto, ma perché siamo contrari ad ogni forma di dittatura”, giungendo alla logica conclusione che compito di ogni movimento rivoluzionario è proprio prendere il potere, perché altrimenti lo si lascia nelle mani di chi già lo detiene, e che di conseguenza l’anarchia si caratterizza per essere oggettivamente controrivoluzionaria. È un giudizio a mio modo di vedere ingiusto, perché da un lato sottovaluta le difficoltà oggettive che il movimento si trovò ad affrontare, non tenendo peraltro conto del fatto che in ogni caso nel luglio del 1936 gli anarchici il potere lo avevano preso, e neppure valutando il fatto che il modello di rivoluzione che propone in quelle pagine, quello sovietico, gli aveva mostrato direttamente la sua degenerazione costringendolo all’esilio.
La breve pagina di Trockij ci permette di accennare al ruolo svolto nelle vicende spagnole da un convitato di pietra sinora rimasto nell’ombra: l’Unione Sovietica di Stalin e il movimento comunista internazionale. È indubbio che per ragioni tattiche questo ruolo fu quantomeno ambiguo, soprattutto nella prima fase della Repubblica. In Spagna i comunisti erano agli inizi degli anni ‘30 una forza marginale, essendo come visto la gran parte del proletariato organizzata nella CNT di ispirazione anarchica. Seguendo le direttive di Mosca si alleeranno con i socialdemocratici a loro volta alleati, almeno sino al 1934, con i partiti borghesi al governo a Madrid, contribuendo a mantenere gli anarchici – che comunque dal canto loro nella prima fase della Repubblica non partecipano alle elezioni considerandole uno strumento della democrazia borghese – fuori dalla dialettica politica. La vittoria delle sinistre del 1936, che scatena la reazione di buona parte dell’esercito, è figlia di un mutato atteggiamento della FAI – CNT, che ancora una volta non si presenta alle elezioni ma tacitamente indica ai suoi aderenti di andare a votare. Mentre a Madrid si forma il governo delle sinistre, in Catalogna, ed a Barcellona in primis, sono gli anarchici che in luglio reprimono con successo la rivolta dell’esercito e conquistano il potere. Durruti, insieme ai suoi compagni Francisco Ascaso (che rimarrà ucciso negli scontri), Ricardo Sanz, Antonio Ortiz, Juan García Oliver e Gregorio Jover sarà uno dei massimi protagonisti della rivoluzione. Il periodo del doppio potere, con la Catalogna di fatto nelle mani degli anarchici, vede ancora una volta profonde divisioni tra le forze della sinistra, che il comune nemico fascista attenua solo parzialmente: gli aiuti concessi dall’Unione Sovietica alla Repubblica accrescono il peso dei comunisti ed in breve marginalizzano il ruolo degli anarchici, sino alle citate tragiche giornate di maggio che metteranno fine all’esperienza catalana. La Spagna entra quindi nel tunnel fascista anche perché le forze popolari non sono riuscite a trovare la necessaria saldatura nel momento in cui si era necessario consolidare il potere.
Tutti questi avvenimenti, ed altri anteriori, a partire di fatto dal grande sciopero generale del 1917, sono raccontati attraverso la vicenda di Buenaventura Durruti. Quella che emerge dalla lettura di questo libro è la figura di un grande rivoluzionario, di un uomo d’azione al tempo stesso visionario e lucido interprete della realtà, di un uomo coerente sino in fondo con le sue idee, per il quale non si può che provare una profonda ammirazione.
Certo praticò la violenza, ma in tempi in cui questo era necessario per rispondere alla violenza, ben altrimenti strutturata e capillare, del potere costituito, della reazione e della dittatura. La vicenda di Jesús Arnal Pena, sacerdote che rischiava di essere fucilato e che Durruti invece fa diventare suo segretario, al pari di altre vicende nelle quali interviene per evitare violenze gratuite da parte dei miliziani anarchici, dimostra da un lato come per lui l’esercizio della violenza dovesse essere unicamente funzionale all’efficacia dell’azione politica, dall’altro come detto il fatto che spesso limitare la violenza a quella strettamente necessaria fosse strutturalmente complicato data la non organizzazione anarchica.
Nel libro seguiamo quindi Durruti nelle varie fasi della sua vita, dalla organizzazione dei primi scioperi al periodo di clandestinità con il gruppo de Los Solidarios, dall’esilio al rientro in patria, dalla rivoluzione catalana alla misteriosa morte.
E proprio sulle cause della morte, quando alla testa della sua mitica colonna si preparava alla difesa di Madrid, l’autore non è in grado di sciogliere i dubbi che ancora restano. Certo è che la versione ufficiale, che sia stato colpito da un cecchino, è messa in forte dubbio dalle testimonianze di chi vide la ferita, secondo le quali il colpo partì da una distanza ravvicinata. Le ipotesi sulla sua uccisione sono diverse. Alcuni ritengono siano stati i comunisti, per eliminare il carismatico capo di un movimento che di fatto avversavano per motivi ideologici e pratici. Altri ritengono invece che siano stati anarchici a lui vicini, che gli imputavano di essersi avvicinato negli ultimi tempi troppo ai comunisti e alle altre forze combattenti tradendo così la specificità anarchica. Infine, e per questa ipotesi sembra propendere l’autore, può darsi che il colpo fatale sia partito accidentalmente dal suo stesso mitra urtando contro la carrozzeria dell’automobile da cui stava scendendo. Quel che è certo è che Durruti meritava una morte da eroe, e questa morte gli fu – secondo me giustamente – tributata.
Il libro si chiude con il dopo, con la constatazione di come la morte di Buenaventura Durruti abbia simbolicamente segnato l’inizio della fine non solo della rivoluzione catalana, non solo della Repubblica spagnola, ma dell’anarchia stessa come forza autenticamente popolare e rivoluzionaria, spazzata via dalla crudeltà della Storia. Dopo Buenaventura Durruti solo un altro grande rivoluzionario saprà ammantarsi di un tale alone di fascino e di un tale carisma: Ernesto Che Guevara.

Annunci

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

3 pensieri riguardo “La tragedia di un uomo, di un popolo e di una terra che fecero la rivoluzione ma non riuscirono a conservarla

  1. Ciao Vittorio,
    ho letto volentieri il tuo interessante articolo che, oltre a informarmi su fatti storici che non conoscevo, tematizza un modo di fare “scrittura” di Enzensberger di cui parla Walter Siti nel primo numero della rivista “L’età del ferro” (luglio 2018) a proposito di letteratura e giornalismo (Il saggio di Siti lo trovi qui: http://www.leparoleelecose.it/?p=32988 e comunque il primo numero della rivista è on line). Siti parla di un’altra opera di Enzensberger: “Interrogatorio all’Avana” (1970), che procede però allo stesso modo: con brevi introduzioni ma sostanzialmente “montando” documenti e testimonianze (nel caso dell'”Interrogatorio” i materiali processuali) – dove il lavoro e l’impronta dell’autore stanno essenzialmente nel “montaggio”.
    A proposito di anarchia, mi sono sempre chiesta (senza polemica, semplicemente con curiosità) come sia anche solo immaginabile una (dis)organizzazione anarchica della società – dove l’accento deve essere posto su “società”.
    Per me, da quello che riferisci del libro di Enzensberger e dalle tue considerazioni desumo due cose:
    a. Il potere può essere sconfitto soltanto da un altro potere.
    b. Quale dei due poteri sia quello buono – o anche soltanto quello migliore – è questione non morale, non politica, ma squisitamente estetica.
    Grazie dell’articolo e buona domenica!

    Piace a 1 persona

    1. Ciao Elena.
      Leggerò volentieri il saggio di Siti: la mia conoscenza di Enzensberger è estremamente superficiale, essendo limitata per ora a questo unico libro, che mi ha appassionato soprattutto per il contenuto politico. Mi ha infatti fatto riflettere, oltre che su un tema ovvio come quello della infinita serie di tragici errori che ha caratterizzato i movimenti rivoluzionari, proprio su questa questione del potere. Da buon comunista rigidamente marxiano, tenderei a dare ragione a Trockij, ovvero che perché una rivoluzione riesca (cosa a mio avviso indispensabile se si vuol tentare di salvare questo mondo, anche se forse è ormai troppo tardi) si deve porre il problema della conquista del potere, e visti gli avversari che ha davanti il potere lo si conquista solo con l’organizzazione. Poi però l’esperienza bolscevica dimostra che questa organizzazione diventa il fondamento della nuova società, che finisce per ciò stesso per somigliare dannatamente alla vecchia. La mia matrice dialettica mi porta però a pensare che tra tesi (leninismo, partito come avanguardia…) e antitesi (anarchismo, rivoluzione dal basso, spontaneismo) debba trovarsi una sintesi hegeliana.
      Non so se questi discorsi ti appassionano (non credo) ma non credo neppure che la distinzione tra poteri si possa basare su valutazioni di tipo estetico, perché in tal caso avremmo già vinto: cosa di più magnificamente bello di una bandiera rossa con falce e martello? 😉
      Ciao e a presto
      V.

      Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...