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Il cinismo come cifra di un’epoca inadeguata ai tempi

un-eroe-dei-nostri-tempiRecensione di Un eroe dei nostri tempi, di Michail Lermontov

Feltrinelli, Universale Economica, 2004

La critica letteraria e la storia della letteratura, come ogni attività di indagine, hanno la necessità di classificare, soprattutto al fine di semplificare, e quindi rendere più facilmente analizzabili, fenomeni complessi. Così per ogni periodo storico troviamo che le opere letterarie sono catalogate come appartenenti a determinate correnti artistiche o movimenti culturali, alcuni dei quali definiti e anche teorizzati esplicitamente da artisti singoli o in gruppo, altri desunti dagli storici e dai critici sulla base di affinità oggettive rilevate in opere diverse, sovente sulla base del contesto storico in cui sono state scritte. In alcuni casi la classificazione delle opere come appartenenti ad una determinata corrente è pressoché automatica: il surrealismo, per fare un esempio, ci ha dato opere che, fatte salve le ovvie differenze di stile e sensibilità che possiamo trovare in ciascuno degli autori che vi aderirono, sono facilmente etichettabili in relazione ad una serie di elementi di fondo comuni. Altre volte, invece, la definizione di un movimento o di una corrente artistica è così labile o così ampia che al suo interno possiamo trovare ricompresi autori ed opere significativamente diversi quanto a poetica e contenuti.
Probabilmente una delle correnti letterarie (ed artistiche in senso generale) più articolate e complesse, in cui vengono ricomprese opere del tutto diverse tra di loro è quella che conosciamo come romanticismo. Se da un lato è abbastanza agevole individuare gli elementi poetici e filosofici comuni al romanticismo tedesco delle origini che, sviluppatosi a partire dalle elaborazioni teoretiche di Kant e del nascente idealismo come reazione al razionalismo illuminista di stampo francese, drammaticamente inveratosi nelle armate napoleoniche, costituì un vero e proprio movimento letterario in qualche modo organizzato, le cose si complicano quando vengono definiti romantici autori diversissimi come Hoffmann o Chamisso, oppure i poeti inglesi del primo ottocento, oppure ancora i nostri Foscolo, Manzoni e Leopardi.
Quello che chiamiamo generalmente romanticismo è infatti non un movimento artistico in senso stretto, ma forse più una sensibilità comune che essenzialmente pone al centro della riflessione artistica la soggettività, spesso in rapporto critico con una realtà concepita come inadeguata e limitata, la consapevolezza kantiana delle difficoltà legate al problema della libertà e alla sua trascendenza, il rapporto ambivalente, fatto di stupore e attrazione ma anche di soggezione e terrore, verso l’infinito e la natura. Questa sensibilità comune nasce essenzialmente nel momento in cui gli esiti concreti della rivoluzione francese consegnano al mondo non già la prospettiva di una liberazione universale, ma quella del dominio di una nuova classe, la borghesia, sulle altre. Il romanticismo delle origini è da un lato funzionale a veicolare i valori di libertà individuale e di esaltazione della volontà del singolo su cui si fonda la società borghese, dall’altro a mettere in evidenza le contraddizioni di cui tali valori sono intrinsecamente portatori. Essendo espressione tanto proteiforme dei sussulti e delle torsioni che caratterizzeranno lo sviluppo della società borghese, accompagnerà di fatto tale sviluppo per buona parte dell’ottocento, assumendo forme diverse e peculiari a seconda del contesto storico e territoriale in cui si sviluppa. Così, nei paesi più arretrati, nei quali il dominio della borghesia non si è ancora affermato, i romantici esprimeranno spesso nelle loro opere afflati di matrice liberale o socialisteggiante, comunque di opposizione all’assolutismo monarchico. Un caso esemplare e peculiare in questo senso è l’Italia, in cui molti degli autori romantici (come D’Azeglio, Pellico, Settembrini ed altri) furono anche fortemente impegnati politicamente per la causa dell’unità d’Italia.
Un altro paese nel quale il romanticismo assunse aspetti peculiari e costituì di fatto la base per la fondazione di una vera e propria letteratura nazionale, che nel corso dell’800 ci avrebbe dato alcuni degli autori più importanti della letteratura universale e alcuni dei capolavori letterari di ogni tempo è la Russia zarista. In questo immenso paese, retto da una autocrazia che era al vertice di una organizzazione sociale per certi versi ancora di stampo medievale, le spinte al rinnovamento e all’occidentalizzazione sociale emblematicamente espresse nel 1825 dalla rivolta dei Decabristi furono interpretate in campo letterario da due figure maggiori: Aleksandr Puškin e Michail Lermontov. Per la verità a questi due autori andrebbe affiancato quantomeno il nome di Nikolaj Gogol’, ma l’opera di quest’ultimo presenta tali e tante particolarità che risulta difficile a mio avviso etichettarla nell’ambito di qualsiasi categoria.
Puškin e Lermontov sono sovente associati e considerati i massimi esponenti del romanticismo russo. Le loro opere presentano infatti indubbie affinità: Lermontov, più giovane di una quindicina d’anni, considera Puškin suo maestro – subirà anche un periodo di esilio per aver scritto una lirica in suo onore – ed assorbe in pieno la sua lezione poetica. È curioso notare come i due autori furono accomunati anche da un tragico destino individuale: entrambi infatti morirono in giovane età a causa di un duello: Puškin, trentottenne, nel 1837: Lermontov, ventisettenne, solo quattro anni dopo.
Più importante di questa drammatica assonanza di destini individuali è comunque lo stretto legame che unisce due tra le opere principali dei due autori, forse i loro capolavori assoluti: l’Evgenji Onegin di Puškin e l’unico romanzo scritto da Lermontov, Un eroe dei nostri tempi. Formalmente si tratta di due opere affatto diverse: l’Onegin è un romanzo in versi, secondo la definizione dello stesso autore, dotato di una costruzione metrica ferrea, mentre Un eroe dei nostri tempi è un’opera in prosa costruita tra l’altro, come vedremo, avvalendosi di una libertà espressiva e di struttura estremamente originale. Sono però le figure dei due protagonisti ad appartenere alla stessa tipologia esistenziale: quella del giovane annoiato, in preda allo spleen, al mal di vivere, incapace di adattarsi a ciò che la società richiede da lui, destinato perciò ad emarginarsi ed a essere emarginato.
Il protagonista di Un eroe dei nostri tempi, pur essendo forse meno celebrato e conosciuto del suo fratello puškiniano è a mio avviso uno dei grandi personaggi della letteratura di ogni tempo, con il quale è a questo punto bene fare la conoscenza. Grigorij Aleksandrovič Pečorin è un giovane ufficiale di cui seguiamo le vicende in alcuni momenti della sua vita. Lo incontriamo per la prima volta in una fortezza del Caucaso a cui è stato destinato: qui si invaghisce di una giovane e bellissima principessa circassa, Bela, che rapisce segregandola nelle sue stanze. Ben presto però si stanca della relazione e Bela, che nonostante il ratto e lo stupro si era innamorata di lui, finisce tragicamente. In seguito possiamo leggere il suo diario, che ci riporta a periodi della sua vita antecedenti a quello caucasico. Una prima avventura si svolge a Taman’, sul Mar Nero, dove Pečorin più o meno involontariamente mette fine ad un piccolo traffico di contrabbando. La parte più corposa del diario, e la più significativa dell’opera, è occupata dal soggiorno di Pečorin in una stazione termale del Caucaso settentrionale russo, Pjatigorsk, e nella vicina Kislovodsk. A Pjatigorsk Pečorin ritrova un allievo ufficiale con il quale ha stretto una blanda amicizia, Grušnickij. Tra la volgare società che frequenta la cittadina vi sono una principessa moscovita e la sua giovane figlia Meri (Mary secondo altre traduzioni). Pečorin osserva cinicamente divertito i goffi tentativi di Grušnickij di fare la corte a Meri e le sue illusioni circa i sentimenti della principessina: decide quindi, per mettere alla prova la sua abilità, di fare lui stesso la corte a Meri. Frattanto è giunta a Pjatigorsk Vera, una donna sposata con la quale Pečorin ha avuto una relazione e che ha abbandonato: Vera, gravemente malata di tisi, è ancora innamorata di lui e gli si offre, offerta che Pečorin accetta di fatto per pietà verso la donna malata. La principessina Meri ben presto si innamora perdutamente di Pečorin, umiliando Grušnickij, che decide di vendicarsi organizzando un duello con l’ex amico, che avrà luogo in una landa deserta. Pečorin frattanto confessa a Meri di non averla mai amata, gettando la giovane nella più cupa disperazione.
Le ultime pagine del romanzo sono dedicate ad una ulteriore avventura militare di Pečorin, incentrata sul tema della predestinazione. Non svelo altri particolari della trama (o delle trame) perché credo che ciascun episodio di questa per certi versi singolare opera vada gustato centellinandone ogni pagina.
Il primo elemento che affascina – o sconcerta, a seconda dei casi – il lettore di quest’opera è la sua struttura, che come detto è caratterizzata da una estrema originalità, perfettamente funzionale al progressivo avvicinamento rispetto alla figura e alla psicologia di Pečorin che l’autore intende perseguire. Attraverso la struttura dell’opera Lermontov prende infatti per mano il lettore e lo guida alla conoscenza sempre più approfondita del suo personaggio. Vediamo come.
Nel primo dei cinque episodi in cui è scomposto il romanzo incontriamo innanzitutto l’autore, giovane ufficiale, narratore in prima persona. La situazione è romantica nel senso più ortodosso del termine: il narratore è in viaggio nelle montagne del Caucaso, circondato da una natura sconosciuta, meravigliosa e pericolosa ad un tempo (qui Lermontov fa tesoro del suo periodo di esilio caucasico). In una locanda in cui è costretto a passare la notte incontra un anziano capitano, Maksim Maksimyč, ed è lui che gli racconta la storia di Bela e Pečorin, ufficiale nella fortezza da lui comandata. In un breve capitolo di passaggio, il narratore qualche tempo dopo reincontra Maksim Maksimyč in un’altra stazione di posta, in cui a bordo di una raffinata carrozza giunge anche Pečorin: è qui che il lettore fa direttamente la sua conoscenza sia fisica (bellissima è la descrizione che Lermontov fa dei suoi tratti e del suo abbigliamento) sia morale: Pečorin infatti si mostra molto freddo nei confronti di Maksim Maksimyč, che si aspettava grande calore umano da parte di un vecchio amico. È durante questo breve incontro che il narratore viene in possesso dei diari di Pečorin, allorquando quest’ultimo dice a Maksim Maksimyč, che li aveva custoditi dal tempo della partenza di Pečorin dalla fortezza, di farne quello che vuole.
Nella breve prefazione al diario di Pečorin veniamo a sapere della sua morte e della conseguente decisione del narratore di pubblicare le carte in suo possesso. Gli episodi narrati in prima persona da Pečorin sono come detto tre: i primi due sono antecedenti alla vicenda di Bela, mentre scopriamo che il terzo si svolge contemporaneamente a questa: Pečorin infatti la racconta a Maksim Maksimyč per avere il suo parere sul tema della predestinazione.
Lermontov quindi stravolge la successione temporale degli episodi per dare spazio ad un tempo interiore, che come detto guida il lettore sempre più in profondità nella mente di Pečorin, nella sua psicologia di disadatto. È questa struttura libera, sicuramente originalissima per l’epoca che costituisce uno degli elementi di più grande fascino di questo romanzo, e che contribuisce a farne uno dei grandi capolavori della letteratura: decostruire il tempo e le unità aristoteliche al fine di esaltare la possibilità di introiezione psicologica dei personaggi sarà una delle risposte della letteratura alla crisi novecentesca, e anche per questo Un eroe dei nostri tempi è opera che denota una straordinaria modernità. Più che anticipatrice è però piuttosto un’opera che trae origine da una situazione sociale e culturale che per molti aspetti avvicina la Russia dei primi decenni del XIX secolo all’Europa di quasi cento anni dopo, soprattutto rispetto all’incapacità delle classi dirigenti di dare una risposta alle istanze sociali che stavano maturando che non fosse la messa in campo degli strumenti della repressione per conservare lo status quo.
Che questo romanzo sia infatti essenzialmente una impietosa diagnosi del malessere individuale e collettivo rispetto all’assetto della società russa emerge chiaramente sin dal titolo, ma anche dalla prefazione scritta da Lermontov, nella quale afferma che il romanzo ”… è proprio un ritratto, ma non di una persona: è un ritratto dei vizi di tutta la nostra generazione nel pieno del loro sviluppo.” Ma quali sono questi tempi? Quali sono questi vizi? Sono i tempi dello Zar Nicola I, che dopo avere represso nel sangue la rivolta dei Decabristi ha inasprito la censura e la repressione di ogni idea liberale o radicale, centralizzando ed assolutizzando ancora di più il potere. La generazione di Lermontov è quindi una generazione senza speranza, che vive appieno il suo disagio per una società cristallizzata, che sembra incapace di reagire e di mettere in discussione una struttura economica e di potere non più al passo con i tempi. Pečorin, al pari del suo fratello maggiore (ma forse solo per età) Onegin, esprime questo disagio sociale attraverso il cinismo esistenziale, in misura forse ancora più disperata di Onegin, perché altri anni sono passati e nulla muta. Il cinismo di Pečorin è l’unica risposta possibile alla crudeltà e alla volgarità della società, magistralmente descritta nelle pagine del diario di Pjatigorsk ma anche nello struggente episodio di Taman’ ambientato in un contesto popolare.
Lermontov, da grande autore, non si schiera nei confronti di Pečorin: lascia ad altri, al buon Maksim Maksimyč prima e a Pečorin stesso, raccontare, e lascia che ognuno tragga le sue conclusioni.
Un ventennio dopo, Pečorin si trasformerà in Oblomov, e con una ironia che molto deve a quella del suo antesignano ci ridirà che nulla ancora si è mosso nel moloch della società russa. Poi, nessuna ironia sarà più possibile, e lo spleen non potrà che trasformarsi in angoscia.

Autore:

Bibliofilo accanito, lavoro in un Parco Naturale

3 pensieri riguardo “Il cinismo come cifra di un’epoca inadeguata ai tempi

  1. Curiosa coincidenza :-).
    Ripensavo a Lermontov proprio in questi giorni, pensando che dovrei sicuramente rileggerlo, magari in pendant con l’omonimo libro di Vasco Pratolini, per una riflessione su quella gioventù terribile che troverà poi una ben altra immortale incarnazione in Stavrogin e che troppo somiglia – per disincanto, aridità e cinismo- a (buona parte di) quella di oggi. Bello di una bellezza ributtante . dirà poi Dostoevskij a proposito del suo principe nero; definizione terribile e piena di verità……e su questa soglia il pensiero si ferma, perché è troppo doloroso, come tu dici, ripensare agli eventi terribili che sarebbero seguiti.
    Un caro saluto e grazie per questo tuo bel contributo, sul quale certamente ritornerò 🙂

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